Note a margine di “Pornocratie”

Oggi ho pubblicato su La Croce il mio annunciato articolo sul documentario di Ovidie mandato in onda su Canal +, in Francia, la sera del 18 gennaio (dunque praticamente un mese fa). Metto le mani avanti: se qualcuno si sta annoiando, con questa storia del porno, lo capisco – l’argomento è penoso e indulgere su cose torbide non fa bene al cuore. Vorrei tuttavia aggiungere alcune considerazioni che nell’articolo non ho avuto modo di esprimere, e spero di poter con ciò chiudere l’argomento.

Prima di tutto: perché non ho aggiunto le osservazioni che seguono direttamente nel testo dell’articolo? Banalmente, per motivi di spazio: già la trascrizione sintetica dei contenuti del documentario mi aveva fatto superare nettamente il muro delle 20mila battute… la pagina era finita (la carta stampata ha degli argomenti ineffabili ad argine della logorrea degli “scrittori”!). Meno banalmente, anche se non ci fossero stati problemi di spazio non sarebbe stato facilissimo tenere insieme le mie considerazioni con quelle di Ovidie, perlomeno senza rischiare di confonderle o dividerle più di quanto fosse opportuno. Infine, spesso i redattori di testate si riservano il mezzo di un blog a mo’ di “cantuccio lirico”. Dunque sì, è il caso di aggiungere queste note a margine di Pornocratie.cover-pornographie-canal-plus

Perché riportare i contenuti di Pornocratie

Una buona domanda, partiamo da qui. Se io fossi un produttore televisivo, chiamerei Canal + e acquisterei il documentario: qualitativamente è un buon prodotto, l’argomento “tira” e l’investimento rientrerebbe senz’altro. Ma questo sarebbe ancora poco: il fatto che sia un buon prodotto avrebbe un impatto positivo, penso, in molti ambienti particolari, ne beneficerebbero diverse fasce di popolazione, e sull’intera società se ne registrerebbero ripercussioni favorevoli. Restano due fatti: il primo è che io non sono un produttore televisivo, dunque non ho modo di chiamare Canal + per farmi vendere i diritti (e lasciamo stare i soldi…); il secondo è che, comunque, non si gioca col fuoco. Nessuno di noi può presumere di maneggiare impunemente materiali tossici, perché sì, ritengo che la pornografia sia tossica. Il documentario non indulge oziosamente nella pornografia in senso stretto, questo va riconosciuto, ma qualche passaggio (come quello al “salone del porno” di Berlino) è così disturbante che, se fossi un produttore Tv e avessi acquistato i diritti del film, sarei fortemente tentato di emendarlo (ma la censura non è mai bella, anche quando s’impone come necessaria ovvero opportuna).

Tuttavia, il reportage di Ovidie apre uno squarcio così importante sui retroscena dell’industria mondiale a luci rosse che mi è parso della massima utilità il riportarne i contenuti: a un quindicenne non farei vedere Pornocratie, anche se fossi il famoso produttore di cui sopra e perfino se ne avessi tagliato qualche fotogramma più sgradevole; penso che però leggere il resoconto dei contenuti del documentario potrebbe fargli un grande bene. È gettare un’occhiata proibita oltre il velo di Maya: si perde un briciolo di innocenza e si guadagnano motivi di prudenza (le creature come Thérèse de Lisieux o Gemma Galgani, che non hanno acquistato la seconda spendendo la prima, sono piuttosto rare). E anche qui gioverà tenere a mente il salutare monito del canone 16esimo del Decreto tridentino sulla Giustificazione (1547, sessione VI):

Si quis magnum illud usque in finem perseverantiæ donum se certo habiturum absoluta et infallibili certitudine dixerit, nisi hoc ex speciali revelatione didicerit, anathema sit.

