Assenza reale

di Grégory Solari

Due parole dominano gli schermi, le conversazioni digitali, forse anche i brutti sogni che scuotono le nostre notti: pandemia e quarantena. Tutti i discorsi – sanitari, politici, ecclesiali… – si affastellano per spiegare (senz’altro a giusto titolo) che non può esserci via d’uscita dalla presente crisi sanitaria mondiale senza una restrizione drastica della nostra vita sociale. Dunque privazione di relazioni essenziali che porta allo scoperto le mancanze dell’essere umano, animale sociale per eccellenza? Quali conseguenze per i cristiani, in questa Settimana Santa che essi sono chiamati a vivere lontano dalla Presenza reale del fratello e dell’Eucaristia? Alcune proposizioni concertate con Philippe Becquart sotto forma di appello ai nostri fratelli pastori.

Solidali nell’impasse

Il confino mette a dura prova la nostra pastorale della solidarietà sociale. La “distanza sociale” o “civica” attenua o impedisce i contatti personali e gli assembramenti comunitari. Eppure perseveriamo. Noi ci vogliamo “solidali”. Solidali con malati, con le famiglie colpite, con il mondo che soffre. Solidali, anche quando ogni contatto sociale è impedito, come oggi – solidali nonostante qualunque cosa in contrario, a distanza. Solidali quando anche la stessa solidarietà è impossible (se non come mero discorso). La quarantena mette a dura prova anche la nostra pastorale della “solidarietà teologica” (la comunione eucaristica). Anche qui vogliamo essere solidali. La solidarietà si nutre di comunione “di desiderio”, con cui si alimentano a distanza le messe messe online sui siti delle nostre chiese. Solidali, doppiamente, con quelli che non possono comunicarsi abitualmente, e solidali con i preti che – da parte loro – possono comunicare quotidianamente, ma in celebrazioni senza comunità (se non virtuale).

Un confino rivelatore

Il confino agisce qui da rivelatore per un duplice aspetto. Davanti all’impossibilità di ogni prossimità, esso impone alle due pose pastorali che caratterizzano il cattolicesimo contemporaneo – da una parte la solidarietà sociale, dall’altra la solidarietà teologale – di rivedere il loro agire se vogliono sopravvivere al ridicolo, se va bene, e se va male al sospetto di ideologia. Perché in fondo, e per limitarci ai sacramenti, i quali richiedono una presenza “reale” tanto quanto la solidarietà sociale, a che serve il ricorso pastorale alle messe a distanza? Col pretesto di celebrare i sacramenti, e ad ogni costo!, è meno il Signore che una forma di clericalismo a proiettarsi sui nostri schermi. Si alimenta meno la comunione di desiderio che il sentimento della mancanza, il quale accentua ancora il “voyeurismo” a cui una celebrazione tanto oggettivata non può sfuggire. Cosí, il sacramento diventa un fine in sé. Basta che i sacramenti siano celebrati e l’istituzione avrà il sentimento di esistere, se non nella società reale – da parte sua indifferente –, almeno sui social network. Se alcuni hanno potuto credere al già discutibile adagio “il sacerdote è per l’Eucaristia”, è peggio ancora sostituirvi quello che suona “l’Eucaristia è per il prete”.

Quando una pastorale fa schermo

Una pastora evangelica invita i suoi parrocchiani
alla “Santa Cena su Zoom”
Il direttore de La Vie si era da principio mostrato scettico
circa la necessità di sospendere il culto pubblico

