#Ecologia, superare Greta con Finkielkraut e col Papa

The Malizia II boat with 16-year-old climate change activist Greta Thunberg aboard passes the Statue of Liberty as it arrives in New York, USA 28 August 2019. Thunberg, who has inspired student protests around the world, is arriving in New York to attend a climate change summit at the United Nations next month. EPA/COREY SIPKIN

Stamane ci ha stupiti leggere Massimo Gramellini “pettinare contropelo” Greta Thunberg, richiamandola a un (per lei probabilmente poco significativo “effetto Papeete”):

Arrivando davanti all’isola di Manhattan, tu ieri hai strillato sui social «Terra!», neanche fossi la pronipote vichinga di Cristoforo Colombo. L’altro giorno avevi informato l’umanità che il tuo viaggio era disturbato da un vento forte e che le onde dell’oceano erano molto alte. Capisco che sei abituata a misurare tutto ciò che ti riguarda con il metro dell’eccezionalità. Ma non stai solcando mari ignoti, né scoprendo continenti riemersi. Stai solo andando a New York in barca a vela. Attenta all’effetto Papeete, Greta. Basta un attimo. Basta sentirsi al centro dell’universo e circondarsi di laudatori adoranti per perdere il contatto con la realtà e ritrovarsi, al risveglio, in minoranza persino con sé stessi.

Sorge in noi (legittimo) il sospetto che, paragonando Greta a Matteo, Massimo intendesse più parlare al fu ministro dell’Interno che alla bionda ragazzina incredibilmente (?) finita sotto i riflettori dello showbiz mondiale per il suo amore alla causa ambientale. Greta come Malala e (più recentemente) Nadia1È qualche decennio che il Nobel per la Pace viene dato a persone giuridiche e non fisiche (Unione Europea), bambini (Malala e Nadia) nonché preventivamente a politici perché non facciano troppe guerre (è andata male con Obama). E pensare che quel riconoscimento era stato conferito anche ad Albert Schweitzer e a Madre Teresa di Calcutta!: personaggino puccioso da eterodirigere su un palcoscenico di cui non possa vedere i confini? E chi lo sa? C’è da dire però che del pezzettino italiano di quel carrozzone Gramellini sa qualcosa, e se dal suo sofà si vede che il corso di una stella non sembra destinato a durare a lungo c’è da riflettere.

Chi scrive però non ha mai parteggiato per quanti irridevano Greta più che per chi l’idolatrava: evidentemente una ragazzina non si accaparra enormi fondi internazionali e un’immensa potenza di fuoco mediatico perché ha le treccine e “dice cose giuste”2Difatti ha cominciato a pagare dazi con spot filo-LGBT che non solo sono estranei alla causa ambientale, ma anzi le sono perfino nemici: tutelare e conservare gli equilibri e la biodiversità implica necessariamente che si conoscano e si rispettino le leggi della natura. Che il matrimonio sia tra un uomo e una donna, ad esempio, non è una “convenzione sociale” bensì un costrutto culturale e naturale. E che diremo dell’abominio dell’utero in affitto – leggi “privare per contratto di compravendita un bambino della propria madre”, che larghe fette del c.d. “mondo LGBT” rivendica come “diritto”?. Però la causa ambientale è sacrosanta, anzi meriterebbe araldi che muovano l’opinione pubblica non superficialmente ma tramite proposte sensate e condivisibili.

Mi è venuta in soccorso la rassegna stampa internazionale, laddove a pagina 19 del Figaro di oggi ho trovato il resoconto di una conferenza pubblica di Alain Finkielkraut ad Erbalunga (Corsica).


