La “laïcité” ieri e oggi. E domani?

di Giovanni Marcotullio

Da questa parte delle Alpi non se n’è parlato molto (comprensibilmente), ma in Francia il messaggio di congratulazioni di Papa Francesco al neo-eletto presidente Emmanuel Macron (datato 16 maggio) ha offerto diversi spunti di riflessione. Non tanto per la discussa questione dell’affiliazione massonica di Macron, chiaramente, quanto invece per le indicazioni – evidenti in controluce – che il pontefice romano offre al giovane Président.

Sua Eccellenza il signor Emmanuel Macron,
Presidente della Repubblica Francese. Parigi.

Nell’occasione della Sua investitura come Presidente della Repubblica Francese, le indirizzo i miei più cordiali augurî per l’esercizio delle Sue alte funzioni al servizio di tutti i Suoi compatrioti. Prego Dio di sostenerLa perché il Suo Paese – nella fedeltà alla ricca diversità delle sue tradizioni morali e della sua eredità spirituale, segnato anche dalla tradizione cristiana – sia interpellato dal bisogno di edificare una società più giusta e fraterna. Che esso contribuisca, nel rispetto delle differenze e nell’attenzione alle persone in situazione di precarietà e di esclusione, alla cooperazione e alla solidarietà tra le nazioni. Che la Francia continui a favorire, in seno all’Europa e nel mondo, la ricerca della pace e del bene comune, il rispetto della vita come pure la difesa della dignità di ogni persona e di tutti i popoli. Sulla Sua persona e su tutti gli abitanti della Francia invoco di tutto cuore la benedizione del Signore

Francesco

Le “radici cristiane” della Francia vengono indicate “tra le altre”, e questa diplomatica nota di discrezione confessionale non impedisce al Papa di essere più diretto sulle tematiche schiettamente politiche:

  • parla di patria e di paese, ma non di nazione né di stato;
  • accenna a situazioni di ingiustizia e di diseguaglianza ma senza rifarsi al principio di “égalité”, bensì a quello di “fraternité”;
  • tocca la questione europea ponendovi al centro la ricerca del bene comune, da perseguire tramite cooperazione e solidarietà;
  • sfiora i temi di bioetica col richiamo al “rispetto della vita” e alla difesa della “dignità di ogni persona”.

Per contro, Macron è un candidato che nei giorni scorsi ha composto un esecutivo “di larghe intese”, e tradizionalmente le larghe intese chiedono di minimizzare, con proporzionalità inversa, i temi divisivi. Come ho già scritto su Aleteia, però, alle pagine  18-19 del suo programma, per esempio, Macron ha fatto scrivere: «Applicheremo strettamente il principio di laicità». Spiegando così:1490004468140.jpg

Organizzeremo per i ministri del culto una formazione universitaria alla laicità, ai valori della République e alla lingua francese. Svilupperemo la conoscenza delle differenti religioni a scuola, prevedendo un insegnamento specifico sul fatto religioso.

C’è di che restare perplessi: a che titolo lo Stato pretenderebbe di “formare alla laicità” i ministri di culto? E con quali criteri? È vero che il riferimento “alla lingua francese” farebbe pensare che la proposta si indirizzi meno ai parroci e ai rabbini che agli imam, ma vi sono ugualmente, in Francia, tanti preti extracomunitari, e forse sul francese di alcuni di loro si potrebbe trovare da ridire… di nuovo, a che titolo dovrebbe incaricarsene lo Stato? Quanto ai corsi di religione nella scuola statale, certamente lo Stato è padrone di stabilirvi le regole che preferisce nell’insegnare le discipline che voglia… e tuttavia di fronte a uno Stato che pretenda di “formare i ministri” delle confessioni religiose, come si potrebbe stare tranquilli al pensiero che insegni ai bambini e ai giovani “il fatto religioso” secondo una simile lettura laicista?

A rileggerlo ora mi è tornato alla mente un passaggio del famoso discorso di Nicolas Sarkozy pronunciato mentre, il 20 dicembre 2007, il neo-presidente veniva simbolicamente istituito protocanonico di San Giovanni in Laterano:

Per molto tempo la République laica ha sottovalutato l’importanza dell’aspirazione spirituale. Anche dopo il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra la Francia e la Santa Sede, essa si è mostrata più diffidente che benevola, riguardo ai culti. Ogni volta che ha fatto un passo verso le religioni – si trattasse del riconoscimento delle associazioni diocesane, della questione scolastica, delle congregazioni, essa ha dato l’idea di star agendo, diciamolo!, perché non poteva fare altrimenti. […] Ancora oggi, la République mantiene le congregazioni sotto clausole di tutela, rifiutando di riconoscere un carattere cultuale all’azione caritativa, ripugnando di riconoscere il valore dei diplomi di laurea rilasciati negli istituti cattolici di istruzione superiore, e non accordando alcun valore ai diplomi di laurea in teologia – in considerazione del fatto che essa non deve interessarsi alla formazione dei ministri di culto.

Apperò, quante cose possono accadere in dieci anni: nel 2007 la Francia considerava carta straccia i diplomi dell’Institut Catholique di Parigi perché «non deve interessarsi alla formazione dei ministri di culto», e nel 2017 propone di istituire «per i ministri del culto una formazione universitaria alla laicità». Qualcosa sembra essere andato per il verso sbagliato.

Non ricordo se fosse il 2008 o il 2009, quando visitai Tunisi. La sera, in una delle piazze principali, attaccai bottone con un gruppo di ragazzi. Naturalmente parlavamo francese (l’arabo non lo so) e sono rimasto a bocca aperta nel vedere che non comprendevano cosa volesse dire la parola “laïcité”, che avevo usato in un passaggio della chiacchierata. Si sono incuriositi molto a sentire quella parola della loro lingua che loro non conoscevano e che appena oltre il Mediterraneo – lo imparavano in quel momento da me – sembra essere il superdogma della res publica.

