“Prete che lascia”: compassione anzitutto per la comunità lasciata

Ordinazioni presbiterali a Écône, 22 marzo 2021. Photo by Michel Grolet on Unsplash

Meno male che qualcuno (e chi di dovere) ha detto chiaramente queste cose, in merito al caso di don Riccardo Ceccobelli!

A me era stato chiesto un commento ma non me la sono sentita di scriverne: sarebbe stato difficile non farne trasparire un giudizio di condanna per il prete – che non c’è e non deve esserci. Il punto è che non si tratta della libera scelta di un uomo libero – come è stata perlopiú raccontata –, ma del venire meno a una promessa già fatta da un uomo già libero.

Rispetto per chi non riesce ad adempiere ai proprî impegni, ma la compassione si deve anzitutto alla Chiesa di Orvieto (che vive un momento di dolore, come ricorda il Pastore) e ai suoi fedeli.

Se mai io – e la morte mi colga prima! – lasciassi la mia famiglia per essermi “innamorato”, il cuore vi si dovrebbe stringere per mia moglie e per i miei figli, non per me.


Precisazioni a viso aperto

Domenica 11 aprile, il Vescovo Gualtiero Sigismondi, nella chiesa parrocchiale di Massa Martana, ha annunciato la sospensione di don Riccardo Ceccobelli dal servizio sacerdotale, a seguito della sua decisione di domandare al Santo Padre la grazia della dispensa dagli obblighi del celibato, chiedendo quindi di essere dimesso dallo stato clericale e dispensato dagli oneri connessi alla Sacra Ordinazione. Mons. Sigismondi – come riportato nel precedente Comunicato – ha chiesto di non commentare quanto don Riccardo ha deciso e di pregare per lui. Tuttavia, a seguito della rilevanza mediatica che l’annuncio ha suscitato, tale Ufficio interviene con alcune precisazioni.

La Chiesa chiede ai preti di vivere il celibato con maturità, letizia e dedizione, quale testimonianza del primato del Regno di Dio e, soprattutto, come segno e condizione di una vita pienamente donata: senza misura. Si diventa preti dopo almeno sette anni di discernimento e, attualmente, sempre più in età adulta, quando si ha maggiore coscienza e capacità di fare scelte definitive. Così è stato anche per don Riccardo, il quale, dopo un itinerario formativo durato almeno sette anni, ne aveva 33 quando è stato ordinato presbitero.

Una delle affermazioni che, in questa circostanza, va per la maggiore è la seguente: “Al cuore non si comanda”. Tale opinione è indice di quanto, in un tempo segnato dal relativismo, la ragione sia sottoposta al dominio del sentimento.

Si è parlato di eroismo davanti ad un prete che decide di mollare tutto perché si è innamorato di una ragazza; certamente occorre rispetto per la libertà di chi, pur avendo promesso solennemente di consacrare tutto se stesso a Cristo Gesù per il servizio alla Chiesa, non ce la fa, ma parlare di eroismo risulta davvero fuori luogo. Gli eroi sono quelli che rimangono in trincea anche quando infuria la battaglia, come, ad esempio, i mariti e le mogli o i padri e le madri che non mollano nei momenti di difficoltà, perché si sono presi un impegno e l’amore li inchioda anche nel tempo in cui i sentimenti sembrano vacillare; come i sacerdoti che, senza limiti di disponibilità e con cuore libero e ardente, vivono la fedeltà di una dedizione totale.

In questo momento di sofferenza, la Chiesa di Orvieto-Todi è chiamata a vivere con serena fiducia e a fare tesoro di quanto il Santo Padre ha ricordato proprio oggi, durante l’Udienza Generale: “Senza la fede, tutto crolla; senza la preghiera, la fede si spegne”.

Orvieto, 14 aprile 2021

(Uff. Com. Sociali della Diocesi di Orvieto-Todi – n. 9/2021)


Una cosa che mi sento di aggiungere, visto che (in parte inevitabilmente) quando si parla di simili casi si torna a discutere del celibato sacerdotale, è rimandare al saggio di Jean Mercier di cui – avendone curato io stesso la traduzione italiana – ho già parlato piú volte: sono stato già pagato, per la traduzione, e non mi spettano percentuali per il vostro acquisto, ma se lo leggerete capirete perché ho tanto desiderato tradurlo.