Appello per un’ecologia poetica

di Alain Finkielkraut3Dell’Académie Française

Come sottolinea il poeta e pensatore Octavio Paz, ogni società riposa su un nome, vera tavola di fondazione. Il nome divide il mondo in due: cristiani/pagani; musulmani/infedeli; noi e gli altri. Anche la nostra società divide il mondo in due: il moderno/l’antico. È la stessa cosa ed è molto differente. Siamo i primi che, invece di proporre un principio temporale diamo come ideale universale il tempo e i suoi cambiamenti. La nostra civiltà non è statica, ma storica. Essa parla al futuro. Essa guarda avanti davanti a sé. Essa si concepisce non come essenza ma come divenire e come progetto: il progetto definito nel XVII secolo da Descartes e Bacon di rendersi signori e padroni della natura per vincere le sue fatalità e le miserie dell’umanità. Quest’impresa ha qualcosa di grandioso e, per quanto si possa essere critici, non si deve mai dimenticare l’omaggio che le viene reso in Middlemarch – il capolavoro romanzesco di George Eliot:

Caleb Gart scuoteva spesso la testa meditando sul valore, sull’insostituibile potenza di questo lavoro da miriadi di teste e di mani grazie alle quali il corpo sociale si trova nutrito, trova vitto e alloggio. Questa forza s’era impossessata della sua immaginazione fin dall’infanzia. Gli echi del gigantesco martello che fabbricava un tetto domestico o una chiglia di nave, i segnali che si lanciano degli operai, il ronzio delle fornaci, il brusio tonitruante delle macchine formavano alle sue orecchie una musica sublime; l’abbattimento e il trasporto del legname da costruzione, l’enorme tronco che vibrava lontano, come un astro, sull’autostrada, la gru in funzione sulla banchina, le merci esposte sulle cassette del mercato, la varietà e il rigore degli sforzi muscolari spiegati ogni volta che un compito preciso doveva essere compiuto, tutti questi spettacoli avevano agito su di lui fin dalla sua giovinezza come la poesia senza l’aiuto dei poeti; avevano costituito in lui una filosofia senza l’aiuto dei filosofi. La sua prima ambizione era stata di prendere parte – una parte più attiva possibile – a questo sublime lavorio, al quale conferiva una dignità particolare senza designarlo con l’espressione “gli affari”.

Pagina 19 de Le Figaro
di giovedì 29 agosto 2019

Quel che c’è di sublime in quel lavorio è lo sforzo concertato perché la Terra non sia più una valle di lacrime. I benefici del progresso meritano la nostra gratitudine. Ma oggi la terra chiede pietà e il cielo fa quel che vuole. Più le macchine sono performanti, più l’avvenire si fa cupo. Da conquistatore, il progresso diventa incontrollabile. Tutto funziona, e al contempo tutto va fuori controllo, tutto dipende dall’uomo, anche il meteo, e niente va come egli vuole.

Il 25 luglio scorso il giornale svizzero Le Temps titolava: «L’uomo ha creato un mostro climatico». Il mondo ha già conosciuto, nel passato, dei fenomeni di riscaldamento o di raffreddamento, ma erano regionali – questo è globale, e nessun fattore naturale lo spiega. Le attività umane ne sono la causa. Con la loro volontà di appropriare la Creazione all’umanità, i Tempi moderni s’erano piazzati sotto il segno di Prometeo, ma ora che creano dei mostri è la figura del dottor Frankenstein che viene alla mente, e alla folgore della minaccia l’ecologia, che per molto tempo è stata cosa di una cricca di esaltati, viene invitata nell’agenda politica della sinistra, della destra e del “tutte e due”. Anche i progressisti si domandano come padroneggiare il nostro padroneggiare, e si dan da fare per riparare i danni del progresso.

Cercano delle alternative alle energie inquinanti. Donde il loro entusiasmo per le pale eoliche. È il mezzo – dicono – per rallentare il riscaldamento climatico, limitando l’emissione di gas serra. E le cifre danno loro ragione.

Soltanto ecco: le cifre non sono tutto, c’è poi anche il non-quantificabile – il volto delle cose, le apparenze prima della loro traduzione matematica, la realtà così come si offre allo sguardo. Convertita all’ecologia, la scienza sarà un importante soccorso, ma perché la Terra resti abitabile non bisogna concederle il monopolio del vero.