Quel che qui vorremmo sottolineare è soprattutto la distanza che una tale pastorale accusa in rapporto al Magistero della Chiesa. Anzitutto in rapporto alla natura dei sacramenti – in ispecie dell’Eucaristia. Per chi Cristo ha dato la vita? Per l’istituzione? Per la Chiesa? I sacramenti trovano in loro stessi il proprio fine, come se si potesse celebrare l’Eucaristia per l’Eucaristia? L’uomo non è fatto per i sacramenti piú di quanto sia fatto per il Sabato. Cristo è venuto per gli uomini. Per i suoi discepoli, per noi. Per entrare in comunione con noi – sí, essere solidale. “Dio con noi”: è il suo Nome. Ci si può immaginare, come mostra un’immagine che circola in rete, una Cena senza gli apostoli, senza coloro che Cristo chiama “i suoi amici”? Chi ascolterebbe le sue ultime parole, chi riceverebbe il suo corpo e il suo sangue, il Dono di sé stesso a tutti quelli che lo seguono? Che fa – che cosa significa – la celebrazione a distanza, se non rendere due volte mendace il nome di Dio? In un primo senso perché consiste in una celebrazione a porte chiuse, senza la comunità. Senza segno di comunione. In un secondo senso perché ciò avviene su uno schermo – fermi, rileggete: su uno schermo –, cioè su una cosa che per definizione si frappone, nasconde, offusca, insomma che “fa da schermo” a quel che ci si propone, l’ostensione dell’Eucaristia.

Un sacramentalismo al limite

Quel che codesta opzione pastorale mette in luce è il limite del sacramentalismo che caratterizza il discorso teologico sui “misteri” e sulla loro celebrazione. Il Vaticano II ha restituito equilibrio alla teologia sacramentaria rendendo giustizia a una comprensione dell’Eucaristia come nutrimento. Distinguendo tra sacrificio e sacramento, il Concilio ha permesso di tornare ad articolare l’unico Sacrificio di Cristo sulla Croce – non reiterabile – con la donazione totale della vita di Cristo nell’azione di grazie che costituisce le nostre celebrazioni. Altrimenti detto: noi riceviamo, noi celebriamo quel che già ci è stato donato in virtú del battesimo. Ecco perché, con la partecipazione attiva di tutta la comunità, la comunione eucaristica è oggi richiesta laddove prima l’assistenza alla messa o una comunione di desiderio potevano surrogare alla comunione. Ricordiamo qui che la Forma straordinaria non possiede riti di comunione. L’eucaristia è distribuita ai fedeli (nella celebrazione o fuori) dopo la comunione del prete, la quale non ha nessi con quella dell’assemblea. Che fanno le celebrazioni a distanza? Esse reintroducono un sacramentalismo astratto (“comunione di desiderio”) nonché il sacramentassimo che col primo fa sistema.

Un’ecclesiologia sfasata

Soprattutto, esse ignorano il cantiere pastorale aperto da Papa Francesco nel solco del Vaticano II, cioè la sinodalità. Su cosa riposa la sinodalità come via della Chiesa? Sulla comunità – sul Popolo di Dio, o Popolo santo dei battezzati. Fedeli e pastori, nelle rispettive e peculiari grazie di stato, ma senza differenza di dignità e di santità. Il battesimo abilita i fedeli ad essere attori della vita della Chiesa, conferisce loro il sacerdozio battesimale, li dota del “senso della fede”. Incessantemente e in maniera crescente dall’inizio del suo pontificato, il Papa ricorda che la riforma della Chiesa passerà da questa conversione sinodale. Questa conversione richiede diverse cose, tra le quali (e non è la piú piccola, poiché essa impegna l’articolazione a ripensare i carismi e i ministeri istituiti) un’uscita dal “sacramentalismo” astratto che caratterizza il clericalismo, come già si è usciti dalla “metafisica” e dal suo concettualismo.

L’Ecclesiola

E allora perché, in queste condizioni – invece che tenere a distanza i battezzati e prolungare cosí una rappresentazione obsoleta della Chiesa, con la sua bipartizione – perché non approfittare di questa quarantena per affidare l’Eucaristia ai fedeli battezzati, alle famiglie che lo desiderano? Perché non approfittare di questo confino per responsabilizzare i battezzati piuttosto che mantenerli in posizione passiva di fronte ai pastori e a una pastorale pensata da e fondamentalmente per i pastori? Un po’ di coerenza: non si può da una parte tessere le lodi del Popolo di Dio, rincarare sulla dignità dei battezzati, difendere a spada tratta la bellezza della famiglia, cristiana o no, e al contempo rifiutare che i focolari cristiani possano diventare delle piccole chiese domestiche – delle Ecclesiolæ. S’immagini il “peso di grazia” che questo costituirebbe per le molteplici famiglie che accogliendo l’Eucaristia vi troverebbero sostegno nella violenza della prova e diverrebbero altrettanti ostensori nel seno del mondo, dei quartieri, delle campagne, e non piú nella solitudine di una chiesa semi-deserta.