[Se qualcuno dicesse di essere sicuro, con certezza assoluta e che non ammette errore, di accogliere e coltivare come habitus e virtù il grande dono della perseveranza, a meno che non lo abbia appreso da una rivelazione particolare, sia anatema]

Cosa si guadagna? – Quello che Ovidie dice

Proprio all’inizio del primo documentario sull’argomento, À quoi rêvent les jeunes filles ? (diffuso nel 2015), l’autrice diceva: «Ciò che era sulfureo è diventato all’improvviso banale». Questo è vero, ma Pornocratie aggiunge un tassello importante, dal momento che rivela il freddo scheletro plutocratico che sta nascosto nell’armadio scintillante della pornografia. Riporto qualche stralcio dell’articolo (e rimando a La Croce per il resto).

Pierre Woodman, un produttore porno che compare spesso nel documentario ma che da principio appare semplicemente un autista, dice a Ovidie come il vero problema sia che i crescenti ritmi del business hanno fatto sì che «nel settore tutti si facciano, in vena o di pillole o d’altro: è tutta una banda di drogati». Questo perché – spiega – quando arriva una ragazza sul “set”, e quel giorno bisogna girare del “sesso anale” (quantunque invalsa nell’uso, l’espressione resta una contradictio in adjecto), e la ragazza è solitamente alla sua prima esperienza in tal senso, non si può pretendere di procedere a penetrazioni, talvolta anche doppie, senza rilassarle chimicamente gli sfinteri con pillole concepite per aiutare i parti. Anche i partner sono anestetizzati e “sotto botta”. Il carosello però non si può fermare: ci sono in gioco 45 milioni di contatti streaming al giorno, un miliardo e mezzo o due al mese, per un totale attuale di più di cento miliardi di video porno (non solo in streaming) all’anno.

[…]

Neanche Alina e Juliana (le maîtresses della maison) hanno idea, in realtà, di quante ragazze siano attualmente nella struttura: «Non so, non ne ho idea. Per l’hardcore credo che ci aggiriamo tra le 150 e le 200, ma il numero oscilla di continuo: c’è chi resta incinta, chi si sposa, chi semplicemente non vuole più lavorare nel porno. Le ragazze cambiano sempre, ma teniamo tutta la situazione sotto controllo». «All’inizio era un business molto simpatico: un bel giro, tanta gente fica, le ragazze erano più carine (perché venivano pagate di più). E poi a un tratto tutto è crollato: le case di produzione non sono più venute, gli Americani non si vedono da un pezzo…»

E poi spiegano che anche “le pratiche” sono cambiate: «Oh, sì: è tutto più brutale. Diciamo che in generale è tutto più perverso, lo spirito della situazione è più perduto». […] «…il porno è diventato più accessibile e tutti vogliono andare oltre, passare allo step successivo. La gente è impazzita, è molto più pazza di quanto non sia mai stata».

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Ovidie riflette: «La differenza con le precedenti generazioni è che le attrici di oggi sono cresciute anch’esse col porno, ne hanno subito l’influenza, e così oggi accettano pratiche che la maggior parte dei produttori non avrebbe mai osato proporre, prima».

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«L’80% della produzione vive di pirateria, alla legalità resta poca cosa. Sono tre o quattro marchî a essersi imposti, raggiungendo fatturati inauditi fino ad ora, che crescono esponenzialmente negli ultimi anni. Decine di case produttrici minori, che rispettavano le leggi francesi ed europee, sono state schiacciate da case senza scrupoli, liminari ad associazioni paramafiose». Alla domanda su come si generino guadagni da prodotti non in vendita, Dorcel risponde che «l’obiettivo primario, al giorno d’oggi, è guadagnare visibilità e audience: nel porno si prende un contenuto e lo si butta là gratuitamente. Così si genera all’istante una visibilità molto forte, una audience mondiale: milioni di contatti unici al giorno. Poi si cerca di portare quei consumatori sui contenuti a pagamento. Il gioco funziona se si riesce a eliminare ogni tipo di tassazione. Lo sai dove hanno sede i Tubes? Non ce n’è uno fuori da un paradiso fiscale. E non si tratta soltanto di avere base in Paesi che possano sfuggire a ogni legge sul copyright, ma ancora di più: porre le sedi in Paesi con fiscalità a triplo 0. Quando riesci a fare questo, allora fatturi centinaia di milioni» [Gregory Dorcel, magnate del porno europeo].

