Due parole per una (superflua) difesa di Chris & Connie Gard

epaselect epa06107033 Parents of critically ill baby Charlie Gard, Chris Gard (L) Connie Yates (R) deliver a statement outside the High Court in central London, Britain, 24 July 2017. Charlie Gard's mother and father, Connie Yates and Chris Gard, announced that they have abandoned their legal fight at the Family Division hearing at the High Court in the five month legal battle for the right for Charlie to undergo experimental therapy in the USA. Charlie suffers from a rare genetic condition and has brain damage. EPA/WILL OLIVER

Pensavo che non avrei preso l’argomento: per tutti i giorni di questi lunghi mesi – da quando sulle nostre piccole triremi mediatiche lottavamo per non far inghiottire il caso Gard nei silenziosi gorghi delle navi persiane dell’informazione – ho sempre avuto chiaro che la questione di Charlie ci stava tanto a cuore per una ragione etica e politica, oltre che per immediata compassione umana e per la fede che in molti ci gloriamo di professare. Quali che fossero le nostre ragioni, onestà intellettuale vuole che riconosciamo una (comprensibile e giusta) preminenza, per Chris e Connie Gard, del dato privato: quei due bellissimi genitori hanno lottato – e a mani nude! e contro il Leviatano! – per la vita del figlio. Non per la nostra civiltà, né per la fede cristiana – non primariamente almeno. Volerli arruolare a forza in una battaglia religiosa o civile assume i tratti di una violenza, non più tollerabile perché adulatoria nelle premesse. Da neo-padre lo dico mentre mi trema la voce e sulle dita mi corre la pelle d’oca: non c’è affetto più animale e più sacro, per l’uomo; non c’è ambito più rilevante pubblicamente e al contempo più intimo, per un uomo. Penso spesso che se fossi stato al posto di Chris Gard avrei forse cercato un commando di mercenari per entrare nell’ospedale e ad ogni costo avrei portato mio figlio fuori di là – fosse stata l’ultima cosa che avessi fatto in vita mia. Ma la verità è che io non sono e non sono stato – e piaccia a Dio di non provarmi con una croce simile… – al posto di Chris Gard: in lui invece ho potuto ammirare la dignità nel dolore, la fortezza nel sostenere la sua sposa, la rettitudine nel perseguire le vie ordinarie della giustizia, la speranza nel compulsare la scienza medica, l’umiltà nel mendicare più di un milione di sterline per il proprio figlio («e se non piangi di che pianger suoli?»)… e certamente mille altre virtù ancora, che non servirebbe stare a dire qui neppure se le avessi tutte presenti allo spirito.

 

 

La Croce del 26 luglio 2017, p. 2

Al dolore lancinante – e comunque marginalissimo, paragonato al loro – per la morte del piccolo Charlie, si è aggiunto per me come per molti lo sgomento nel vedere i colpi di coda di un certo cattolicesimo – molto meno integrale o integralista che intransigente e duro – che si sono rivolti, come avviene con la Bestia dell’Apocalisse, contro quelli che un istante prima portava in trionfo.

Ho subito avvertito qualcosa di inquietante: molti articoli si sono impudentemente spesi nella dimostrazione della “debolezza” e del “cedimento” di Chris e Connie. Ho subito valutato grande la miopia di quegli scritti di fronte ai fatti occorsi, ma molto di più mi ha spaventato la spietatezza di quelle posizioni che all’improvviso pretendevano di “difendere Charlie dai suoi stessi genitori”. Il colmo, per un mondo che a latere lavora per preservare l’autorità educativa genitoriale di fronte ai tentacoli dello Stato.

Ma non sono intervenuto nella dialettica, forse stavo solo riflettendo: ieri ho visto che Benedetta Frigerio – autrice del migliore fra i suddetti articoli: l’acredine in fondo sta in gran parte nel titolo, che di certo non si è dato lei – aveva condiviso sulla sua pagina Facebook l’ultimo post di Breviarium, a firma dell’ottimo Emiliano Fumaneri. Al che – fatta salva la stima per Benedetta – mi sono chiesto dove avessi sbagliato, ovvero in cosa la mia scelta editoriale fosse stata tanto ambigua da far trovare condivisibili le mie valutazioni da chi me n’era parso lontanissimo. Intendiamoci: molto di quanto Benedetta scrive è più che condivisibile: si può certo parlare di “delitto perfetto”, e l’opera del diavolo ha il suo grande ruolo in questa sporca vicenda, ma appunto si devono estromettere decisamente Chris e Connie dall’analisi, perché gli “innocentisti” sono sopraggiunti solo come reazione ai “colpevolisti” (e la stessa Benedetta prende le distanze da quel “mondo cattolico” che aveva issato i Gard a vessillo di cose proprie). Ecco perché alla fine mi sono permesso di rispondere, sotto al suo post, le seguenti considerazioni:


Cara Benedetta, la mia stima nei tuoi confronti deve essere dichiarata e difesa ancora meno della mia concordia con questo post di Emiliano (è pubblicato sul mio blog, figuriamoci…), però vorrei evidenziare un paio di sfumature:

  • Non è vero che ogni volta che si enunci il sintagma “qualità della vita” ci si stia disponendo proni a una prospettiva eutanasica, o anche Evangelium vitæ 65 si esporrebbe a questo rischio: pur evitando la formulazione di queste parole, infatti, Giovanni Paolo II (citando Iura et Bona della CDF) definisce l’“accanimento terapeutico” come «certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia»; e aggiunge che «quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza “rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi”»; precisando di seguito che «la rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte».
  • Mai i Gard hanno mostrato, in qualunque modo, di condividere la prospettiva eutanasica del GOSH e di Francis (le ripetute richieste per la gestione in proprio del ventilatore e per l’affido a una squadra di medici privati – come viceversa l’ostinata opposizione del GOSH a queste pur minime preghiere, e quel burocratico esigere l’iscrizione dei medici candidati all’albo nazionale, onde poter ricattare gli stessi – vanno evidentemente in tal senso).