Il celibato è un grande dono e non richiede piú disciplina personale della castità matrimoniale (povero il matrimonio che ne è sprovvisto!): pensare il contrario rimanderebbe dritti dritti a una concezione del matrimonio quale “rimedio della concupiscenza” – alla faccia della Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II e della tanto vantata “tenerezza”.

In un denso ed articolato intervento tenuto nei primi mesi del suo pontificato – me lo ha ricordato il sempre opportuno Marco Rapetti Arrigoni – Papa Francesco, riflettendo proprio sul cammino di maturazione delle vocazioni e di formazione di seminaristi e novizie, aveva ammonito con parole di particolare sapienza ed attualità sui rischi insiti nel progressivo cedimento all’ingannevole e fallace “cultura del provvisorio” che induce a fuggire l’assunzione di decisioni ed impegni definitivi.

[…] tutti voi avete voglia di dare la vita per sempre a Cristo! Voi adesso applaudite, fate festa, perché è tempo di nozze… Ma quando finisce la luna di miele, che cosa succede? Ho sentito un seminarista, un bravo seminarista, che diceva che lui voleva servire Cristo, ma per dieci anni, e poi penserà di incominciare un’altra vita… Questo è pericoloso! Ma sentite bene: tutti noi, anche noi più vecchi, anche noi, siamo sotto la pressione di questa cultura del provvisorio; e questo è pericoloso, perché uno non gioca la vita una volta per sempre. Io mi sposo fino a che dura l’amore; io mi faccio suora, ma per un “tempino…”, “un po’ di tempo”, e poi vedrò; io mi faccio seminarista per farmi prete, ma non so come finirà la storia. Questo non va con Gesù! Io non rimprovero voi, rimprovero questa cultura del provvisorio, che ci bastona tutti, perché non ci fa bene: perché una scelta definitiva oggi è molto difficile. Ai miei tempi era più facile, perché la cultura favoriva una scelta definitiva sia per la vita matrimoniale, sia per la vita consacrata o la vita sacerdotale. Ma in questa epoca non è facile una scelta definitiva. Noi siamo vittime di questa cultura del provvisorio.

Io vorrei che voi pensaste a questo: come posso essere libero, come posso essere libera da questa cultura del provvisorio? Noi dobbiamo imparare a chiudere la porta della nostra cella interiore, da dentro. […] Voi, seminaristi, suore, consacrate il vostro amore a Gesù, un amore grande; il cuore è per Gesù, e questo ci porta a fare il voto di castità, il voto di celibato. Ma il voto di castità e il voto di celibato non finisce nel momento del voto, va avanti… Una strada che matura, matura, matura verso la paternità pastorale, verso la maternità pastorale, e quando un prete non è padre della sua comunità, quando una suora non è madre di tutti quelli con i quali lavora, diventa triste. Questo è il problema. Per questo io dico a voi: la radice della tristezza nella vita pastorale sta proprio nella mancanza di paternità e maternità che viene dal vivere male questa consacrazione, che invece ci deve portare alla fecondità. Non si può pensare un prete o una suora che non siano fecondi: questo non è cattolico! Questo non è cattolico! Questa è la bellezza della consacrazione: è la gioia, la gioia… […] Quando voi trovate esempi come questi, tanti, tante suore, tanti preti che sono gioiosi, è perché sono fecondi, danno vita, vita, vita… Questa vita la danno perché la trovano in Gesù! Nella gioia di Gesù! Gioia, niente tristezza, fecondità pastorale».

Papa Francesco, Incontro con i seminaristi, i novizi e le novizie (Aula Paolo VI, Sabato 6 luglio 2013)

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1 Commento

  1. C’è un aspetto di non poco rilievo decisamente trascurato in questa (ennesima) vicenda.

    Che sia trascurato da parte di chi ha una visione puramente mondana, non fa alcuna meraviglia, lascia perplessi, ma neppure qui fa purtroppo meraviglia, sia trascurato in “ambiente religioso” e ancor prima cristiano, ed è quello della Vocazione e della Tentazione, dove per Tentazione non si tratta tanto di parlare delle debolezze della carne, ma di quella che viene dal Maligno (il tentatore per l’appunto) e che ha a che fare con il suo non eterno (perché avrà una fine), ma certamente millenario combattimento contro la Santità, la Chiesa e certo non ultimo, lo stesso Iddio.