Le pale eoliche spuntano dappertutto come funghi – scrive Renaud Camus –. Niente è più disperante, per l’uomo, di queste pale ammazza-uccelli. Esse gli dicono che è circondato, che non ci sono più scappatoie per lui, non più assenza, non più trascendenza, non più altezze dove non più presenti sono gli dèi. Ed è proprio la sua specie che gli impone questa incarcerazione. […] Gli agenti di questo abominio pretendono di non erigere queste sbarre di prigione se non per il bene dell’umanità e per salvare il pianeta, ma a che pro salvare il pianeta se lo scopo è farne una sinistra gattabuia4Renaud Camus ha tanto e così bene bruciato i suoi crediti da essere diventato un autore innominabile in senso stretto. Citarlo, qualunque sia l’argomento, significa esporsi immediatamente ai peggiori sospetti. Violo qui l’interdetto per due ragioni:
1) Formula meglio di chiunque la sfida ontologica dell’installazione delle pale eoliche;
2) Ho appena compiuto 70 anni e una cosa – una sola – compensa l’approssimarsi della vecchiaia e le mille piccole avvisaglie dei suoi acciacchi: l’indifferenza quanto a quel che si dirà. La libertà è dono dell’età. Quando ci si sente mortali, l’essenziale prevale sull’opinione.
?

Questo è il terribile paradosso del nostro tempo: quelli che vogliono preservare la vita sulla Terra militano per la proliferazione delle pale eoliche, laddove non vale la pena di vivere una vita all’ombra di questi mastodonti rombanti né per gli uomini né per le vacche. In questa guerra contro i nuovi mulini a vento, la lucidità sta dalla parte di don Chisciotte, e gli ecologisti sono i primi a beffarsi di lui. Ci si sbaglia, dunque, a denunciare il loro catastrofismo. Nell’ora dell’artificializzazione accelerata dei suoli, della demografia demente, dell’estensione indefinita delle periferie, della violenza dell’industria agro-alimentare, dell’agonia della foresta amazzonica, dell’innalzamento del livello mondiale delle acque e dell’espansione dei deserti, non si può considerare patologico lo spavento. Quando tutto sparisce, i momenti di sarcasmo contro l’incubo della caduta finale danno testimonianza di una stupefacente “sicumera tuttologica”5Panglossisme” in francese, dal nome del celebre personaggio del Candide volterriano [N.d.T.].. Quel che invece si può rimproverare alla politica ecologica è l’aggravare la devastazione proprio col metodo attraverso cui vi porta rimedio: «Siamo più vicini al sinistro di quanto lo sia l’allarme stesso», diceva René Char. Ecco che, in più, quelli che devono dare l’allarme contribuiscono alla propagazione del sinistro che annunciano. E non si tratta soltanto delle pale eoliche.

Qualche mese fa compariva un manifesto scritto da Fabrice Nicolino, giornalista di Charlie Hebdo:

Non riconosciamo più il nostro paese. La sua natura è stata sporcata. Un terzo degli uccelli è scomparso in quindici anni; la metà delle farfalle in vent’anni; le api e gli altri impollinatori muoiono a miliardi; le rane e le cavallette sembrano scomparse, i fiori selvatici diventano rari. Questo mondo che scompare è il nostro, e ogni colore che soccombe, ogni luce che si spegne è un dolore definitivo. Ridateci i nostri papaveri! Ridateci la bellezza del mondo.

Questo magnifico testo è due volte disperante: in quel che enuncia e nella maniera di enunciarlo, perché anche questa è in via di scomparsa. L’ecologia ufficiale non conosce più la natura, né il nome dei suoi abitanti, ma soltanto la “biodiversità” o gli “ecosistemi”, e questo significa che la cura dell’essere si esprime ormai nella lingue dell’oblio dell’essere. Si trascura l’amore per i paesaggi per i problemi dell’ambiente. E non c’è tempo da perdere con la bellezza del mondo, quando il pianeta è in pericolo.

