“Grâce à Dieu” non si è parlato (molto) di questo film

Fotogramma del film “Grâce à Dieu” di François Ozon

Un lettore mi chiedeva cosa pensassi del film Grâce à Dieu, di François Ozon. Sono caduto dalle nuvole perché, pur monitorando con quanta cura e assiduità posso il panorama culturale-ecclesiale d’Oltralpe, questa pellicola mi era sfuggita. Eppure sembra che in essa si ritrovi un elemento importante della temperie culturale francese del momento, quella – per intenderci – che ha sospinto il cardinale Barbarin a presentare al Santo Padre la rinuncia al mandato pastorale come arcivescovo di Lione (dimissioni respinte1Ci sarebbe poi da dire che la soluzione trovata appare nel suo insieme un mirabile bizantinismo: a mio avviso essa significa in sostanza che non si vuole dare l’idea di una transizione ecclesiastica, viceversa si vuole mandare alla giustizia e alla società francesi un messaggio di indipendenza.).

La locandina del film

Il film di Ozon dev’essere stato assorbito ad intra dal rilievo mediatico della vicenda giudiziaria lionese, nel cui solco il film s’inserisce e che quindi risulta mediaticamente tanto più forte quanto maggiore è la cronaca rispetto alle ricostruzioni; mentre ad extra è stato il rumore dell’altra bomba di fabbricazione francese – Sodoma di Frédéric Martel – a coprire il fragore del film. E sarebbe stato ingenuo aspettarsi che andasse diversamente, quantunque il film sia uscito con un giorno di anticipo sul libro: questo però parlava di questioni globali con riferimento a personaggi universalmente noti; quello di un gravissimo e controverso scandalo della/nella Chiesa in Francia, con personaggi assolutamente ignoti ai non addetti ai lavori fuori dai confini dell’Esagono.

A titolo di puro orientamento, quindi, vi propongo di seguito lo scritto di Hubert de Torcy comparso su La Croix il 7 marzo u.s.: De Torcy è il direttore di Saje Distribution, una società che distribuisce film di ispirazione cristiana. È in veste di professionista del cinema che ha preso la parola su La Croix. Il film di François Ozon rintraccia la lotta delle vittime di padre Preynat, ossia dell’“orco di Lione” (quello che a Barbarin è costato una condanna a sei mesi con condizionale)2Su La Croix si trova anche un’intervista al regista..


di Hubert de Torcy

Incontestabilmente, attorno a questo “caso Preynat” sussisteva un vero possibile soggetto cinematografico, con tutte le domande che s’impongono – sia sul versante delle vittime (fino a dove posso spingermi per ottenere la condanna di un predatore) sia su quello della Chiesa, che nel film viene messa al banco degli imputati, la Chiesa che vorrebbe poter sempre sperare che il peggiore dei mostri possa essere cambiato, laddove il mondo sostiene “pedofilo un giorno, pedofilo per sempre”.

Il brutto è che François Ozon stesso, nel pressbook, presente che ci sia una serie di domande interessanti:

Lo si deve […] alla natura stessa della religione cattolica, che è una religione del perdono? Barbarin dice: «Ci sarà sempre una porta aperta per i peccatori», pur affermando che Preynat dev’essere sanzionato. Questo discorso – “al tempo stesso” – è ambiguo.

C’è di che rammaricarsi, a che egli abbia preferito la caricatura invece di abbordare quella che percepisce come un’ambiguità. Si assiste allora al regolamento di conti di un cineasta con la Chiesa e con la fede. L’apice si raggiunge con lo spottone per lo sbattezzo.

Eppure François Ozon non cessa di difendersene: «L’idea non era quella di fare un film alla carica contro la Chiesa». L’espressione torna come un mantra non meno di cinque volte nel pressbook, e ogni attore la ripete in coro. Questa più che sospetta insistenza è in realtà una confessione. Quale che sia l’esito del processo in corso [De Torcy scrisse quando l’esito del processo Barbarin era ancora incerto, N.d.R.], mediaticamente la Chiesa avrà perso. Sarebbe stato meglio attendere che la giustizia facesse il suo corso, prima di proiettare quest’opera sul grande schermo.

