Buon compleanno a don Fabio, nocchiero del Cielo

[…] povera, terribile irresponsabilità di quelle famiglie che chiamano il prete – ci dice [Burdin] – ma troppo tardi, al momento estremo, quando l’agonizzante è già nel suo ultimo coma e non rimane altro da benedire che un cervello spento: «Gli dia l’Unzione degli infermi, padre…, ma soprattutto che non s’accorga di niente…»1Ivi, 9..

Non sono un misoneista, don Fabio, lo sai, né un nostalgico: se però c’è qualcosa in cui il nostro tempo è forse davvero peggiore di quelli che l’hanno preceduto, questo è il tabù della morte. Siamo una società necrofila che coltiva la chimera dell’immortalità: ovvio che il nostro tempo sia schizofrenico, diviso com’è tra «opere morte» e culto idolatrico della giovinezza. Ma ogni idolo è morto e mortifica, si sa, e dunque uno sguardo profetico vola facilmente oltre l’apparente contraddizione. Lévy scriveva:

[…] Sulle società giunte a questo estremo, sulle comunità che spingono fino all’ultimo limite il sogno di immortalità e credono di far indietreggiare l’impero della morte, sull’umanità non più in grado, in una parola, di vivere l’evento della morte come un evento della vita degli uomini, è lecito temere il peggio: lutti impossibili, parole incatenate, piombate o soffocate, forse anche violenze, crudeltà trionfanti; un mondo che è morto, o che è invisibile, o ben presto condannato2Ivi, 11..

Una scelta che dà decisamente sul “francescano”, quella dell’editore italiano: scelta in parte comprensibile, ma che fiacca di molto (specie con quel melenso “parliamone insieme”) la forza della proposta originale.
In francese, come in italiano, il verbo parlare è intransitivo: l’uso transitivo che qui se ne fa – “Parlare la morte” – è appunto indice dell’impostazione filosofica e religiosa sottesa: ci sono parole, quelle autentiche, che permettono di “vivere la morte”.

Non so se questo bellissimo libro si trovi ancora, nell’edizione italiana: ad ogni modo probabilmente anche tu l’avrai già letto e meditato. Alle parole di padre Léon Burdin ti rimando, come al diario di bordo di un nocchiere che ha già percorso per decenni queste acque misteriose. Anzi, ho scoperto che il 5 maggio scorso anche lui ha guadato infine, a 92 anni compiuti, “il grande fiume”: in fondo è quasi come se subentrassi a lui, e dunque un passaggio di testimone è cosa quanto mai nell’ordine delle cose.

A padre Léon, gesuita di razza, devo molto, e ormai anche lui lo saprà: probabilmente a lui, più che a quel bietolone di Heidegger, sono debitore della voglia che ho di morire, della speranza di poter arrivare preparato a quel momento, di godermi la scena, di reggere bene la parte principale e di scoprire se davvero è quella, come sembra, la più difficile. Ecco perché il suicidio assistito – di cui pure Burdin parla, e per esperienza! – mi pare un modo sciocco di scambiare una tragedia con una farsa (…che neppure fa ridere, poi…).

Non so quando, dove e come mi sarà chiesto di morire, ma prego con le parole della nostra fede:

A subitanea et improvisa morte – libera nos, Domine.

Sì: liberaci, Signore, dalla morte che non vediamo, che c’investe senza che possiamo abbracciarla. E perdonami anche tu, don Fabio, se guardo alla tua pericolosa missione con un incauto sospiro: stare in mezzo a tanta gente che sa di dover veramente morire dev’essere un’esperienza di realismo unico – un tonico per la mente e per il cuore.

Ti auguro buon compleanno, don Fabio, con un paragrafo di padre Léon. Confido che prima o poi vorrai dirci se anche tu vivrai così la tua missione.

In un deserto del genere, in cui l’assenza di parola rende ogni aiuto laborioso, se non impossibile, il cappellano d’ospedale e la sua équipe, semplicemente per il loro esser presenti accanto ai malati, sono investiti di un ruolo tutto particolare, quello di promotori della parola. Per il solo fatto che essi sono là, anche nel silenzio, all’orecchio interiore dei malati arriva la parola non pronunciata: essi percepiscono, nella presenza del cappellano, la parola rimasta nascosta. Complici di questo “luogo interiore”, da cui la parola cerca di emergere, il cappellano e i suoi aiutanti, al pari di ostetrici, attendono il momento che essa si presenti. Contrariamente a un’opinione diffusa, i malati che sanno di dover morire attendono vivamente di parlare con loro, ricolmi come sono di questa loro parola che deve venire alla luce. Inizia, allora, uno strano percorso.

Da un impossibile voler-vivere, il malato lentamente approda su un’altra riva: quella dell’accettazione dei misteriosi atti del morire. La traversata non è per niente comparabile a una scivolata, non a una caduta né a uno sprofondamento nel nulla. Essa appartiene a un altro | ordine di cose, cioè al sorgere della fiducia, al rimettere se stessi nelle mani di altri, all’abbandonarsi nella pace fra le braccia di un Altro. C’è da aggiungervi, naturalmente, la preoccupazione e il compito di preparare a ciò i propri parenti, di trasmettere loro questa fiducia nuova, la quale giustamente va di pari passo con il consenso, comune e familiare, dato alla morte e alla vita.

Responsabile dell’équipe fin dal mio arrivo all’ospedale, avevo a cuore un certo modo di avvicinare i malati. Volevo rompere questo silenzio di cui conoscevo le sciagure, volevo promuovere questa parola “non detta”. Sognavo di essere un uomo attraverso cui sarebbe passata la parola. Dopo diversi anni, il compito è sempre immane, benché io sia in grado oggi di misurarne meglio le difficoltà e i momenti di felicità, come pure di apprezzarne i progressi3Léon Burdin, Sorella morte, Paoline, Cinisello 1999, 49-50..

Ad multos annos!

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Note

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1 Ivi, 9.
2 Ivi, 11.
3 Léon Burdin, Sorella morte, Paoline, Cinisello 1999, 49-50.

1 Commento

  1. Carissimo, la tua sensibilità come sempre ti fa onore. La tua percezione del mio nuovo ministero è la stessa che ne ho io, tanto che questa estate tutti i miei esercizi spirituali sono stati invasi da questa consapevolezza: inizio oggi un corpo a corpo con la morte che terminerà solo con la mia Risurrezione.
    La teologia buddista conosce la figura del bodhisattva, che mi ha sempre commosso.
    Il Bodhisattva è lo scalino immediatamente prima della buddità, è il saggio che posticipa intenzionalmente il suo ingresso nel Nirvana per aiutare tanti altri ad acquisire l’illuminazione. E’ lo stesso JR che in Introduzione al Cristianesimo stabilisce una equivalenza tra questo mito e la persona di Cristo, ed io in questo momento mi percepisco proprio così, come un bodhisattva sulla porta degli inferi a tenerne spalancato il cancello perché tanti possano salire a Cristo.
    Questo è ciò che mi aspettavo, quello che invece mi ha sorpreso è la fortissima carica contemplativa di questo ministero, che ha anche lunghe pause, che però sono così caricate dagli incontri quotidiani che fai che è facile riempirle di una preghiera straordinariamente densa.
    Prega per me il Signore che mi mantenga nella Grazia di questi primi giorni

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