    Ora, se un Uomo che nel pieno della sua coscienza, libertà e discernimento – discernimento si badi bene aiutato, confermato ed infine benedetto dalla Chiesa – sceglie la Consacrazione a Dio, allo stesso modo in cui uno Sposo o una Sposa si donano totalmente e al Coniuge con solenne promessa di fedeltà e devozione, fidando nell’aiuto dello Spirito Santo, ad un certo momento si trova difronte a “qualcosa” o qualcuno che lo vuole portare lontano dalle sue promesse, dalla sua concreta vocazione, spingendolo a rompere l’impegno preso davanti a Dio e a tutta una Comunità, come dovremmo chiamare quel “qualcosa” o quel qualcuno?

    Ho utilizzato il paragone con il Sacramento del Matrimonio, non a caso, ma perché pur nella differenza di Ministero, l’impegno non è così diverso e perché entrambe sono precise Vocazioni (non le uniche nella Chiesa) e una VOCAZIONE, sarà bene ricordarlo, NON è “quel che vorrei fare da grande”, ma è un CHIAMATA specifica di Dio all’Uomo e come ogni chiamata di Dio, questa corrisponde per l’Uomo alla sua piena e feconda felicità e realizzazione, oltre che ad un “servizio” che viene a vantaggio non tanto e non solo del singolo, ma di tutta una Comunità e in ultima analisi di tutta la Chiesa.

    Quindi, e torno alla domanda, come chiamare quel “qualcosa” o quel qualcuno di cui sopra?
    Si badi bene, non sto parlando di un appellativo, che bolli con un epiteto la “rovina famiglie” o la “rovina preti”, ma di dare il giusto nome a ciò che si frappone tra noi e il compimento della Volontà di Dio, la Fedeltà a Lui che si concretizza anche nella fedeltà tra i Coniugi.

    Cristo, Deserto, Satana… viene nulla in mente? TENTAZIONI si chiamano!

    Se si ha ben in mente questo concetto, che non è puramente un “concetto”, e che presuppone anche avere piena coscienza dell’agire del Maligno nella nostra vita (ma anche questo oggi è messo molto in dubbio non solo in ambito mondano, ahimè) e se si è pronti al combattimento, stando sempre diciamo all’erta, pur senza paure o angosce, ecco che la donna che avvicina te sacerdote, che per avvenenza, animo gentile e amabile e tutto quel che si vuole (perché Satana non è un idiota e non ti presenta mai il male come tale) o allo stesso modo avvicina te padre di famiglia e sposo, come la vorrai identificare sin da subito, sin da quando il tuo cuore ha un sobbalzo e ti rendi conto che sei turbato – già perché sei turbato?.

    Così quando da imbelle imbecille (definizione: persona di limitata capacità di discernimento) neppure ipotizzi l’inganno e il diabolico trabocchetto, sei già belle che fregato e poi tutto si tinge di motivazioni, giustificazioni e anche un po’ di “rosa”… E’ “amore”, amore “puro”, è la “volontà di Dio” (addirittura) e via discorrendo.

    Che ne è della Vocazione, si è sbagliato Dio, si è sbagliata la Chiesa? Chi, cosa, quando?

    Per carità siamo fallibili, tutto è possibile, ma il nostro fallire, il nostro ingannarci, in quale momento della nostra vita si è verificato?
    Mi dispiace ma io, sulla mia pelle, sulla mia esperienza di peccatore, fatico a credere in casi come questo, che si sia trattato solo di un tragico – si perché ci sono risvolti tragici quando si tratta di un sacerdote come di un padre di famiglia – “errore”, quanto piuttosto di una vittoria del padre della menzogna. Allora temo e tremo per quell’anima ingannata, che spesso porta scandalo – ed è durissima la Parola su chi crea scandalo – temo anche perché potrebbe anche essere che da quell’inganno in avanti, da quella menzogna fatta nostra in avanti, tutto “fili liscio”, tutto bene, benissimo, quasi a conferma che era la scelta giusta.
    O piuttosto a conferma che Satana le “promesse” le mantiene – «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai» – salvo poi presentarci il conto e il conto ha a che fare con la Vita Eterna, non con uno scampolo, più o meno felice di questa vita terrena.

Di’ cosa ne pensi