«L’Essere è ciò che esige da noi creazione perché noi ne abbiamo esperienza», scriveva Merleau-Ponty. Si potrebbe dire, mettendoci nella sua scia: la natura ha bisogno di poeti perché noi diventiamo sensibili ad essa. Invece, tragedia invisibile, quelli che Francis Ponge chiama gli “ambasciatori del mondo muto” sono scomparsi. Addio Virgilio, Ronsard, Wordsworth, Hölderlin, Ponge e Bonnefoy! Non ci sono più i poeti che ci aprano gli occhi e che diano forma alle nostra anime. Ed è Greta Thunberg a occupare il posto lasciato vacante.

Quest’adolescente svedese ha avuto la geniale idea di uno sciopero settimanale degli studenti perché, dice, «faremo i nostri compiti quando voi farete i vostri». Dall’Assemblée nazionale française all’Assemblea generale delle Nazioni unite, gli adulti restano pietrificati a tripudiare davanti a lei. Invece di assumersi autorevolmente la responsabilità del mondo, presentano le loro scuse per aver rovinato tutto. Invece di operare per espandere il vocabolario dei bambini ed affinare la loro visione, ascoltano religiosamente gli astratti riassunti della parola puerile. Non si preoccupano di dare, con la conoscenza dell’arte, una dimensione estetica all’ecologia. L’urgenza manda in vacanza la cultura e la rimpiazza con lo smistamento sommario dell’educazione dalla sensibilità. L’ecologia meritava di meglio.


In questo panorama i cristiani avrebbero una grande missione, disponendo già fin da subito – se solo volessero prenderne atto – degli strumenti necessari a una sinergia feconda tra estetica ed etica, tra scienza e tecnica, tra teoria e prassi. Il dramma della loro insufficienza (o anche della loro inerzia) in tal senso è stato descritto alla perfezione da Papa Francesco in due numeri della Laudato si’:

La grande ricchezza della spiritualità cristiana, generata da venti secoli di esperienze personali e comunitarie, costituisce un magnifico contributo da offrire allo sforzo di rinnovare l’umanità. Desidero proporre ai cristiani alcune linee di spiritualità ecologica che nascono dalle convinzioni della nostra fede, perché ciò che il Vangelo ci insegna ha conseguenze sul nostro modo di pensare, di sentire e di vivere. Non si tratta tanto di parlare di idee, quanto soprattutto delle motivazioni che derivano dalla spiritualità al fine di alimentare una passione per la cura del mondo. Infatti non sarà possibile impegnarsi in cose grandi soltanto con delle dottrine, senza una mistica che ci animi, senza «qualche movente interiore che dà impulso, motiva, incoraggia e dà senso all’azione personale e comunitaria».[151] Dobbiamo riconoscere che non sempre noi cristiani abbiamo raccolto e fatto fruttare le ricchezze che Dio ha dato alla Chiesa, dove la spiritualità non è disgiunta dal proprio corpo, né dalla natura o dalle realtà di questo mondo, ma piuttosto vive con esse e in esse, in comunione con tutto ciò che ci circonda.

Se «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi»,[152] la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore. Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le proprie abitudini e diventano incoerenti. Manca loro dunque una conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana.

Papa Francesco, Laudato si’ 216-217

Severo ma giusto. A quella finora disattesa magna charta dell’ecologismo cristiano si riferiva anche il politologo francese Gaël Brustier, che proprio oggi scriveva su La Vie questo testo, a mio avviso degno di traduzione.


Ecologia integrale
e fronte sociale

di Gaël Brustier

L’enciclica Laudato si’ è un testo capitale del nostro tempo, che offre il vero senso dell’ecologia integrale. Essa identifica la crisi ecologica attuale con la triplice rottura – con Dio, con gli altri, con la natura – che ne definisce la profonda verità. Le sue basi teologiche sono abbastanza chiare da evitare ogni accusa di greenwashing. L’ecologia integrale che ne promana viene da un edificio teologico antico, abbondantemente spiegato dall’economista Gaël Giraud. Così, già 25 anni fa si parlava di ecologia, in Vaticano.

