Buon compleanno a don Fabio, nocchiero del Cielo

È stata un’estate così piena di cose che quasi son contento di tornare alla ferialità (che grazie a Dio non è mai routine): ho letto su Facebook che don Fabio Bartoli diventa cappellano d’ospedale e da quel giorno ho desiderato di congratularmi con quella che considero in qualche modo un’onorificenza, un autentico “scatto di carriera”. Quando sei parroco, mi dicono diversi amici, spesso devi faticare per ricavare un pertugio di domanda in cui far scivolare la risposta della fede; in ospedale è diverso, l’apostolo non ha mai l’impressione di star perdendo tempo, anzi può incorrere nel rischio opposto – quello di sentirsi continuamente spolpato da sguardi affamati e assetati di senso.

È un momento di verifica, quello in cui si passa da una parrocchia a un luogo che della παροικία, cioè della dimora provvisoria, raccoglie il senso quanto un monastero. In qualche modo, come diceva il dottor Donovan a Indiana Jones in L’ultima crociata: «Questo è per lei il momento di chiedersi in che cosa crede».

Non che il cappellano di un ospedale sia una civetta, e che debba necessariamente ridursi ad araldo della morte… sarebbe il colmo, per un discepolo del Risorto! Proprio perché non è un Caronte, è sempre pieno della grande speranza – quella che il nocchiere dantesco appunto nega:

«Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo Cielo!»

If III, 81-82

Ma benché non sia un Caronte, spesso il cappellano è un traghettatore, e se anche non sempre risulta chiamato ad accompagnare oltre il guado della morte, tuttavia sempre fa compagnia a chi staziona sulle rive dolorose di una malattia, nonché a quanti soffrono per il male dei cari, dei più cari. È il più estremo dei missionarî, come il Cireneo è il più fattivo dei discepoli, e la corsa alle periferie può suonargli perfino bourgeois – giacché lì, di fronte alla Livella, si apre la più spaventosa delle frontiere. Malgrado la folla immensa che ha calcato quella riva, la battigia è intatta e vergine per ognuno che giunga a pestarla:

Cari fratelli dell’altra sponda,
cantammo in coro su sulla terra,
amammo in cento l’identica donna,
partimmo in mille per la stessa guerra…

questo ricordo non vi consoli:
quando si muore si muore soli.
Questo ricordo non vi consoli:
quando si muore si muore soli.

Fabrizio De André, Il testamento

Ecco, il cappellano ha il duro privilegio di poter e dover far compagnia dove nessuna compagnia è umanamente pensabile. Forse in tutta quest’enfasi mi pregiudicano le letture impressionanti di Heidegger e Rahner, che nella proiezione dell’uomo verso la propria morte vedono uno dei tratti fondamentali della sua particolarità (e anche della sua dignità trascendente). Ma in realtà credo sia stata un’altra la lettura che mi ha influenzato grandemente su questa materia – si tratta di un piccolo libro scritto «non sulla morte, ma alla sua ombra, vicinissimo a essa, a strettissimo contatto con essa».

Così giudicava quel libro Bernard-Henry Lévy, l’ebreo ateo discepolo di Sartre e Lévinas, che ormai ventuno anni fa ne scrisse la prefazione:

La morte, contrariamente a quanto vorrebbe far credere il regno della tecnica universale, non è la negazione della vita. Essa è, invece, un momento della vita. Un evento – oh! quanto decisivo – dell’esistenza compiuta di un essere umano.

[…]

La morte è un atto. La morte è un gesto. Della morte, come della vita, si può fare un’opera, persino un capolavoro1Bernard-Henri Lévy, Introduzione a Léon Burdin, Sorella morte, Paoline, Cinisello 1999, 7..

Nelle parole di BHL chiunque non sia digiuno di filosofia scorge le istanze di certo esistenzialismo franco-tedesco, apprezzabile per certi versi e criticabile per altri. Però le riporto, quelle parole, perché accusano anche la nostra vita quotidiana, che si pensa tanto più libera quanto meno pensa alla morte – mentre è vero il contrario:

«Non si è visto morire», diciamo talvolta con invidia di chi muore per un infortunio o al termine d’un lungo stato di incoscienza. «Non si è visto morire, non ha visto venire la morte», dicono i familiari di un parente al quale hanno mentito, o hanno creduto di mentire, fino all’ultimo secondo: è solo mancanza di coscienza, è non vedere quanto accade, questa presunzione di risparmiare al morente i tormenti della paura, dell’angoscia, dell’ultima convulsione o, anche, della speranza.

Quale tremendo malinteso! Che grosso errore, esclama Burdin. Come se queste morti senza consapevolezza non fossero, precisamente, le peggiori… Come se non fosse il modo più sicuro, giustamente, di avvicinarci al non-destino delle piante e deglianimali…2Ivi, 8..

Caro don Fabio, ti sarà già capitato molte volte; e ora sarà questione quasi quotidiana:

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. Bernard-Henri Lévy, Introduzione a Léon Burdin, Sorella morte, Paoline, Cinisello 1999, 7.
2. Ivi, 8.

1 Commento

  1. Carissimo, la tua sensibilità come sempre ti fa onore. La tua percezione del mio nuovo ministero è la stessa che ne ho io, tanto che questa estate tutti i miei esercizi spirituali sono stati invasi da questa consapevolezza: inizio oggi un corpo a corpo con la morte che terminerà solo con la mia Risurrezione.
    La teologia buddista conosce la figura del bodhisattva, che mi ha sempre commosso.
    Il Bodhisattva è lo scalino immediatamente prima della buddità, è il saggio che posticipa intenzionalmente il suo ingresso nel Nirvana per aiutare tanti altri ad acquisire l’illuminazione. E’ lo stesso JR che in Introduzione al Cristianesimo stabilisce una equivalenza tra questo mito e la persona di Cristo, ed io in questo momento mi percepisco proprio così, come un bodhisattva sulla porta degli inferi a tenerne spalancato il cancello perché tanti possano salire a Cristo.
    Questo è ciò che mi aspettavo, quello che invece mi ha sorpreso è la fortissima carica contemplativa di questo ministero, che ha anche lunghe pause, che però sono così caricate dagli incontri quotidiani che fai che è facile riempirle di una preghiera straordinariamente densa.
    Prega per me il Signore che mi mantenga nella Grazia di questi primi giorni

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