Quando la letteratura svela l’escatologia

Hieronymus Bosch, I sette vizî capitali e i “novissimi”, 1505-1510 ca.

La lettura di un romanzo, talvolta, è simile ad un sipario aperto su una rappresentazione inattesa. Inseguiamo il filo di una storia e, d’un tratto, ci ritroviamo di fronte ad una domanda di senso. La ricerca di una risposta da parte del personaggio letterario, consapevole o ignota che sia, diviene allora la nostra ricerca. Perché gli interrogativi di una figura di carta, in realtà, nascono dalla penna di un uomo (o una donna) di carne e hanno origine nello stesso humus di dubbi e speranze sui quali appassiamo o fioriamo anche noi. L’affastellarsi, tra una pagina e l’altra, di parole e fatti, talvolta insoliti, più spesso ordinari, ci riporta a questioni esistenziali che in teologia hanno per risposta, profondissima e delicata al tempo stesso, certamente non banale, la riflessione escatologica sui Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso). Il libro di don Francesco Brancato, «La schiena di Dio». Escatologia e letteratura (Jaca Book 2019; € 28,00), è indubbiamente la lettura più adatta a mostrarci che il legame tra letteratura ed escatologia è fondato e, lo diciamo senza timore di smentite, anche proficuo. Il titolo, suggestivo ma soprattutto indovinato, è una citazione di Martin Buber: meglio lasciare al lettore il piacere della scoperta del significato. Un testo di Franco Rella, che si è occupato con competenza di estetica e arte, accompagna l’opera. 

L’interesse di Brancato per i temi escatologici non è certo una novità: il teologo – che è consigliere nazionale dell’Associazione Teologica Italiana, Ordinario allo Studio Teologico San Paolo e docente invitato presso altre realtà accademiche – ha all’attivo diverse pubblicazioni sull’argomento, visto attraverso aspetti differenti, che si presentano, in fondo, come un unico viaggio a tappe per rispondere ad una delle tre domande essenziali sulla vita dell’uomo: dove andiamo? Questione che richiama anche quelle sull’ origine e sull’ identità di ognuno e che è epifanica del nostro essere creature in ricerca, sospese tra perplessità e desiderio, tra timore e fiducia. Brancato ha saputo mostrarci, più volte, che l’orizzonte di senso in cui siamo compresi è più ampio delle ristrette vedute del nostro quotidiano, in cui spesso soffochiamo gli interrogativi esistenziali, vivendo un malessere a cui, talvolta, non sappiamo dare un nome. C’è un Cielo sopra di noi e chiudere gli occhi a questa realtà non equivale a proteggere il nostro sguardo. 

La copertina del libro

L’ultima fatica di Francesco Brancato, tuttavia, presenta un’attrattiva supplementare, rispetto al resto delle sue opere: ci conduce alla rilettura di pagine note o alla scoperta di pagine sconosciute di una narrativa che ha trafitto il passato per tener desto anche il nostro presente, grazie a quella consegna tra generazioni che è tipica della grande letteratura. Scorrono nomi di autori che hanno reso preziosa la narrativa italiana e straniera, ma anche la poesia: Pirandello, Kafka, Dostoevskij, Bernanos, Leopardi, solo per ricordarne alcuni. Nelle opere di questi indimenticabili autori, Brancato – come sapiente ricercatore – evidenzia, senza forzature di sorta, la profondità di un anelito spirituale, non necessariamente segnato confessionalmente, che questua incessante una risposta. Un anelito che, talvolta, sprofonda nella carne che distrae, confonde, narcotizza, ma che rimane sempre vivo come promemoria di un Cielo desiderato o, apparentemente, perduto. L’indagine letteraria di Brancato è chiaramente parziale, soggettiva. Mancano altri nomi importanti, è vero, ed è assente soprattutto la letteratura femminile (Plath, Dickinson, Allende, solo per nominare alcune poetesse e scrittrici che si sono confrontate con il tema del destino ultimo dell’uomo). Ugualmente il libro rispecchia un campionario esauriente dell’instancabile interrogarsi umano sulla fine dell’uomo, che coincide con il fine da attribuire alla vita, pulsante dalla nascita alla morte. 

Il libro di Francesco Brancato non si riduce, tuttavia, ad una mera elencazione di scrittori e poeti che hanno trattato l’argomento. Le pagine scelte – a volte ruvide, a volte lievi, in ogni caso memorabili – sono perfettamente inserite in un discorso che ne spiega l’uso. Il teologo evita, poi, accuratamente le trappole di conclusioni scontate che condurrebbero la letteratura a servire, come ancella obbediente, la teologia. Il rapporto tra escatologia e letteratura appare più dinamico ed efficace di quanto si potrebbe pensare. Al contrario – per dirla con l’autore – la teologia, come fosse dall’altro lato della cattedra,

sta imparando che per dire l’uomo e il suo mistero non può prescindere dall’universo di cui è parte, ma sta anche comprendendo che per dire l’uomo e il suo mondo – la loro origine, la loro storia, il loro destino – deve raccogliere e far tesoro di quanto la filosofia, le scienze, l’arte, la letteratura, la musica e tutte le più importanti e significative espressioni culturali dell’umanità hanno da offrirle.

pp. 313-314

La lettura del testo è pensosa ma non greve, diretta ma non brutale. I Novissimi, alla luce dei frammenti letterari in cui è possibile scorgere il controcanto dell’humanum a quei cori mirabili che, forse, ascolteremo solo oltrepassato il limen verso cui ognuno è diretto, emergono dagli anfratti del contemporaneo, dalle volte del quotidiano, come una prospettiva spesso perduta, talvolta rifiutata, eppure mai dimenticata. Con questa riflessione, limitata certo, ma non priva di una sua importanza e, si potrebbe dire, rilevanza, la teologia oggi è chiamata a dialogare.

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