«Nel postconcilio tanti confratelli lasciarono per un vuoto, non per le donne»

Don Francesco Angelucci sul limitare del presbiterio della chiesa del Sacro Cuore in Nettuno (Roma). 25 gennaio 2022.

A mezza mattinata mi ha sorpreso la telefonata, vibrante dell’entusiastica fanciullezza spirituale che lo contraddistingue, del prete anziano1Figura etimologica ridondante, ma semanticamente opportuna (don Francesco è del 1942): forse si potrebbe arrivare a dire “piú anziano”… che presta la sua opera nella mia parrocchia: “il nonno” della parrocchia, direi rifacendomi al magistero di papa Francesco, o come dice lui stesso motteggiando il (piú giovane) parroco «quello che si tiene i misteri gaudiosi e lascia ad altri i dolorosi»2Cioè le incombenze giuridico-amministrative dell’ufficio di Parroco. E don Massimo, da parte sua, bonariamente smorza: «Suvvia, “dolorosi”! …diciamo pensosi!».. «Ho letto il tuo articolo sull’Osservatore Romano! Mi sono ritrovato tantissimo in quello che dici proprio all’inizio, io l’ho vissuto in prima persona e ho sempre avuto quella percezione…», e giú via un ruscello di pensieri e di parole. 

«Don Francesco, grazie di cuore – gli ho risposto –: ma perché questa preziosa testimonianza non me la manda per iscritto, cosí la condividiamo con qualcuno che potrà interessarsene?». La sua modestia ha fatto sí che lo dovessi pregare un poco, ma evidentemente il giusto piacere di raccontare la propria esperienza ha avuto facilmente la meglio sul virtuoso pudore della sua canizie. Dopo appena un’oretta, infatti, ho ricevuto una sua mail col testo che ho il piacere di pubblicare. 

Qualche mese fa, parlando con un amico a proposito del Sinodo sulla Sinodalità, dicevo che secondo me bisognerebbe provare ad «ascoltare i preti». Lo so che non si porta bene, questa affermazione, in tempo di “lotta al clericalismo”, ma qui non si tratta di ripristinare stati di cose già obsolescenti quando furono dismessi, bensí di ascoltare dalle bocche di questi nonni, specialmente di quelli piú anziani, il racconto di epoche e di epiche a cui tutti noi pretendiamo di rifarci (alcuni quasi come a “miti fondativi”), ma che non abbiamo vissuto. 

Avevo 19 anni quando, a Milano, il compianto mons. Luigi Sartor mi raccontava per la prima volta la sua esperienza di giovane prete nel post-concilio, e da allora ne avrei sentiti molti altri narrare di quegli anni strani in cui, letteralmente dalla sera alla mattina, si veniva a sapere che aveva lasciato il ministero quel confratello che si era incontrato per cena il giorno prima. «I migliori muoiono – chiosava col suo ruvido humour il padre Mucci, di venerata memoria –, i buoni se ne vanno… ed eccoci qui». 

Anche il settimanale francese “La Vie” tocca la questione “paternità-senza-clericalismo” nell’ultimo numero

Già: chi sono i preti-che-sono-rimasti? Perché sono ancora al proprio posto? Allora hanno capito (almeno loro) qual è il loro posto? E come hanno fatto a reggere ai marosi? Ascoltando questi padri grigi e bianchi ho sempre la sensazione di parlare con dei superstiti, dei sopravvissuti, anzi – visto che sprizzano vita da tutti i pori – dei sopravviventi (o meglio ancora… dei superviventi). Penso che ascoltarli ci farà solo del bene: non accumuleremo un grammo di clericalismo, e anzi acquisteremo forse qualche mezzo per non incappare noi stessi nei lacci che abbiamo fretta di dichiarare sgominati ed estinti. 


Caro Giovanni,
ho letto con intima partecipazione il tuo articolo sull’Osservatore Romano di ieri (15 febbraio) a pagina 3. Ho rivisto in un attimo il mio vissuto interiore, essendo stato ordinato a Concilio ancora aperto (luglio 1965) e avendo vissuto dai primi battiti la ricaduta del Concilio sul nostro ministero presbiterale e su tutta la vita della Chiesa. È stata sicuramente una esplosione di primavera, e non sarebbe difficile dilungarsi nella descrizione di questa bellezza. Questa esperienza di gioia non contraddice, ma contestualizza correttamente la “incomprensibile” nota contraria, data dall’imprevisto numero di abbandoni di prebiteri, proprio nei primi decenni successivi al Concilio, che credo non abbia confronti con altre epoche della storia della Chiesa. Lo dico avendo sofferto questa situazione in stimati confratelli, e soprattutto nelle loro motivazioni. Queste non riconducibili facilmente alla classica “cotta” per una donna, ragione della quale fin da bambino avevo conosciuto esempi dolorosi, ma facilmente classificabile negli schemi della comprensibile fragilità umana, peraltro affidata alla misericordia del Signore e come tale sottratta a qualsiasi giudizio di superba condanna umana.