Pagina 95 da La Vie
del 29 agosto 2019

L’ecologia integrale diffida del tecnologismo e lo sfida a ragion veduta, legando – in Laudato si’ – il sociale e l’ambientale. Intellettuali e militanti hanno avuto l’intelligenza di confrontare il testo alle differenti visioni ecologiste e ai modi di incarnarle, nel corso di una recente università estiva. Alcuni partigiani dell’ecologia integrale tendono a ridurre la medesima a una conservatorismo in materia bioetica, cosa che la amputa de facto dell’altro versante, dunque di una sicura ricchezza intellettuale. Ne deriva un indebolimento dei modi di agire sul mondo mediante la congiunzione con altri gruppi sociali o politici. La sfida soggiacente a questa riduzione al conservatorismo è che le classi popolari sarebbero conservatrici “per via di società” (visione nutrita da autori non cattolici come Jean-Claude Michéa), cosa ampiamente contraddetta dalle scienze sociali. Non si può dunque attendere passivamente che un’ecologia popolare converga con l’ecologia integrale a queste condizioni.

Contrariamente a un’idea diffusa ma falsa, il sistema capitalistico non resta inerte di fronte alla crisi climatica e agisce, da parte sua, sul mondo. Il capitalismo si adatta. Il capitalismo avanza quindi le sue soluzione di fronte al cambiamento climatico, soluzioni che lasceranno vinti e vincitori, poiché tale è la sua logica. Si sa, dagli scorsi decenni, che i più poveri subiscono le conseguenze negative di un capitalismo di estrazione, di predazione, produttività e produttore di rifiuti, in generale stoccati in città o quartieri poveri – è la base del “razzismo ambientale”. Tale capitalismo affronta la crisi ecologica sviluppando prodotti finanziari legati alla regola della mobilità del capitale, la cui condanna teologica affonda fin nell’enciclica Quadragesimo anno (1931). Questa regola è condannata teologicamente perché crea dell’ingiustizia e della povertà. È proprio entrando in questo argomento che i cristiani possono portare a dama la Laudato si’, ed è per questo che è giunto il tempo che l’ecologia integrale si associ a un largo fronte sociale.

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1. È qualche decennio che il Nobel per la Pace viene dato a persone giuridiche e non fisiche (Unione Europea), bambini (Malala e Nadia) nonché preventivamente a politici perché non facciano troppe guerre (è andata male con Obama). E pensare che quel riconoscimento era stato conferito anche ad Albert Schweitzer e a Madre Teresa di Calcutta!
2. Difatti ha cominciato a pagare dazi con spot filo-LGBT che non solo sono estranei alla causa ambientale, ma anzi le sono perfino nemici: tutelare e conservare gli equilibri e la biodiversità implica necessariamente che si conoscano e si rispettino le leggi della natura. Che il matrimonio sia tra un uomo e una donna, ad esempio, non è una “convenzione sociale” bensì un costrutto culturale e naturale. E che diremo dell’abominio dell’utero in affitto – leggi “privare per contratto di compravendita un bambino della propria madre”, che larghe fette del c.d. “mondo LGBT” rivendica come “diritto”?
3. Dell’Académie Française
4. Renaud Camus ha tanto e così bene bruciato i suoi crediti da essere diventato un autore innominabile in senso stretto. Citarlo, qualunque sia l’argomento, significa esporsi immediatamente ai peggiori sospetti. Violo qui l’interdetto per due ragioni:
1) Formula meglio di chiunque la sfida ontologica dell’installazione delle pale eoliche;
2) Ho appena compiuto 70 anni e una cosa – una sola – compensa l’approssimarsi della vecchiaia e le mille piccole avvisaglie dei suoi acciacchi: l’indifferenza quanto a quel che si dirà. La libertà è dono dell’età. Quando ci si sente mortali, l’essenziale prevale sull’opinione.
5. Panglossisme” in francese, dal nome del celebre personaggio del Candide volterriano [N.d.T.].

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