Dio con chi?

Non si può senza incoerenza confessare che il Dio cristiano ha per nome “Dio-con-noi” (Emmanuel) e rifiutare che questo Dio “per noi”, da sempre e per sempre, dimori concretamente col suo popolo – con tutto il suo popolo. Una nozione sana dei sacramenti non soltanto non lo proibisce, ma implica la possibilità di raccogliere questa “manna” del Signore nelle dimore cristiane. In condizioni da definire, certo, ma qui parliamo del principio. E poi, infine, un po’ di realismo: che resta dell’istituzione? Che cosa resterà dei nostri piani pastorali, delle nostre reti territoriali ereditate da una configurazione ecclesiale e sociale oggi scomparsa? Converrebbe su questo punto incrociare l’insistenza di Benedetto XVI sulla comunità monastica come paradigma della Chiesa con quella di Francesco sulla sinodalità come paradigma della Chiesa – della sua vita e del suo agire.

Perché Egli stia «in mezzo a loro»

Si avvicina Pasqua. Dio vuole essere con noi. Come attraverso la tomba, che la sua risurrezione attraversi tutti gli schermi. Lí dove il confino non è totale (come ad esempio nella Svizzera romanda), apriamo le nostre porte, le porte delle nostre case, a Colui che dimora solo nei tabernacoli, a Colui che non si vuole né si è mai voluto senza noi. Senza la sua comunità. Senza i suoi fratelli e le sue sorelle. Pastori, fratelli nostri, uscite a vostra volta. Dalle vostre cappelle, dai vostri schemi. Portate l’Eucaristia nelle famiglie e nei focolari, perché il Signore non sia solo. Perché a Pasqua possiamo dire in verità che

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!»

Io 20,19

*** Nota del redattore ***

Sono stato indeciso se tradurre e pubblicare questa tribuna pubblicata su un blog collegato a La Croix pochi giorni fa, principalmente perché la trovo stimolante ma esposta a critiche perfino piú radicali di quelle che osa muovere. È vero che vediamo serpeggiare certo sacramentalismo (anche di bassa lega) nelle manifestazioni di quelle istanze che a suo tempo volli stigmatizzare col conio di “messafondaje” (istanze non prive di una qualche dignità1Ove sia perlomeno salva la buona fede di chi le sostiene.): le posizioni di Grégory Solari mi paiono uguali e contrarie a quelle, dunque degne di essere considerate nel dibattito ecclesiale ma pure di ricevere una robusta (e salutare) stroncatura2Anche in Italia si sono levate voci simili: prediligo tuttavia tradurre Solari e criticarlo proprio perché – almeno in Settimana Santa – vorrei condividere una riflessione senza che ciò ricada nell’alimentazione di una polemica..

Solari fa bene a ricordarci che:

  • la dicotomia tra “solidarietà sociale” e “solidarietà teologica” è artefatta e insostenibile;
  • la prova del Covid-19 ne mostra l’inconsistenza conducendo ciascuno dei versanti al ridicolo o al sistema ideologico autoreferenziale;
  • seguire una messa in tv, alla radio o su internet non è, in senso proprio e stretto, parteciparvi;
  • piú radicalmente, lo schermo in quanto tale è intrinsecamente ambiguo nel veicolare un’esperienza che si vuole vitale (e vivificante);
  • i sacramenti (tutti) sono sempre mezzi finalizzati al Regno e mai fine in sé (e questo vale per la stessa Chiesa);
  • la quarantena da pandemia ci fa toccare con mano i limiti di ecclesiologie troppo artatamente vincolate a certo sacramentalismo.