Uno o due anni più tardi (era il 2010) Rosy Bindi dava alle stampe con Laterza il suo Quel che è di Cesare, un testo che in teoria avrebbe dovuto riaffermare la tenacia del Vangelo come vero elemento storicamente irriducibile al Potere. Tutto vero, ma sappiamo quali posizioni la Bindi abbia sostenuto negli anni, anche successivamente a questa pubblicazione. La sintesi di una proposta evangelica veramente rottamata, questa sì, la diede Matteo Renzi, rottamatore (anche) dell’ispirazione popolare e democristiana: «Ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo» (12 maggio 2016) è frase che avrebbe costretto Sturzo e De Gasperi al vomito.

Dunque qualcosa è andato male, sarà meglio rimettersi a studiare. Lo suggeriva anche Benedetto XVI:

La città di Dio – opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia – venne scritta tra il 413 e il 426 in ventidue libri. L’occasione era il Sacco di Roma compiuto dai Goti nel 410. I pagani, ancora numerosi in quel tempo, ed anche non pochi cristiani pensano che il Dio della nuova religione e gli stessi Apostoli avevano mostrato di non essere in grado di proteggere la città. Ai tempi delle divinità pagane Roma era caput mundi, la grande capitale, e nessuno poteva pensare che sarebbe caduta nelle mani dei nemici. Adesso, con il Dio dei cristiani, questa grande città non appariva più sicura. Quindi il Dio dei cristiani, che non proteggeva, non poteva essere il Dio al quale affidarsi. A questa obiezione, che toccava profondamente anche il cuore dei cristiani, risponde sant’Agostino con questa grandiosa opera, La città di Dio, chiarendo che cosa dobbiamo aspettarci da Dio e che cosa no, qual è la relazione tra la sfera politica e la sfera della fede, della Chiesa. Anche oggi questo libro è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa, la grande vera speranza che ci dona la fede.

Questo grande libro è una presentazione della storia dell’umanità governata dalla Provvidenza divina, ma attualmente divisa da due amori. E questo è il disegno fondamentale, la sua interpretazione della storia, che è la lotta tra due amori: amore di sé «sino all’indifferenza per Dio», e amore di Dio «sino all’indifferenza per sé» (La città di Dio XIV,28), alla piena libertà da sé per gli altri nella luce di Dio. Questo, quindi, è forse il più grande libro di sant’Agostino, di un’importanza permanente.

Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa ne sintetizza la lezione:

La Chiesa e la comunità politica, pur esprimendosi ambedue con strutture organizzative visibili, sono di natura diversa sia per la loro configurazione sia per le finalità che perseguono. Il Concilio Vaticano II ha riaffermato solennemente: «Nel proprio campo, la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra» [GS 76]. La Chiesa si organizza con forme atte a soddisfare le esigenze spirituali dei suoi fedeli, mentre le diverse comunità politiche generano rapporti e istituzioni al servizio di tutto ciò che rientra nel bene comune temporale. L’autonomia e indipendenza delle due realtà si mostrano chiaramente soprattutto nell’ordine dei fini

Il dovere di rispettare la libertà religiosa impone alla comunità politica di garantire alla Chiesa lo spazio d’azione necessario. La Chiesa, d’altra parte, non ha un campo di competenza specifica per quanto riguarda la struttura della comunità politica: «La Chiesa rispetta la legittima autonomia dell’ordine democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l’una o l’altra soluzione istituzionale o costituzionale»[Centesimus annus 47] e non ha neppure il compito di entrare nel merito dei programmi politici, se non per le loro implicazioni religiose e morali.

Compendio DSC 424

Insomma, mentre si ripropone l’annoso dilemma della sensatezza e della liceità del “partito dei cattolici” – e si pone perché il dovere di impegnarsi in politica non si può sentire alla vigilia di un ballottaggio tra due candidati invotabili – torna in sordina anche il tema del senso e della possibilità di una “democrazia cristiana” (absit iniuria verbis: intendo il sintagma, non il partito storico!). E torno alla sempre troppo disattesa lezione di Augusto Del Noce:

La vera definizione della democrazia cristiana non deve […] essere cercata nell’idea, di origine chiaramente modernistica, che la democrazia sarebbe l’espressione sul piano politico del fermento evangelico, ma in quella secondo cui soltanto il principio religioso permetterebbe alla democrazia di non rovesciarsi in un potere oppressivo larvato o aperto.

Il concetto di democrazia cristiana significa perciò qualcosa di assai diverso da quello di democrazia pura, cioè di democrazia elevata a valore. Non si considera abbastanza, a mio giudizio, che l’elevazione della democrazia a valore equivale alla negazione dell’autorità dei valori; e mi pare che su questo punto abbia tutte le ragioni Kelsen quando dice che l’idea di democrazia pura importa la negazione dei valori assoluti. Mi limito ora soltanto a sottoporre alla vostra riflessione questo punto: se la democrazia viene elevata a valore, bisogna dire che non si può essere coerentemente democratici se non professando la teoria democratica della conoscenza, cioè quella secondo cui può essere tenuto per vero soltanto ciò che da tutti è verificabile; ma per questa via bisognerebbe giungere ad asserire che la democrazia è incompatibile con la mistica. E non starò qui a cercare le citazioni di coloro che hanno affermato questo giudizio, talvolta contrapponendo l’occidente all’oriente teocratico perché mistico. Era già un’opinione dei radicali dell’800, ma, a ben guardare, quante tracce ha lasciato, anche se letterariamente rinverdite, in giudizi moderni di storici e di sociologi!

(Augusto Del Noce, I cattolici e il progressismo, 140)

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