[…]

«C’erano circa 370 milioni di visitatori al mese, su YouPorn. In quello stesso momento abbiamo afferrato anche la vastità dei danni che avremmo fatto agli altri sul mercato. Allora abbiamo cercato di aiutarli [sic!]: eravamo il diavolo in persona! Chiamavamo i produttori e dicevamo: “Ehi, siamo YouPorn, dateci le licenze dei vostri contenuti e vi aiuteremo, manderemo i nostri utenti sui vostri siti”. Ma tutti hanno pensato lo stesso: “Volete fregarci! Perché gente che può vedere gratis tutto quello che vuole dovrebbe pagare per accedere a dei contenuti?”. E allora… i Tubes esistono da otto anni [l’intervista non è recentissima, N.d.R.], se volete sopravvivere dovete adattarvi al nuovo corso. Quelli che hanno rifiutato, semplicemente sono fuori dal mercato» [J-T, fondatore di YouPorn].

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«È una macchina capitalista che funziona a discapito di tutto e tutti». Poi racconta di aver incrociato anche Thylmann: «L’ho incontrato ma non so se sia veramente il capo o cosa. La società è veramente strana: i miei bonifici arrivano dal Sudafrica, hanno ufficî in Irlanda, ci sono tizî con cognomi greci, falsi accenti greci, raccontano di venire dal Québec. Lavorando con loro ho smesso di credere a tutto quello che dicono, è tutto senza senso» [“Stoya”, “attrice”].

[…]

«Grandissime società e nessuno li conosce; hanno tonnellate di Tubes ma fanno tutto su PornHub […]. Usano grandi pubblicità a Times Square e si garantiscono così una rispettabilità generale, come a dire: se potete fare pubblicità, è chiaro che siete legittimi. Una società diabolica non potrebbe certo farsi pubblicità così apertamente!» [Roy Klabin, giornalista d’inchiesta specializzato in società anonime].

[…]

«All’inizio la società si chiamava “Mansef”, perché apparteneva a Stephan Manos e Ouissam Yosef. Poi hanno cambiato nome, sono diventati Manwin, ma è impossibile sapere se i fondatori erano ancora implicati nell’affare o no. Parlavano di una nuova direzione, ma non venivano mai fuori nomi: Thylmann era il frontman, ma neanche questo è chiaro. Qualche anno dopo sono diventati Mindgeek, ma non si sa chi ci sia dietro».

Nagel ribadisce che non si riesce a risalire oltre un certo livello: «Certo è strano che Thylmann avesse sede a Bruxelles, mentre il quartier generale è a Montréal – devono quindi esserci altri manager, in Canada, e secondo me almeno per un certo tempo i canadesi sono stati i registi» [Nate Glass, agente anti-hacking; Lars Marten Nagel, giornalista di Die Welt].

A Cipro la redazione di Die Welt aveva trovato un documento attestante una disponibilità (di Thylmann) pari a 352 milioni di dollari, che doveva essere usata per comprare società. Pare che i soldi venissero, almeno in parte, da Goldman Sachs, ma da un certo punto in poi non si riesce a tracciare quel denaro.

[…]

I fili si riallacciano durante l’incontro con Mike South, produttore e blogger (quello che per questa storia si è ridotto a girare col bastone in mano e la pistola in tasca). All’epoca dell’indagine federale sulla compagnia, Mike fu interrogato e da allora ricevette svariate minacce di morte. Da Manwin gli avevano detto: «Guarda sul lato della società di investimenti Fortress», che aveva comprato quote in un’impresa maggiore fatta da Call Back Capital, la quale ha prestato 350 milioni di dollari a Manwin che li ha usati per comprarci Digital Playground, Babes.com, Redtubes… tutte società che ora stanno collassando. «Non vedo alcun business legale – dice South – attorno a Mindgeek». Mindgeek quindi vende traffico ad alcune compagnie, e poi ad altre, e poi ancora ad altre. «E il traffico – spiega South – non è niente»: niente di inventariabile. Impossibile controllare. Ma intanto il denaro gira da un Paese all’altro, e poi all’altro e a un altro ancora. Una grande lavanderia di denaro sporco, che praticamente non lascia impronte e di cui non si conoscono i vertici.