Io sentivo che l’emorragia di molti preti
era dovuta ad una specie di vuoto,
o forse apparenza di vuoto…

Io sentivo che l’emorragia di molti preti era dovuta ad una specie di vuoto, o forse apparenza di vuoto, in confronto con la grossa considerazione del “prete” nella fase precedente, quando la vocazione presbiterale poteva facilmente essere riconosciuta a chiunque avesse voluto assumere un qualche impegno serio per la Chiesa: il servizio educativo ai ragazzi, l’assistenza ai bisognosi, l’amore per la ricerca teologica, in primis l’amore per la liturgia nei suoi diversi aspetti…

Rispetto all’immaginario precedente, sentivo che il Concilio aveva molto sfoltito l’identikit operativo del prete, assegnandone molte note al “laico”, finalmente riscoperto nella sua ricchezza di “λαϊκός”, cioè membro vivo del popolo (“λαός”) di Dio, nella sua triplice funzione profetica-sacerdotale-regale. Ricordo, oggi con simpatia, qualche momento di scontro sulla rivendicazione di competenze con laici molto impegnati e personalmente molto amici. Contemporaneamente anche il ruolo del Vescovo era stato rimesso in grande rilievo non più come semplice fiduciario del Papa ma proprio in tutta la ricchezza della sua appartenenza al “Collegio dei Vescovi” che, a completamento del Vaticano I interrotto, aveva illustrato più compiutamente il Primato del Papa.

Il “presbitero”, anche lui riscoperto dal Concilio, ma rispetto all’immaginario collettivo precedente un po’ schiacciato tra le due giuste riscoperte del “vescovo” e del “laico”, ha sperimentato una diffusa crisi di identità. Sentivo che i dolorosi abbandoni di confratelli erano motivati da questa strana percezione di “superfluo” dell’essere prete, piuttosto che da crisi sentimentali.

Personalmente sono stato molto aiutato dall’accento posto, nei molti incontri formativi in Seminario e da prete, sullo specifico del “presbitero”, che di suo non è nessuno, ma che in lui, strettamente unito al vescovo, è Cristo in persona che agisce proprio come capo (testa) che anima e coordina le Sue membra. Mi avevano aiutato a capire che il prete di suo non è nessuno (κένωσις), ma è tutto a disposizione di Cristo-Capo affinché Lui possa esprimere (ἐπιφάνεια) la Sua azione vivificante nello Spirito Santo in tutti i membri della Chiesa. Ci dicevano giustamente e opportunamente che il prete non ha la sintesi di tutti i ministeri, ma ha il ministero della sintesi.

Ricordo anche che personalmente recepii come un segnale benefico lo stop a un certo punto posto dal Papa (se ricordo bene S. Giovanni Paolo II) alla procedura “facile” di passaggio di preti allo stato laicale, facilità che in qualche modo mi poneva dubbi di ostinazione nella mia volontà sincera di perseveranza. Nel valutare il presente della Chiesa mi aiuta molto la considerazione che la crisi riguarda una esperienza di chiesa ben storicizzata di funzionalità omologante per la società civile, ma che il presente e il futuro sono apertissimi ad una presenza della Chiesa e del prete come “luce-lievito-sale” in un mondo che non la strumentalizza più e che, con velocità solo apparentemente diversa, è pronto a raccoglierne il messaggio e, con i tempi stabiliti da Dio, a farlo fruttificare. Lo vediamo già nelle moltissime comunità cristiane vive e operanti in contesti molto diversi e senza privilegi alle spalle.

Autori

,

Note

Note
1 Figura etimologica ridondante, ma semanticamente opportuna (don Francesco è del 1942): forse si potrebbe arrivare a dire “piú anziano”…
2 Cioè le incombenze giuridico-amministrative dell’ufficio di Parroco. E don Massimo, da parte sua, bonariamente smorza: «Suvvia, “dolorosi”! …diciamo pensosi!».
About Giovanni Marcotullio 269 Articles
Classe 1984, studî classici (Liceo Ginnasio “d'Annunzio” in Pescara), poi filosofici (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PhD RAMUS) e teologici (Pontificia Università Gregoriana, Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, Pontificia Università “Angelicum”, PhD UCLy). Ho lavorato come traduttore freelance dal latino e dal francese, e/o come autore, per Città Nuova, San Paolo, Sonzogno, Il Leone Verde, Berica, Ταυ. Editor per Augustinianum dal 2013 al 2014 e caporedattore di Prospettiva Persona dal 2005 al 2017. Giornalista pubblicista dal 2014. Speaker radiofonico su Radio Maria. Traduttore dal francese e articolista per Aleteia Italiano dal 2017.

Be the first to comment

Di’ cosa ne pensi