Suicidio endemico tra giovani amerindi: a che può servire il #SinodoAmazzonico

Adesso che finalmente il Sinodo sull’Amazzonia ha avuto il suo calcio d’inizio, possiamo dedicarci a capire qualcosa di più di una macroregione transnazionale per la quale anche lo strumento delle conferenze espiscopali si è rivelato inadeguato. Invece di parlare di riforme in astratto cerchiamo anzitutto di metterci in ascolto per venire a conoscenza di una realtà che praticamente tutti ignoriamo.

Ad esempio, che cosa intendiamo per “ecologia integrale” in un contesto che ci balza agli occhi per essere “il polmone verde” del mondo? “Solo” che la foresta amazzonica viene sistematicamente incendiata per ragioni di mera speculazione? Poco fa mons. Emmanuel Lafont ha ricordato, durante il briefing in Sala Stampa, la piaga dei suicidî nelle regioni ai margini della foresta.

Una sorpresa inaspettata, per molti di noi che – un po’ estrapolando dalle statistiche del nord-Europa e un po’ sotto l’influenza mitologica del “buon selvaggio” rousseauiano – s’immaginavano la vita degli indios come una reminiscenza del paradiso perduto.

Già qualche giorno fa, però, avevo letto su Marianne un articolo di Mark Ionesco dolentemente istruttivo. Lo traduco di seguito, anche perché nella sua disamina “laica” offre un riscontro meno coinvolto anche sul contributo delle comunità cristiane alla problematica: qui si parla chiaramente di comunità evangeliche, e più per ombre che per luci, ma come si vedrà alcuni di quei tratti tornano buoni anche per un serio esame di coscienza della Chiesa cattolica. Si capisce benissimo, ad esempio, la differenza tra proselitismo ed evangelizzazione (e speriamo che sia la volta buona): leggete e vedrete, alla fine direte che il sinodo iniziato oggi può essere una vera benedizione. E pregherete ogni giorno per i padri sinodali.


Inchiesta tra gli amerindi della Guyana francese,
lì dove il tasso dei suicidî è da record

di Mark Ionesco

In Guyana francese, nei villaggi amerindi, la gioventù si suicida in proporzioni inimmaginabili per la metropoli. Il flagello, che tocca l’insieme delle sei nazioni autoctone di Guyana, è particolarmente violento tra i Wayana, popolo della regione dell’alto Maroni, i quali sembrano davvero sguarniti davanti a questa vera epidemia.

«Mia sorella si è suicidata qualche mese fa». «A me invece, si sono impiccate due cugine l’anno scorso». «A me mio fratello». Ai confini dell’Amazzonia francese, sulle rive del Maroni, fiume-frontiera tra la Guyana e il Suriname, il paesello di Talhuen, 350 abitanti, sorge dalla foresta equatoriale e colpisce per la dolcezza della vita che vi si trascorre. I bambini corrono sugli argini, si tuffano in acqua, le donne li tengono d’occhio a distanza e gli uomini si dànno da fare con le reti da pesca. Di tanto in tanto, il rumore di una piroga a motore che solca il fiume increspa la serenità della riva e tutti alzano la testa per vedere se si tratti di qualcuno che conoscono. Più in alto, un centinaio di case dal comfort ineguale costella una radura incastonata nella natura lussureggiante.

Spesso, gli anziani s’incontrano e bevono il cachiri, la bevanda tradizionale locale, una specie di birra leggera a base di manioca. Tutti i giorni alle 18 i ragazzi giocano a calcio e le ragazze a pallavolo. Talhuen, in territorio wayana, getta la propria armonia in faccia al visitatore di passaggio, il quale non s’immagina che sotto i tetti di quest’angolo di paradiso si svolga da diversi anni un dramma silenzioso: qui, i giovani si suicidano. In massa, almeno venti volte di più che nella metropoli. Spesso giovani ragazze, soprattutto per impiccagione, anche se talvolta ingeriscono del diserbante. Il flagello si manifesta a ondate, e i locali parlano con dolore di “epidemia di suicidi”. Dopo il 2011 e il 2016, è stato il 2019 a vedere il ritorno del fenomeno.

