La lezione di Eddie Murphy per il Sinodo italiano

Il 5 marzo 2021 resterà negli annali – molto piú di quanto oggi si avverta – come il primo giorno del viaggio apostolico di papa Francesco in Iraq: una prima volta assoluta per un papa (e sa il cielo quante volte io abbia detto e scritto che “non esistono prime assolute per il papato”1Ovviamente lo intendevo con riferimento all’enfasi di certi titoli strappaclic del – ahinoi troppo diffuso – vaticanismo d’accatto.).

Il ritorno di Eddie Murpy su Amazon e le trasformazioni del Cinema

Per molte persone nel mondo, però – anzi, diciamo nel quarto nordatlantico del planisfero che ci fa comodo chiamare “mondo” –, questo 5 marzo è una data attesa con particolare fervore, in vista di un evento che le restrizioni pandemiche non potranno in alcun modo scalfire: oggi infatti Amazon rende fruibile “Il Principe cerca figlio”, inatteso sequel della commedia-cult del 1988 di e con Eddie Murphy, “Il Principe cerca moglie”.

Trailer ufficiale di “Il principe cerca figlio”

Amazon aveva deciso di acquisire i diritti della pellicola dalla fine del 2020, e la scelta commerciale di includere nel programma Prime la fruizione del roboante sequel mira evidentemente all’espansione della clientela fidelizzata.

Qualcosa del genere si era visto proprio nei giorni di Natale, quando Disney + ha lanciato, esclusivamente online, il lungometraggio Pixar “Soul”, a firma di Pete Docter.

L’uno e l’altro caso basteranno, per quanto eclatanti, a decretare la fine del Cinema come lo abbiamo conosciuto, ossia come un’industria sorta dall’invenzione del cinematografo e finalizzata primariamente alla distribuzione nei circuiti cinematografici (insomma, alle sale dotate di “grandi schermi”)? È vero che

  • gli schermi domestici sono sempre meno definibili come “piccoli schermi”;
  • la comodità (e – in quest’ora pandemica – la sicurezza) del proprio divano fa facilmente concorrenza a quella del sedile della sala (poi nessuno ti passa davanti a film iniziato, nessuno commenta le scene dietro di te…);
  • i costi di fruizione sono irrisorî (l’intero pacchetto Amazon Prime costa 36 euro l’anno: con quella cifra e in quel periodo una famiglia con un figlio va in sala due volte);
  • i costi di distribuzione sono virtualmente azzerati (niente trasporto, niente gestione, niente spese vive – la stessa elettricità per la riproduzione è a carico dello spettatore).

D’altro canto non si dovrebbe trascurare

  • la valenza sociale del cinema come ritrovo e come luogo culturale; e
  • la qualità comunque insuperata (e forse insuperabile) della riproduzione audio/video in una vera sala cinematografica rispetto al comune salotto domestico.

Il cinema dunque perde 2:4? Chissà… Steven Spielberg ha scritto su Empire un articolo in cui, tra l’altro, ha affermato:

Ho ancora la speranza, se non la certezza quasi, che le persone torneranno ad andare al cinema. Ho sempre dedicato tutto me stesso alla comunità degli spettatori, nel senso di persone che escono di casa per andare a vedere una pellicola. Far parte di questa comunità vuol dire avvertire un senso di comunione con le altre persone che hanno lasciato le loro case e sono sedute lì. In una sala cinematografica guardi un film con le persone che per te sono importanti, ma anche con tanti sconosciuti. Questa è la magia che si crea quando andiamo a vedere un film, uno spettacolo o un concerto.

Steven Spielberg Writes For Empire About Why Cinema Will Never Die

Di certo i cinematografi sono preoccupatissimi, in Italia e fuori:

L’Associazione nazionale esercenti cinematografici (Anec), unitamente alla Federazione italiana cinema d’essai (Fice) e all’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec), si rivolgono al presidente incaricato Mario Draghi affinché si disponga la riapertura di cinema e teatri su tutto il territorio nazionale al termine del vigente Dpcm. Le associazioni sostengono che rappresentanti delle istituzioni, artisti e professionisti dell’industria e soprattutto il pubblico delle sale hanno manifestato a gran voce nelle ultime settimane, con ogni strumento a disposizione, l’improrogabile desiderio di tornare a condividere cultura e spettacolo nei luoghi deputati, uscendo dal confinamento domestico dopo mesi e mesi di limitazioni e facendo finalmente ripartire un’industria essenziale per il benessere economico, occupazionale e psicofisico della nazione.