Dopo le parole degli stessi protagonisti di questa storia, non sarebbe azzardato usare anche noi l’aggettivo “diabolico”, e preso in accezione più stretta di quanto abbia fatto per esempio J-T: se il sesso non è più “sulfureo”,  non si può dire lo stesso di questa storia, che odora di zolfo a certi livelli.

E non è detto che lo zolfo non copra altri miasmi: il denaro si sporca sempre per vie di omicidio, a ben vedere. Una “banale” evasione fiscale significa già di per sé lo sfruttamento del “lavoro” delle sventurate che finiscono in quel tritacarne: le schiave sulla Salaria sono pagate molto meglio delle loro colleghe “camgirl”, e perlomeno non devono subire lo sfregio di avere per papponi dei ricchi lussemburghesi che si atteggiano a “persone perbene”. Oltre a questo banale livello, poi, ci sono i traffici d’armi, i finanziamenti occulti a movimenti terroristici o sovversivi, le pressioni finanziarie per condizionare le politiche dei “Paesi liberi”…

È bene che le persone si rendano conto che acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico. C’è dunque una precisa responsabilità sociale del consumatore, che si accompagna alla responsabilità sociale dell’impresa.

Benedetto XVI, Caritas in Veritate 66

Ed è bene capire, chiosando l’enciclica di Papa Benedetto, che talvolta si acquista anche senza pagare. E questo è il caso del porno. Ce n’è abbastanza, stavolta almeno, perché la domanda “che male c’è?” venga soddisfatta a sazietà.come-accedere-nel-deep-web

Cosa si rischia? – Quello che Ovidie non dice

Non dovremmo però lasciarci andare all’ingenua illusione di aver trovato in Ovidie un’alleata nella lotta alla pornografia. Non ho (ancora) letto o visionato le sue interviste dell’ultimo periodo (ne ha rilasciate molte, da un mese a questa parte), ma l’idea che mi sono fatto dal secondo documentario e dal primo, che però non sono riuscito a guardare tutto, è questa: Ovidie non denuncia l’industria del porno in sé e per sé, e anche se di tanto in tanto depreca le degenerazioni etiche implicate da quel mercato, non perciò condanna la pornografia in toto. Una domanda che mi piacerebbe rivolgerle, se ne avessi occasione, è: «Hai detto che nessuno immagina l’impatto che ha avuto nella tua vita il rivedere i tuoi film dappertutto senza che tu abbia dato alcuna autorizzazione in merito. Ebbene, ci racconti di questo impatto?». Da quella dichiarazione sembrerebbe che il problema, per lei, non sia semplicemente nell’essere stata defraudata dei proprî diritti d’immagine; in altri punti dei documentarî, però, trapela l’idea che “prima di YouPorn” la musica fosse tutta un’altra.

Ed è un’idea molto diffusa anche tra i critici della “cultura porno”, perfino tra quanti come noi cercano di guardarsi dalla contaminazione che tappezza ogni angolo del mondo virtuale e reale (ché poi sono le persone dentro entrambi a fare l’uno e l’altro): distinguere tra “erotismo” e “pornografia” è spesso un astratto teorema estetico, più utile ad abbassare l’asticella della sensibilità generale al tema che a rendere le persone più consapevoli, più mature e più forti.