Il riconoscimento della reale inutilità attuale dei trattamenti sperimentali l’hanno fatto, i Gard, grazie alla ristabilita alleanza terapeutica coi medici del Bambino Gesù: rinunciare a tentare quella via è rinunciare a un accanimento terapeutico – l’hanno spiegato in modo non attaccabile (senza scadere nell’imprudenza e nella temerarietà) i medici del Bambino Gesù che hanno visitato Charlie – persone a cui non possiamo insegnare né la medicina né la bioetica. Viceversa, disporsi a “lasciar andare Charlie con gli angeli” («In Paradisum deducant te angeli…», dice l’eucologia cattolica) non implica in alcun modo una volontà attiva di staccare il respiratore, che appunto non mi consta da alcuna parola dei Gard – ma anzi da una miriade di parole, di atteggiamenti e di fatti ricavo l’impressione contraria.


L’argumentum ex silentio – quasi sempre debolissimo – mi pare stavolta più traballante del solito: non si può rimproverare ai Gard di non aver avanzato richieste che sapevano bene non poter essere, non dico accolte, ma neppure recepite dalla Corte e dal contesto socio-culturale. E la loro non era, appunto, una battaglia culturale, ma la modestissima e tenacissima lotta a difesa del loro figlio: respingere l’eutanasia e sperare in una terapia era per loro un tutt’uno; quando insieme con medici di cui tornavano a fidarsi hanno dovuto riconoscere che la terapia (per colpa delle omissioni criminali del GOSH) era sproporzionata agli effetti che se ne potevano ragionevolmente sperare, la loro battaglia personale era persa. A quel punto avrebbero volentieri portato a casa il bambino e lo avrebbero curato fino al naturale sopravvento della morte (così ci dice l’insieme delle dichiarazioni e il contegno complessivo dei due, se non ci attacchiamo a due parole interpretate in un senso massimalista che non appartiene all’evidente intenzione di chi le ha usate); questo l’ha impedito il sistema medico-sanitario britannico, coperto dalla corte di Francis. Charlie è stato ucciso per sentenza di Stato: non ha senso rimproverare a un condannato a morte di sembrare fondamentalmente favorevole alla pena di morte e alla propria esecuzione solamente perché non si fa trascinare fino al patibolo scalciando e dimenandosi. Con una simile premessa, si potrebbe arrivare a dire qualche sciocchezza pure su Cristo (o sul “buon ladrone”, se non vogliamo tirare in ballo l’unione ipostatica, la Redemptoris missio e via dicendo).
Ciò detto, penso che faremmo meglio a esaminare a fondo lo spirito con cui ci siamo appassionati alla vicenda – «non prestate fede a ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio» – piuttosto che a produrci in esercizi di filosofia pratica a senso unico: se non sono due parole, forse ambigue ma certamente cristalline nel complesso delle dichiarazioni, a condannare Connie e Chris, molto meno saranno due paroline ben acconciate a dare dignità allo sciacallaggio sul corpicino di Charlie. Proprio perché «non si combatte Mordor con le armi di Mordor» – Emiliano giustamente ce lo ricordava –, non potremo usare Charlie contro chi certamente userà Charlie come testa d’ariete per l’eutanasia.

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1 Commento

  1. Caro Giovanni. Grazie. Avevo già commentato sul post di Emiliano, ringraziandolo, per la stima che ho di lui e verso di te. Nel contempo facevo presente che la “qualità di vita” è cosa buona. Dipende quale qualità e quale vita. Aripijamose il senso vero dei termini e delle loro finalità, in certo qual modo, proiettate verso l’Eternità. Vero contro peso e contro piatto della bilancia che significa tutto ciò che c’è in questo nostro altro piatto. Nel contempo facevo presente ad Andreas anche la dimensione della “mutua pietà sociale”. Criterio importante che si desume dalla morale naturale e dalla DSC che, tra l’altro, significherebbe correttamente l’Alleanza Terapeutica di cui parla mons. Paglia e, curiosamente, chissà come mai, anche Filomena Gallo dell’Associazione Coscioni. Comunque la “mutua pietà sociale” è in sintesi quel circolo virtuoso che rispetta e sostiene, ognuna al suo posto, tutte le “istituzioni” che sostengono la società. Di ogni ordine e grado (vedi Familiaris Consortio, 42). La colpa del sistema inglese, nonché di quello nostro, nel sotterfugio, per ora, non è solo quella di avocare a sé un diritto che non ha, prepotentemente, tra l’altro, quando non vi sono le condizioni suppletive, ma quello di calpestare così il “Bene Comune”. Insomma il Law inglese ha di fatto con questa sentenza danneggiato Charlie, danneggiato la famiglia e danneggiato la società stessa, il Bene Comune.

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