In cosa consiste la manipolazione di François Ozon? Egli ci fa credere di aver fatto un’opera quasi-documentaristica, affermando di aver ripreso testualmente i contenuti dei dialoghi. L’insistenza sui lettori delle corrispondenze in fuori campo è indigesta, ma è una buona maniera di ipnotizzare lo spettatore facendogli credere che tutto quel che vede sia vero. Tutti i nomi, del resto – dalla parte della Chiesa – sono veri: padre Preynat, il cardinale Barbarin e Régine Maire. Al contrario, tutti quelli de La Parole Libérée sono stati cambiati, laddove la sola vera materia a cui il realizzatore abbia avuto realmente accesso – lo ammette egli stesso – è quella. Se Ozon si fosse dato la pena di incontrare l’altera pars, avrebbe scoperto altre mail, rivelate a gennaio durante il processo: quella di Alexandre, per esempio, che ringraziava il cardinale di essere stato «il sostenitore dei suoi passi, anche sul piano giudiziario».

Un film rivelatore dell’orrore

Fin dall’inizio del film, François Ozon fa capire allo spettatore chi è il cattivo ipocrita di cui bisogna diffidare. È la risorsa del mestiere (o piuttosto l’assenza di mestiere) dell’attore che interpreta Barbarin. Egli declama i suoi testi come qualcuno che reciti un discorso che non lo riguarda. Del resto, per quelli che non avessero ancora compreso il messaggio, quando il personaggio appare una musichetta inquietante s’insinua come a confermarci che il “cattivo” entra in scena. Non si saprà niente del caso di coscienza, delle domande o della sincerità del cardinale in questo affare. Di passo in passo, nel film, egli manipola e assopisce il proprio mondo con calcolata freddezza.

Il vero merito del film consiste invece nella descrizione precisa di quello che hanno vissuto le vittime fino al 1991, del silenzio delle famiglie e delle ripercussioni drammatiche per ognuno. Da questo punto di vista, è un film necessario per aprire gli occhi e non abituarsi mai all’orrore indicibile. In coraggio la maggior parte di questi uomini non hanno scarseggiato. Incontestabilmente.

Eppure sul finale si resta davvero delusi

Melvil Poupaud

Sono deluso che degli attori tanto talentuosi si siano compromessi in quest’arma di distruzione dimessa. In particolare Melvil Poupaud, la cui fede sembra sincera («Penso che Gesù sia il mio salvatore»), e che del resto osserva finemente che i valori del Vangelo sono rovesciati fino alla fine, attraverso l’affermazione che il realizzatore mette sulla bocca della moglie di Alexandre: «Se tu lo perdoni, lui farà di te la sua vittima a vita». Melvil Poupaud spiega nel pressbook:

Per me, se uno ha la fede non può dire una cosa del genere. Una vera credente direbbe piuttosto: «Preghiamo perché tu trovi la forza di perdonare». Perché non siamo noi che accordiamo all’altro il perdono […], è una grazia di Dio che ci oltrepassa e ci rende capaci di perdonare anche l’imperdonabile. Cosa che non impedisce […] un’azione di giustizia. Il perdono e la giustizia sono due cose distinte.

Che peccato che François Ozon non abbia ascoltato il proprio attore, che in qualche frase riassume ciò che sarebbe potuto essere il principio di un grande film.

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Note   [ + ]

1. Ci sarebbe poi da dire che la soluzione trovata appare nel suo insieme un mirabile bizantinismo: a mio avviso essa significa in sostanza che non si vuole dare l’idea di una transizione ecclesiastica, viceversa si vuole mandare alla giustizia e alla società francesi un messaggio di indipendenza.
2. Su La Croix si trova anche un’intervista al regista.

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