Per esempio, l’altra sera stavo rivedendo Borotalco di Carlo Verdone, e mi sono stupito davanti alla prima scena in casa di “Manuel Fantoni” (quello del «…cargo battente bbandiera libbberiana»): il protagonista sta seduto accanto a una finestra la cui parte inferiore sembra un acquario, perché in effetti è parete di una piscina. Una bellissima donna vi nuota, nuda come un pesce; poi si alza, statuaria e gocciolante, e si offre allo sguardo del ragazzo complessato e imbranato. Beh, non c’è che dire, era un belvedere. Assolutamente non paragonabile alle immagini rivoltanti del “salone del porno” che affiorano nel documentario di Ovidie. Si sarebbe tentati di riconoscere così la differenza tra “erotismo” (sensuale e piacevole) e “pornografia” (sguaiata e sgradevole). Sarebbe un’analisi superficiale e fallace, temo: nella scenografia di Borotalco, almeno mi pare, la casa di Fantoni è un luogo pornografico per definizione. È il palcoscenico delle bugie più incredibili e gratuite che l’uomo possa dire su di sé, anche senza un perché. Il fatto che sia teatro di tante peripezie farsesche (il grande Brega: «Pure co’ ’e negre, ’sto cornuto!») dice la finezza di Verdone, non quella del suo spettatore medio.

Proibire o no: ecco il problema

In ultimo, ripenso a tutto e dico: forse allora la proposta di proibire per legge l’accesso ai siti porno non è una bislacca idea di qualche “signore voluminoso”, ma una via politicamente praticabile e di fatto già posta in atto. Non parlo degli ipocriti governi islamisti, che velano le donne e mettono il Viagra nel rancio dei guerriglieri: dico delle Filippine, e se queste sono troppo a sud prendiamo il Regno Unito (dove il ban è parziale, al momento). Se Filippine e Inghilterra risentono troppo del retaggio insulare, o se si obietta che comunque sono “troppo piccole” per poter far testo, si pensi all’India. E se questa è troppo a Oriente per interessarci, allora si pensi al Canada, che ne discute da un po’ (e grazie a Ovidie ora sappiamo tutti quanto debba essere forte la pressione pornocratica sui poteri politici).images

Chi l’avrebbe detto, che il provocatorio titolo del saggio di Pierre-Joseph Proudhon sulla nascente questione femminile sarebbe stato ripreso quasi centocinquant’anni dopo per dare il nome a un’Apocalisse laica sul momentaneo trionfo di Babilonia? E chi l’avrebbe detto che quando si parla degli oscuri “poteri forti” ci si riferisce veramente alle “potenze dell’etere” che, in senso strettissimo e concretissimo, ingrossano conti bancarî grazie a quello che la gente, senza sborsare un centesimo e senza volere il male di nessuno, fa nel segreto della sua stanza?

ὅτι οὐκ ἔστιν ἡμῖν ἡ πάλη πρὸς αἷμα καὶ σάρκα ἀλλὰ πρὸς τὰς ἀρχάς, πρὸς τὰς ἐξουσίας, πρὸς τοὺς κοσμοκράτορας τοῦ σκότους τούτου, πρὸς τὰ πνευματικὰ τῆς πονηρίας ἐν τοῖς ἐπουρανίοις.

La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.

Paolo, Efesini 6,12

E se vi siete detti:
“non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente”,
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco,
provate pure a credervi assolti:
siete lo stesso coinvolti.

Fabrizio De André, Canzone del maggio

Informazioni su Giovanni Marcotullio 297 articoli
Classe 1984, studî classici (Liceo Ginnasio “d'Annunzio” in Pescara), poi filosofici (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PhD RAMUS) e teologici (Pontificia Università Gregoriana, Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, Pontificia Università “Angelicum”, PhD UCLy). Ho lavorato come traduttore freelance dal latino e dal francese, e/o come autore, per Città Nuova, San Paolo, Sonzogno, Il Leone Verde, Berica, Ταυ. Editor per Augustinianum dal 2013 al 2014 e caporedattore di Prospettiva Persona dal 2005 al 2017. Giornalista pubblicista dal 2014. Speaker radiofonico su Radio Maria. Traduttore dal francese e articolista per Aleteia Italiano dal 2017 al 2023.

1 commento

  1. Grazie, Giovanni, per questa riflessione. In effetti l’idea che rischia di passare ,leggendo i contenuti documentario, è che ci sia qualcosa di buono in un porno un po’ più umano, quello del passato. Ma questa tesi è insostenibile.

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