Covid, appello degli esercenti cinematografici a Draghi: «Riaprire le sale»

Preoccupazioni analoghe tra i pastori della Chiesa cattolica

Probabilmente solo il tempo ci dirà se i pronostici di Spielberg saranno stati piú di un comprensibile wishful thinking, ma quel che mi interessa è notare come le preoccupazioni degli esercenti cinematografici riecheggiano – absit iniuria verbis – quelle dei pastori della Chiesa Cattolica:

Siamo consapevoli – ha scritto su Avvenire proprio l’altro ieri il cardinale Gualtiero Bassetti –, come pastori delle nostre Chiese, che la vitalità delle comunità, provata dalla pandemia, ha bisogno di essere rigenerata. Adulti, anziani, giovani, ragazzi, presbiteri e laici… tutti dobbiamo imparare a prenderci cura gli uni degli altri per dare corpo al Vangelo.

Gualtiero Bassetti, Un cammino di comunità, in Avvenire del 3 marzo 2021

Pochi giorni prima il Cardinale aveva risposto alle domande di Debora Donnini per Vatican News, e questo è ciò che ha detto quando la giornalista le ha chiesto di fare il punto sull’impatto della pandemia sul vissuto ecclesiale in Italia:

La situazione è veramente preoccupante. È preoccupante anche per il calo delle presenze in Chiesa dovuto anche a tutte le limitazioni che sono necessarie, però mi sembra che anche soprattutto nei giovani, nei ragazzi, nelle famiglie sia entrata una mentalità molto privatistica in questo senso. Alla Messa ora è difficile vedere dei ragazzi e dei giovani. Quindi questa è una grande sfida: come riavvicinare tutto il mondo giovanile. Poi la pandemia ha portato una paura, un timore nella gente. E noi sappiamo che più aumenta la paura, la diffidenza, e più diminuisce la speranza. Si vede per esempio quest’anno sono nati la metà dei bambini dell’anno scorso. C’è un calo pauroso delle nascite. E allora bisogna un pochino ritoccare i punti forti dell’annuncio del Vangelo. E scuotere un pochino la nostra gente da questo torpore che sembra attanagliare tutti e sembra che alla fine non ci sia altro che la pandemia da cui doversi difendere. È una cosa sacrosanta difendersi ma non fino al punto di chiudersi soprattutto nei confronti degli altri e nei confronti di un’apertura a quelli che sono i valori del Vangelo. Quindi, c’è veramente da elaborare delle proposte di vita cristiana e vanno recuperati anche il senso della collaborazione, il valore della progettualità. Una, per esempio, delle caratteristiche che troviamo anche in gente buona che frequenta la Chiesa è quel dire: si è sempre fatto così. Quindi questo impedisce di cambiare, di camminare, e invece il Papa ci dice di attuare continuamente dei nuovi progetti, perché altrimenti le acque nello stagno rischiano veramente di stagnare. Quindi più che arrivare a grandi risultati, attuare dei processi, ci dice il Papa: una creatività anche nei confronti di quello che sta succedendo e proposte concrete che possano favorire l’azione progettuale delle diocesi, delle parrocchie…. Dunque il Papa vuole questo sinodo “dal basso” per potere poi individuare quelle che sono le priorità. Ma le priorità le puoi individuare all’interno di un ventaglio di molteplici stimoli. Quindi bisogna un pochino “agitare le acque” che sono diventate ancora più stagnanti, le acque della vita cristiana in seguito alla pandemia.

Debora Donnini, Bassetti: presentata al Papa una proposta per avviare il cammino sinodale

Certo, l’idea che si debbano “agitare le acque” anzitutto per riportare la gente in chiesa rischia di sembrare una valutazione piú da Padre Pizarro che da presidente della Conferenza Episcopale Italiana, e non è mancato qualcuno che l’abbia letta cosí.

Altri osservatori, non meno capaci di sana critica, hanno invece chiosato:

Dunque secondo Bassetti la difficoltà sinora nell’avviare questo “movimento sinodale” starebbe a livello locale. “Ma – ricorda – il papa vuole questo sinodo ‘dal basso’ per potere poi individuare quelle che sono le priorità (…) Quindi bisogna un pochino ‘agitare le acque’ che sono diventate ancora più stagnanti, le acque della vita cristiana in seguito alla pandemia”.

Tuttavia occorre pur segnalare che le acque a livello locale sono già un po’ mosse, come abbiamo segnalato qui e sulla rivista, per esempio a ParmaCuneo, Milano (ne abbiamo parlato qui e qui). Un Sinodo diocesano doveva aprirsi a Savona – Noli, ma, a causa del COVID, la data dell’inaugurazione è stata spostata al 22 maggio. Ed è notizia di oggi, 1 marzo, che il vescovo di Padova ha annunciato nella domenica della Trasfigurazione l’indizione di un Sinodo diocesano il 16 maggio.