Viceversa, Solari diventa a sua volta ambiguo e perfino contraddittorio quando afferma che:

  • a distinguere tra sacrificio e sacramento sarebbe stato il Vaticano II3Tutta la sacramentaria a me nota conosce questa distinzione, riaffermata fin nei piú solenni concilî della modernità, il Tridentino in primis.;
  • durante la celebrazione non c’è legame tra la comunione che fa il sacerdote e quella che fa l’assemblea4In nessuna fonte troviamo che Cristo, nell’Ultima Cena, abbia mangiato dei bocconi che porgeva ai commensali o bevuto da quel calice (del quale anzi avrebbe pregato piú tardi nel Getesemani): quando il sacerdote si comunica egli lo fa precisamente in quanto fedele cristiano e discepolo, che obbedisce all’imperativo “prendete e mangiatene tutti”.;
  • la sinodalità sarebbe un’invenzione del Vaticano II5Essa è tale solo in senso etimologico, ovvero in quanto i Padri Conciliari hanno ritrovato uno strumento antichissimo e frequentatissimo nella storia della Chiesa, e ne hanno imbastito un profilo giuridico confacente alle esigenze del XX secolo.;
  • si dovrebbe uscire dal sacramentalismo come già si sarebbe usciti dalla metafisica [sic!]6Non risulta che la metafisica, come capacità di considerare entità non fisiche e contingenti, sia mai stata abbandonata dai cristiani – lo stesso pensiero teologico fa fatica a concepirsi fuori da un orizzonte metafisico. Sicuramente Solari intendeva altro, e con un piccolo sforzo si può cercare di indovinare cosa, ma di certo la sua espressione non è chiara e non è felice.;
  • ci siano “rappresentazioni obsolete della Chiesa” – questa fissa di cercare la data di scadenza delle idee, invece del loro sigillo di garanzia, è la radice di molti mali;
  • in forza del sacerdozio comune del popolo cristiano e della dignità ecclesiale del nucleo famigliare si dovrebbe avviare e favorire la prassi di concedere riserve eucaristiche nelle case dei fedeli.

Quest’ultimo punto – nel quale culmina l’appello ai vescovi di Solari – è particolarmente problematico, oltre che evidentemente contraddittorio. Anzitutto bisogna rilevare una fallacia formale e concettuale: se infatti l’analogia fidei che sostiene la (giusta, vera e santa) dicitura “piccola chiesa domestica” per indicare la famiglia bastasse a esigere o consigliare che si permettesse genericamente la conservazione della riserva eucaristica nelle case dei fedeli; simili modo, invocando il corposo magistero di Giovanni Paolo II sull’intimità coniugale e impugnando l’ardita espressione “liturgia dei corpi”, i coniugi potrebbero pretendere o comunque richiedere di poter usare la mensa liturgica come talamo. Al che tutti ben vedono – horribile intuitu – come si sia andati fuori strada. E da un pezzo anche.

Insegna infatti il Concilio (tanto citato e poco studiato):

Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo.

Lumen Gentium 10

La Chiesa, poi, è sempre stata chiara nel dare l’interpretazione autentica (e magisteriale essa stessa) di tale distinzione:

Il Concilio sottolinea che il sacerdozio universale dei fedeli e il sacerdozio ministeriale (o gerarchico) sono reciprocamente ordinati. Nello stesso tempo afferma che c’è tra di essi una differenza essenziale “e non solo di grado” (LG 10). Il sacerdozio gerarchico-ministeriale non è un “prodotto” del sacerdozio universale dei fedeli. Non proviene da una scelta o dalla delega della comunità dei credenti, ma da una particolare chiamata divina: “Nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne” (Eb 5, 4). Un cristiano diventa soggetto di tale ufficio in base a un apposito sacramento, quello dell’Ordine. 

«Il sacerdozio ministeriale, – sempre secondo il Concilio – con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo» (LG 10). Ancor più ampiamente il Concilio tratta di questo punto nel Decreto sulla vita e il ministero dei sacerdoti: «Il Signore, affinché i fedeli fossero uniti in un corpo solo, di cui però “non tutte le membra hanno la stessa funzione” (Rm 12, 4), promosse alcuni di loro come ministri, in modo che nel seno della società dei fedeli avessero la sacra potestà dell’Ordine per offrire il Sacrificio e perdonare i peccati, e che in nome di Cristo svolgessero per gli uomini in forma ufficiale la funzione sacerdotale …. I presbiteri, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, Capo della Chiesa» (PO 2; cf. San Tommaso, Summa theologiae, III, q. 63,  a. 3). Col carattere è loro conferita la grazia necessaria a un degno svolgimento del loro ministero: “Dato che i presbiteri hanno una loro partecipazione nella funzione degli Apostoli, ad essi è concessa da Dio la grazia per poter essere ministri di Cristo Gesù fra le genti mediante il sacro ministero del Vangelo” (PO 2). 