Circa 1.500 Wayana popolano il bacino dell’alto Maroni. Talhuen è il paesotto più grande, ma ci sono villaggi di altre comunità a disseminare le rive di questa parte del fiume. All’origine semi-nomadi, si sono sedentarizzati alla fine degli anni ’60 nel quadro del programma di francesizzazione del prefetto mignon, il quale decise – col loro accordo – di raggrupparli in villaggi. Da allora, sono cittadini francesi. Questo cambiamento nello stile di vita, però, ha comportato una perdita di punti di riferimento e di trasmissione le cui conseguenze si misurano oggi nella straordinaria prevalenza di suicidî che toccano la comunità. Le cifre sono difficili da stabilire in forza dell’assenza di statistiche etniche sui decessi in Francia. È l’agenzia regionale della salute (ARS) a stimare che il tasso di suicidio tra i Wayana dell’alto Maroni sia circa 20 volte superiore a quello rilevato nell’Esagono. In metropoli si conta un suicidio l’anno ogni 5mila abitanti; qui se ne censisce uno l’anno ogni 200.

Faccio attenzione alle cifre, anche perché certe volte si crea una specie di lente d’ingrandimento sulle piccole comunità. Ma tutti gli Amerindi dell’alto Maroni sono molto traumatizzati e tutti hanno un membro della famiglia che si è suicidato.

Così assicura Damien Davy, antropologo al CNRS che lavora in Guyana da quasi vent’anni presso popolazioni autoctone.

«Non ho più lacrime»

A Talhuen, la prima casa che si vede arrivando dal “dégrad” (parola locale per designare il molo) è quella del capo-villaggio e di sua moglie. Ci vivono anche Pauline (i giovani hanno un nome francese e un nome tradizionale), 21 anni, una delle loro figlie, e Stan, 23 anni, il genero. Tra Pauline e Stan, l’atmosfera è felice. È metà agosto, la piccola Anaëlle, 14 giorni, è nata a fine luglio. Madre e figlia sono tornate al villaggio solamente da quattro giorni. La coppia non si vedeva da un mese perché, in Guyana, le donne incinte dei comuni dell’entroterra vengono portate all’ospedale di Cayenne all’ottavo mese in previsione del parto. Sono appagati, la piccola è l’incanto della loro vita. Ma la sera, a cena, i tornanti della discussione rendono i volti più oscuri.

In questo momento, ce ne sono così tanti, di suicidî, che non ho più lacrime, sono solo amareggiata. Mi dico semplicemente “ancora” – confessa Pauline, con la piccola in braccio, in un francese pulito velato d’un accento locale –: in aprile, mia cugina Ornelli s’è suicidata. Eppure ne avevamo parlato poco prima, mi diceva che non sarebbe mai riuscita a farlo. Una sera invece mi è squillato il telefono e mi hanno detto: «Ornelli s’è impiccata». Toccava a lei. Aveva 17 anni.

Prima di dare alla luce la sua bambina, Pauline ci tiene a tornare in particolare su una storia. Quella di Taïni. La ragazza era una delle custodi della scuola media di Maripasoula, la grande città situata a valle, a due ore di navigazione in piroga. Si è suicidata quest’anno, a 24 anni. Nessuno sa veramente perché. Pauline tiene a parlarne perché Taïni era la ragazza la cui foto è stata utilizzata per illustrare la copertina del libro “Les Abandonnés de la République”, uscito nel 2014 (Albin Michel), che tratta proprio della sorte degli Amerindi della Guyana. «Aveva un bambino. Mi ha veramente scioccata», si ricorda Pauline, senza però piangere. Quest’anno, i morti sono aumentati così tanto che Pauline e Stan hanno sviluppato una reazione di rigetto verso quelli che passano all’atto.

Al limite adesso dico loro: «Forza, suicidatevi!». Ho una cugina che si è impiccata perché aveva litigato col ragazzo! La follia. Ho deciso di non andare più ai funerali, ce ne sono troppi. È un modo di proteggermi, se non voglio subire troppo devo fare così.

Spiega Stan. Da ottobre 2018 a giugno 2018 c’è stato in media un suicidio al mese a Talhuen e nei due villaggi waynas nelle immediate vicinanze (circa 700 abitanti in tutto). A questo si aggiungono, durante il medesimo periodo e per la medesima area geografica 13 tentativi. Stan aggiunge, mentre finisce di sparecchiare la tavola:

Viviamo in mezzo alla morte, hanno banalizzato la cosa.

Stare male a scuola

Il malessere wayana non è isolato. La Guyana conta circa 15mila Amerindi ripartiti fra sei popoli autoctoni e alcuni, come i Wayampi e i Teko, vivono tragedie analoghe. Da poco, però, il fenomeno s’è legato ai Wayana. Nel 2015, in seguito all’ultima ondata di suicidî, un rapporto parlamentare qualificava la situazione di “scandalo nazionale”. E faceva pure l’elenco delle ragioni che sono all’origine di questo malessere. Tra queste c’è… la scuola repubblicana.