Si può quindi immaginare che nel prossimo Consiglio permanente della CEI e soprattutto nell’Assemblea di maggio si possa partire da qui per dare un impulso e valorizzare anche “dall’alto” questi fermenti che già sono avviati.

Maria Elisabetta Gandolfi, Sinodo: anche l’Italia parte

L’occasione che un Sinodo può cogliere

Nel mio piccolo osservo a margine che la sfida posta dal momento è proprio questa: che differenza c’è – se c’è – tra la Chiesa cattolica e una federazione di esercenti cinematografici? No, questa può sembrare irriguardosa, proviamo con una versione che dovrà e potrà essere presa sul serio: che differenza c’è tra l’andare a messa e andare al cinema? Ovvero quali sono i limiti dell’analogia tra “mi guardo Eddie Murphy dal divano di casa senza spendere un soldo” e “mi guardo la messa dal divano di casa senza neanche versare l’euro della questua”? Insomma, che cos’è “andare a messa” e cosa significa “essere comunità”?

Dalla finestra di casa mia vedo ogni giorno della settimana i volontari per l’accoglienza dei fedeli in parrocchia, con le loro belle pettorine verdi, che aspettano sulla soglia della chiesa i fedeli, offrendo loro il disinfettante per le mani e indicando loro dove sono i posti ancora disponibili. Verso una certa, puntualmente, arrivano anche i disabili della comunità, alcuni dei quali guidando le loro automobili coi comandi di guida speciali: accostano al marciapiede e i volontari vanno a scaricare le sedie dal bagagliaio, le montano vicino al sedile dell’auto e aiutano il comparrocchiano a scendere, dopodiché lo accompagnano al suo posto in chiesa. Tutti i giorni, gratis et amore Dei.

Ecco, forse mi sbaglierò (ma appunto un Sinodo sarebbe occasione di capire l’errore e di correggerlo), però l’impressione è che in realtà “il calo delle presenze” abbia colpito soprattutto le comunità (o certi loro segmenti) in cui l’esperienza ecclesiale non era poi molto matura, forse anche per delle carenze pastorali che il trantran e il “si è fatto sempre cosí” hanno finora contribuito a occultare. Se si legge con cura il vaticinio di Spielberg, si vede che nella sua sublimazione il cineasta ha colto qualcosa di piú simile a quel che un cristiano vive quando va a messa che a quel che vive quando va (andava) al cinema.

Insomma, chi ha vissuto e vive una comunità si è ben reso conto, durante l’anno scorso – costellato di “messe virtuali” – che tutto quanto c’ingegnavamo a fare per non stramazzare al suolo non era ancora “la Comunità”. Altri avranno forse pensato di aver trovato formule piú comode per gestire la propria esperienza di fede. E ben venga dunque un momento di riflessione ecclesiale per aggiustare il tiro e coinvolgere quanti fino a un anno fa sembravano coinvolti nella Comunità – e non lo erano.

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1 Ovviamente lo intendevo con riferimento all’enfasi di certi titoli strappaclic del – ahinoi troppo diffuso – vaticanismo d’accatto.

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2 risposte a “La lezione di Eddie Murphy per il Sinodo italiano”

  1. la penso esattamente così, la comunità si è rarefatta laddove la comunità non era ben formata oppure era diventata “vecchia”… ci sono anche i fattori “paura” e “distanziamento”, quest’ultimo in effetti limita un po’ il senso di comunione o perlomeno di vicinanza fra le persone che partecipano all’assemblea… anche la parola “assemblea”, così sparsi fra le panche, perde un po’ di energia anche solo come parola…
    nondimeno io so bene che i cristiani credono nella resurrezione, credono nella salvezza… quindi io credo in una “rinascita” più “terrestre” … il problema quindi resta sempre la Fede, se è vero che la Fede cristiana è: “24 ore di dubbio ed 1 minuto di felicità” (cit.)… il minuto di felicità è il segno della resurrezione, della salvezza… se cominciamo a preoccuparci ed a lamentarci ed a voler cambiare “per forza” secondo me perdiamo di vista l’unica cosa che ci fa cristiani, Gesù il Cristo di D-o, l’uomo-D-o che è venuto sulla terra a portarci una speranza che non passa…

  2. scusate ho ho scritto una frase al contrario e ambigua:

    . quindi io credo in una “rinascita” più “terrestre” …

    volevo scrivere:

    . quindi io credo raggiungibile una più terrena “rinascita”…

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