Il Concilio sottolinea che il sacerdozio universale dei fedeli e il sacerdozio ministeriale (o gerarchico) sono reciprocamente ordinati. Nello stesso tempo afferma che c’è tra di essi una differenza essenziale «e non solo di grado» (LG 10). Il sacerdozio gerarchico-ministeriale non è un “prodotto” del sacerdozio universale dei fedeli. Non proviene da una scelta o dalla delega della comunità dei credenti, ma da una particolare chiamata divina: «Nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne» (Eb 5, 4). Un cristiano diventa soggetto di tale ufficio in base a un apposito sacramento, quello dell’Ordine.

«Il sacerdozio ministeriale, – sempre secondo il Concilio – con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo» (LG 10). Ancor più ampiamente il Concilio tratta di questo punto nel Decreto sulla vita e il ministero dei sacerdoti: «Il Signore, affinché i fedeli fossero uniti in un corpo solo, di cui però “non tutte le membra hanno la stessa funzione” (Rm 12, 4), promosse alcuni di loro come ministri, in modo che nel seno della società dei fedeli avessero la sacra potestà dell’Ordine per offrire il Sacrificio e perdonare i peccati, e che in nome di Cristo svolgessero per gli uomini in forma ufficiale la funzione sacerdotale … I presbiteri, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, Capo della Chiesa» (PO 2; cf. San Tommaso, Summa theologiae, III, q. 63,  a. 3). Col carattere è loro conferita la grazia necessaria a un degno svolgimento del loro ministero: «Dato che i presbiteri hanno una loro partecipazione nella funzione degli Apostoli, ad essi è concessa da Dio la grazia per poter essere ministri di Cristo Gesù fra le genti mediante il sacro ministero del Vangelo» (PO 2).

Come abbiamo detto, il sacerdozio gerarchico-ministeriale è stato istituito nella Chiesa per attuare tutte le risorse del sacerdozio universale dei fedeli. Il Concilio lo afferma in diversi punti e in particolare quando tratta del concorso dei fedeli alla celebrazione dell’Eucaristia. Leggiamo: «Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la Vittima divina e se stessi con essa; così tutti, sia con l’oblazione che con la santa comunione, compiono la propria parte nell’azione liturgica, non però ugualmente, ma chi in un modo e chi in un altro. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa comunione, mostrano concretamente l’unità del Popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente prodotta» (LG 11). Secondo questa dottrina, che appartiene alla più antica tradizione cristiana, l’“attività” della Chiesa non si riduce al ministero gerarchico dei pastori, come se i laici dovessero rimanere in uno stato di passività. Infatti tutta l’attività cristiana svolta dai laici in ogni tempo, e specialmente il moderno apostolato dei laici, rende testimonianza all’insegnamento conciliare, secondo il quale il sacerdozio dei fedeli e il ministero sacerdotale della gerarchia ecclesiastica sono “ordinati l’uno all’altro”.

Giovanni Paolo II, Udienza generale di mercoledí 18 marzo 1992

Il Magistero della Chiesa risponde già da decenni a Solari e sodali: a rigor di termini, l’ecclesiologia cattolica non confina i laici in uno stato di mera passività. Proprio in merito alla riserva eucaristica, anzi, la storia della Chiesa annovera diversi laici a cui per ragioni diverse è stato concesso di conservare il Santissimo nel Tabernacolo. Io stesso ho avuto il privilegio di essere ospite di Enrichetta Beltrame-Quattrocchi, a Roma, nella casa paterna, e di pregare nella loro cappellina privata. Tempo dopo appresi con tremore e ammirazione di come Paul Comtois abbia ardentemente desiderato di ospitare nella propria residenza il Santissimo, e che fu responsabile di quel grande onore al punto da strappare la pisside a un incendio a costo della propria vita.