C’è un enorme fossato tra i programmi scolastici e la cultura amerinda. Tra i Wayana, si vive quotidianamente con gli spiriti. Natura e cultura sono una cosa sola. È una società che impara osservando e facendo, tutto il contrario di ciò che domanda l’Educazione nazionale.

Così spiega la cosa Rachel Merlet, antropologa, direttrice di Action pour le développement, l’éducation et la recherche (Ader), un’associazione che lavora attiguamente alle popolazioni autoctone in Guyana fin dal 2009. Al di là dei metodi d’insegnamento, che costituiscono uno choc culturale e comportano un importante tasso di fallimenti scolastici, le difficili condizioni di accesso alla scolarizzazione si rivelano molto pesanti. Dopo un cursus elementare al paese, un giovane di Talune deve essere scolarizzato alle medie di Maripasoula. Per continuare al liceo, deve raggiungere gli stabilimenti situati sul litorale, a diversi giorni di viaggio. Chiaramente è portato ad alloggiare nel convitto ma, siccome di solito la struttura chiude nel fine settimana, il giovane amerindo viene o tenuto in una famiglia d’appoggio (dove talvolta viene trattato come un domestico), oppure vegeta nella grande città (dove spesso scopre alcool, droga o perfino prostituzione). Prosegue Rachel Merlet:

Gli Amerindi vengono sballottati tra la vita tradizionale e il mondo moderno. È per loro una frustrazione costante. Quando vanno nel mondo dell’“altro”, alcuni non vi trovano il proprio posto, perdono autostima e, talvolta, ciò conduce al suicidio tra i più giovani.

Martedì mattina è giorno di festa a Talhuen. Aïma, un saggio che conosce a menadito leggende e tradizioni wayana riceve a casa sua. Le donne hanno preparato litri di cachiri. Una trentina di persone s’ammassa sotto al suo carbet (riparo di legno senza pareti). Sono le 10 del mattino, cominciano le festività, che dureranno fino a esaurimento provviste. È così che si beve a Talhuen.

Il cachiri è molto importante per i Wayana. I nostri padri e i padri dei nostri padri ne bevevano, e noi facciamo lo stesso: questo rende coeso il villaggio.

Così ci assicura Aïma. Ma i loro figli ne berranno ancora? Mentre gli anziani chiacchierano a casa di Aïma, i giovani si sono raccolti all’altro capo del villaggio, da Dimitri.

Non andiamo con i vecchi. Il cachiri non è roba per noi: non c’è musica, non c’è rhum. Ce ne stiamo tra noi e facciamo festa.

Così scherza Dimitri, 22 anni, sempre in compagnia di un altoparlante da cui urla del trap caraibico. Prima di mezzogiorno, le bottiglie di rhum e cachaça sono già aperte, spinelli di sativa (cannabis) girano senza sosta e gli aneddoti grevi sulle prostitute brasiliane dei campi vicini alle miniere d’oro suscitano un gran vociare da parte di tutti. Il contrasto è notevole: da una parte, gli anziani si ricordano i canti, le danze e l’artigianato tradizionali; dall’altra, i giovani condividono su WhatsApp i video di Neymar, le clip di rap nord-americano e begli indirizzi di siti pornografici.

I giovani vogliono sale pesi, un palco per fare concerti, una sala multimediale… Lo stile di vita tradizionale, l’artigianato, l’abattis [il metodo d’agricoltura ancestrale, N.d.R.], è tutta roba che non va più.

Ce lo spiega Stan, che ci tiene a presentarci Arnaud, uno dei suoi cugini. Grande bevitore di cachaça, sempre fiero di mostrare i suoi tatuaggi, ama pure evocare i tafferugli che animano le sue serate alcooliche. Con l’aiuto dell’ebbrezza, Arnaud finisce per liberarsi:

Sono a pezzi. Mia sorella si è impiccata qualche mese fa. Non ho capito, da allora bevo molto.

L’indomani mattina, Stan si reca in un luogo essenziale per comprendere le turpitudini della gioventù wayana: «Il cinese». È il negoziato che si è installato proprio di fronte a Talhuen, da cinque anni, sulla riva sinistra del Maroni, sponda Suriname. È gestito da persone di nazionalità cinese, donde questa poco immaginativa denominazione. Stan ci arriva per comprarvi la colazione. Motore a manetta, dribbling dei sassi affioranti dal fondale, in trenta secondi di piroga bastano a raggiungerlo. Ci si trova di tutto: prodotti di prima necessità come attrezzi per la ricerca dell’oro, o ancora dell’alcool.

Il “cinese” è insieme una benedizione e una sventura. Sono molto contento di andarvi a prendere le salviettine per mia figlia. Da noi però quando un ragazzo molla la scuola comincia a cazzeggiare, si sveglia la mattina e siccome non ha niente da fare se ne va al “cinese” e beve tutto il giorno coi soldi del Reddito di Solidarietà Attiva.

Questo lo spiega Stan che, dopo aver effettuato le compere, recupera Auline e Anaëlle al villaggio. Oggi la coppia ha deciso di partire in piroga per andare a pescare con le reti. È la prima sortita da pesca per la piccola Anaëlle, che adesso ha 18 giorni. Il livello del fiume è basso, le rocce pericolose, ma Stan è abituato a pilotare in queste condizioni. La tranquillità dei luoghi lo rende d’umore loquace.

È da pazzi che si ammazzino tutti. Eppure la vita qui è semplice, non sei obbligato ad ammazzarti di lavoro come in una metropoli: fai quel che vuoi, vivi di pesca, di caccia…

Grida per coprire il suono del motore. Pauline però non è di uguale avviso: ella ritiene che ci sia un argomento tabù nella comunità a rendere la vita dolorosa, talvolta, e a provocare i suicidî – le violenze coniugali.

Qui una donna s’è impiccata, recentemente – racconta additando una casa isolata sulla riva –: il marito la picchiava così tanto che, a quanto pare, quella ha voluto darci un taglio. Tutti lo sapevano. Il peggio è che c’è anche una seconda versione. Il marito violento l’avrebbe uccisa di botte e le avrebbe passato la corda al collo per camuffare l’omicidio in suicidio. Appesa al cappio, aveva ematomi sul corpo e sul viso.

Dopo l’uscita di pesca, la famigliola ha un appuntamento per un consulto pediatrico. Rotta per l’ambulatorio, uno scintillante stabile di sanità dove un’infermiera è impiegata a tempo pieno e dove regolarmente passa un medico. Pleike Alakau, agente di salute a Talhuen dal 2004, completa il dispositivo. Ha seguito una formazione – imbastita dall’ARS dopo la prima ondata di suicidî, nel 2011 – per prevenire i passaggi all’atto. Pleike ha assistito alla crescita in scala del fenomeno.

Prima non c’erano né “cinesi” né smartphone, quindi i giovani bevevano e si drogavano meno. Adesso ci sono grandi litigate tra loro sui social, sullo sfondo di alcool, gelosie, tradimenti.

Ci spiega la mediatrice, che è in prima fila nel raccogliere le confidenze. E racconta, confermando i grossi problemi evocati da Pauline:

Molti giovani incontrano problemi a casa. Una ragazza è venuta a trovarmi perché i suoi genitori l’avevano lasciata tutta sola per una settimana per andare a bere. Un’altra ha tentato il suicidio perché non sopportava più di vedere il padre che picchiava la madre.

Perdita di punti di riferimento

Mentre Stan e Pauline ascoltano le raccomandazioni dell’infermiera in ambulatorio, a casa di Aïma è ora di grandi pulizie. Ieri ha accolto vicini ed amici per la cerimonia del cachiri. Con la sua scopetta cancella le ultime tracce della festa, e nel frattempo tiene d’occhio uno dei suoi figli che confeziona un “cielo nel recinto”, affresco circolare dipinto a mano che i Wayana appendono in casa per proteggere la loro abitazione dagli spiriti malefici. Per lui, il malessere della gioventù si spiega soprattutto con la scomparsa della trasmissione in seno alle famiglie. Aïma spiega:

Niente dà più voglia al giovane di essere curiosa. Se il padre impaglia sedie, va a pesca, spiega come cacciare, il figlio raccoglierà il testimone. Perché essere wayana non è solo avere la pelle scura e parlare una data lingua. Essere wayana è conoscere la terra, sapere come vivere nella foresta, come prendere il pesce, in che momento costruire l’abattis, quando scegliere una donna… Essere wayana è anzitutto comprendere uno stile di vita. Se non ci arrivi, ti trascini al villaggio e bevi.

Qualche istante più tardi, sollevato dal buon esito dell’esame medico della neonata, Stan si siede alla tavola di Aïma. Deve renderle la zucca che ha utilizzato la sera prima per bere il cachiri. Stan è soltanto passato e quindi ha chiesto ad Aïma chi ha partecipato alla festicciola. Vi apprende che soltanto una parte del villaggio ha partecipato, l’altra ha boicottato. Perché a Talhuen, come dappertutto sugli argini dell’alto Maroni, le chiese dettano legge. La loro apparizione, negli anni ’70, ha dato il colpo di grazia allo stile di vita ancestrale. Passando per il Brasile e il Suriname, finanziate dalle chiese nord-americane, gli evangelici hanno tradotto la Bibbia in lingua wayana. Da allora, effettuano incessanti raid di proselitismo che demonizzano le tradizioni e dividono i villaggi. Aïma deplora:

Dicono che lo stile di vita dei Wayana è quello di Satana, rigettano la gente che non crede. Gli evangelici fanno molto male.