Anche a Enrico Medi (laico e politico democristiano) fu concesso di conservare in casa la riserva eucaristica (gli fu concesso dal “preconciliare” Pio XII in persona, per giunta!), e l’amica Emilia Flocchini mi ricorda che Vittorio Maria De Marino (poi sacerdote barnabita) aveva in casa una cappella dedicata a San Giuseppe, ottenuta quando assisteva la malattia terminale di sua sorella Aspasia. Alla nubile Maria Emilia Riquelme y Zayas, inoltre, non fu concesso di entrare in una congregazione religiosa: in compenso le fu permesso di avere il Santissimo nella sua casa di Siviglia. Giovanni XXIII concesse anche a Maria Teresa Carloni di avere in casa una cappella privata e di farvi celebrare la Messa. E l’elenco è lungi dall’essere esaustivo, né serve qui dilungarlo oltre l’opportunità degli esempî. Insomma quel che Solari chiede è da sempre considerato dalla Chiesa, la quale però non può dare con leggerezza il suo tesoro piú grande a chiunque ne faccia richiesta professandosi “devoto e desideroso”. Il termine utilizzato da Solari – “Ecclesiola” – ebbe del resto nell’antichità paleocristiana una valenza piú dispregiativa che vezzeggiativa: la “chiesa domestica” non deve distogliere dalla Chiesa in senso proprio e pieno, né si può ridurre il Santissimo a una replica cristianoide dei numi tutelari pagani.

Tutto ciò non toglie che in ogni tempo e in ogni luogo possano aver avuto e aver luogo aberrazioni teoriche e abusi pratici, come in particolare Papa Francesco non si stanca di sottolineare ricorrendo alla vasta categoria di “clericalismo”. Ci soccorre proprio oggi un passaggio importante dell’appena pubblicata intervista che Papa Francesco ha rilasciato allo scrittore e giornalista britannico Austen Ivereigh appunto sulle implicazioni della crisi pandemica:

La quinta domanda riguardava la necessità, in questi mesi, di ripensare il modo di essere della Chiesa: forse una Chiesa più missionaria, più creativa, meno aggrappata alle istituzioni. Stiamo vivendo l’emergenza di una «home Church», di una Chiesa che fa base anche in casa?

Meno aggrappata alle istituzioni? Direi piuttosto agli schemi. Infatti la Chiesa è istituzione. Esiste la tentazione di sognare una Chiesa deistituzionalizzata, per esempio una Chiesa gnostica, senza istituzioni, o soggetta a istituzioni fisse, per proteggersi, ed è una Chiesa pelagiana. A rendere la Chiesa istituzione è lo Spirito Santo. Che non è gnostico né pelagiano. È lui a istituzionalizzare la Chiesa. È una dinamica alternativa e complementare, perché lo Spirito Santo provoca disordine con i carismi, ma in quel disordine crea armonia. Chiesa libera non vuol dire una Chiesa anarchica, perché la libertà è dono di Dio. Chiesa istituzionalizzata vuol dire Chiesa istituzionalizzata dallo Spirito Santo.

Una tensione tra disordine e armonia: è questa la Chiesa che deve uscire dalla crisi. Dobbiamo imparare a vivere in una Chiesa in tensione tra il disordine e l’armonia provocati dallo Spirito Santo. Se mi chiede un libro di teologia che possa aiutarla a comprenderlo, sono gli Atti degli apostoli. Ci troverà il modo in cui lo Spirito Santo deistituzionalizza quello che non serve più e istituzionalizza il futuro della Chiesa. Questa è la Chiesa che deve uscire dalla crisi.

Qualche settimana fa mi ha telefonato un vescovo italiano. Afflitto, mi diceva che stava andando da un ospedale all’altro per dare l’assoluzione a tutti quelli che erano all’interno, mettendosi nella hall. Ma dei canonisti che aveva chiamato gli avevano detto di no, che l’assoluzione è permessa soltanto con un contatto diretto. «Padre, che mi può dire?», mi ha domandato quel vescovo. Gli ho detto: «Monsignore, svolga il suo dovere sacerdotale». E il vescovo mi dice: «Grazie, ho capito». Poi ho saputo che impartiva assoluzioni dappertutto.

In altre parole, la Chiesa è la libertà dello Spirito in questo momento davanti a una crisi, e non una Chiesa rinchiusa nelle istituzioni. Questo non vuol dire che il diritto canonico sia inutile: serve, sì, aiuta, e per favore usiamolo bene, perché ci fa del bene. Ma l’ultimo canone dice che tutto il diritto canonico ha senso per la salvezza delle anime, ed è qui che ci viene aperta la porta per uscire a portare la consolazione di Dio nei momenti di difficoltà.

Mi ha chiesto della «home Church». Dobbiamo affrontare il restare a casa con tutta la nostra creatività. O ci deprimiamo, o ci alieniamo – per esempio, con mezzi di comunicazione che possono condurci a realtà di evasione dal momento presente –, oppure creiamo. In casa abbiamo bisogno di creatività apostolica, creatività purificata da tante cose inutili, ma con nostalgia di esprimere la fede in comunità e come popolo di Dio. Ovvero: una clausura forzata con nostalgia, a uscire dal nostro isolamento deve aiutarci quella memoria che produce nostalgia e provoca la speranza.

La Chiesa è istituzione, ha detto oggi il Papa7Non lo sottolineeranno in tanti, ma questa puntualizzazione di Francesco è tanto piú importante in quanto il giovane Bergoglio studiò proprio in quella Germania che a quella rozza equazione – “carisma:istituzione=fede:religione” – forní il suo strumentario., e con tanto di corsivo sul predicato: la libertà dello Spirito crea ordine e armonia, non disordine e anarchia. Soprattutto – e questa è la contraddizione piú flagrante in cui cade Solari – in cosa si differenzierebbe il “sacramentalismo” dei messafondaj da lui (giustamente) respinto da quello che ritiene Cristo impossibilitato a dimorare in mezzo ai suoi ove non si permetta «alle famiglie che ne facciano richiesta» di avere il Santissimo in casa? Nel fatto che il primo consiste nel dover andare in chiesa a tutti i costi e il secondo nel doversi a tutti i costi portare a casa la riserva eucaristica? A parità di errore – di grave errore –, il primo sembra perfino meno sconclusionato: se non altro non ricaccia dalla finestra il clericalismo8Clericalizzare i laici è clericalismo, e Papa Francesco non ha mancato di sottolinearlo piú volte. esiliato dalla porta.

Giovanni Marcotullio

Note   [ + ]

1. Ove sia perlomeno salva la buona fede di chi le sostiene.
2. Anche in Italia si sono levate voci simili: prediligo tuttavia tradurre Solari e criticarlo proprio perché – almeno in Settimana Santa – vorrei condividere una riflessione senza che ciò ricada nell’alimentazione di una polemica.
3. Tutta la sacramentaria a me nota conosce questa distinzione, riaffermata fin nei piú solenni concilî della modernità, il Tridentino in primis.
4. In nessuna fonte troviamo che Cristo, nell’Ultima Cena, abbia mangiato dei bocconi che porgeva ai commensali o bevuto da quel calice (del quale anzi avrebbe pregato piú tardi nel Getesemani): quando il sacerdote si comunica egli lo fa precisamente in quanto fedele cristiano e discepolo, che obbedisce all’imperativo “prendete e mangiatene tutti”.
5. Essa è tale solo in senso etimologico, ovvero in quanto i Padri Conciliari hanno ritrovato uno strumento antichissimo e frequentatissimo nella storia della Chiesa, e ne hanno imbastito un profilo giuridico confacente alle esigenze del XX secolo.
6. Non risulta che la metafisica, come capacità di considerare entità non fisiche e contingenti, sia mai stata abbandonata dai cristiani – lo stesso pensiero teologico fa fatica a concepirsi fuori da un orizzonte metafisico. Sicuramente Solari intendeva altro, e con un piccolo sforzo si può cercare di indovinare cosa, ma di certo la sua espressione non è chiara e non è felice.
7. Non lo sottolineeranno in tanti, ma questa puntualizzazione di Francesco è tanto piú importante in quanto il giovane Bergoglio studiò proprio in quella Germania che a quella rozza equazione – “carisma:istituzione=fede:religione” – forní il suo strumentario.
8. Clericalizzare i laici è clericalismo, e Papa Francesco non ha mancato di sottolinearlo piú volte.

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