In effetti proibiscono i piercing, i capelli lunghi, proibiscono di vestire di nero, di bere cachiri – bevanda del diavolo – cancellano ogni riferimento allo sciamano – il quale viene tacciato di stregoneria –, praticano cerimonie di esorcismo eccetera. Aïma insiste:

Le chiese ci impediscono di parlare del mondo invisibile, degli spiriti, dell’interrogarci – che pure sono la base della nostra spiritualità. È una cosa molto importante per comprendere la perdita dei punti di riferimento.

Stan, che pure si dichiara ateo, cerca di sfumare:

Io sono più moderato. Un ubriacone che va con gli evangelici almeno smetterà di bere. È una cosa buona per il villaggio, se poi si fa fare il lavaggio del cervello peggio per lui.

Le autorità non possono fare molto, quanto all’evoluzione spirituale dei Wayana; d’altro canto, però, dispongono di strumenti per alleviare il malessere della gioventù. E così, per ritardare il più possibile la perdita dei riferimenti, presto sarà costruita una scuola media nel villaggio di Talhuen.

«Bisogna trovare i mezzi per spostare i bambini il più tardi possibile»: ne conviene Frédéric Bouteille, sottoprefetto alle comunità dell’entroterra, il quale afferma che lo stabilimento dovrebbe sorgere dal suolo nel 2022. La questione dei programmi è ugualmente cruciale. Prosegue il sottoprefetto:

Bisogna chiedersi quale sia la maniera giusta di insegnare nei villaggi isolati. Fare una scuola media con delle mura e un’aula chiusa a Talhuen non è cosa giudiziosa: bisogna adattare la pedagogia alla popolazione, senza tuttavia privarla degli insegnamenti essenziali.

L’ARS è pure in prima linea. Alla fine del 2019 dovrebbe essere messo in cantiere un osservatorio per stabilire un registro dei suicidî. Soprattutto, l’ARS pilota dal 2018 il programma Bepi (Bien-être des populations de l’intérieur [“Benessere delle popolazioni dell’entroterra”, N.d.T.]), che permette di finanziare progetti di accompagnamento: manifestazioni culturali, sportive, sostegno alla genitorialità, reperimento di “donne-relè” eccetera.

«Ci sentiamo abbandonati»

È un buon inizio, ma non basta. Qui ci sentiamo abbandonati. Bisogna andare sul sito Internet di Suriname, la metà delle volte non c’è denaro alle Poste e il villaggio è illuminato col gruppo elettrogeno.

Questa la denuncia di Stan. Da parte sua, sa già cosa fare nell’avvenire: anche se adora la sua vita al villaggio, ha già fin d’ora annunciato a Pauline che non conta di restarvi quando la piccola sarà più grandicella.

Troppi rischi a farla crescere qui, non mi va che abbia dei problemi.

Mentre andava a ritirare le reti da pesca, una sera, Stan coniò la sua analisi definitiva sul malessere della gioventù wayana. In mezzo al fiume, il crepuscolo gli aveva ispirato un’allegoria:

Bisogna immaginarsi un vaso. Questo vaso si riempie poco a poco di un liquido. Questo liquido sono i Wayana e tutti i loro problemi. A un tratto, il vaso trabocca e delle goccioline ruzzolano sul fianco. Quelle perline sono i giovani che si suicidano.

Informazioni su Giovanni Marcotullio 297 articoli
Classe 1984, studî classici (Liceo Ginnasio “d'Annunzio” in Pescara), poi filosofici (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PhD RAMUS) e teologici (Pontificia Università Gregoriana, Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, Pontificia Università “Angelicum”, PhD UCLy). Ho lavorato come traduttore freelance dal latino e dal francese, e/o come autore, per Città Nuova, San Paolo, Sonzogno, Il Leone Verde, Berica, Ταυ. Editor per Augustinianum dal 2013 al 2014 e caporedattore di Prospettiva Persona dal 2005 al 2017. Giornalista pubblicista dal 2014. Speaker radiofonico su Radio Maria. Traduttore dal francese e articolista per Aleteia Italiano dal 2017 al 2023.

Lascia il primo commento

Di’ cosa ne pensi