Tutti hanno un’opinione su Sanremo, soprattutto chi non l’ha seguito

Italian singer and Sanremo Festival artistic director Claudio Baglioni, Italian actress Virginia Raffaele and Italian actor Claudio Bisio perform on stage at the Ariston theatre during the 69th Sanremo Italian Song Festival, Sanremo, Italy, 09 February 2019. The Festival runs from 05 to 09 February. ANSA/ETTORE FERRARI

E anche la 69esima edizione del Festival di Sanremo è finita, una delle migliori edizioni di sempre, a mio parere. So che in tanti non la pensano così, ma ho visto pure che i più critici son quelli che nemmeno l’hanno guardato, il festival. Per cui…

Il festival è una gara, una gara vera, davanti ad un pubblico vasto e vario, non un talent con tre giudici stronzi e un pubblico che applaude a comando. Hai una sola canzone, da eseguire più volte, ma sempre ad orari diversi: ogni performance è fondamentale. Hai un’orchestra vera che ti sostiene, tutti i problemi di un mixeraggio complesso, la diretta che ti fissa, un pubblico oltre la telecamera vastissimo che ti osserva. E c’è una sala gremita che reagisce come le pare, niente applausi di convenienza. Tante volte negli anni passati quella sala ha fischiato, anche ieri sera lo ha fatto, quando ha scoperto che la Berté si è aggiudicata solo la medaglia di cartone.

Bisogna essere emozionanti ma non emozionati, precisi ma non scolastici, carichi ma senza strafare. E le stecche si sprecano: il mixerista non ha nessuna pietà, gli effetti sul microfono sono minimali, ove non esplicitamente funzionali al pezzo. Si sente ogni sbavatura della voce, ogni incertezza, ogni minima oscillazione sul tono. E non mancano gli inconvenienti tecnici, come l’auricolare che all’improvviso non funziona (vedi Eros) e devi cantare affidandoti alle spie sul palco e alla tua esperienza, o i microfoni spenti, come è capitato a Patty Pravo la prima sera e a Mahmood l’ultima.

Poi c’è la classifica finale, che sempre, sempre ha scontentato: il peso della giuria di qualità è preponderante rispetto al televoto nazionalpopolare e il risultato è che il podio non ha mai l’ordine che ci si aspetterebbe. Inoltre da un po’ di anni la gente, invece di tirare fuori il mezzo euro che serve per votare, cinguetta su twitter, credendo che conti qualcosa. Il risultato è che sui social il Volo era ultimo e Ghemon primo. S’è visto.

Ora è il momento di sfogare le polemiche che durante le serate non sono riuscite ad emergere, nonostante la palese volontà di molti, perché la conduzione Baglioni – Bisio – Raffaele è stata estremamente garbata, politically correct, centrata sulla musica e solo su quella. Han provato a far esplodere alcuni casi ante festival, come l’esclusione della canzone dei New Trolls patriottica (e orrenda, per questo non è stata accettata) o il brano contro la pedofilia (“Caramelle” di Carone) che era bello, intenso e troppo simile alla canzone Moro-Metal dell’anno scorso.

Poi abbiamo avuto la solita immancabile accusa di plagio contro Achille Lauro (la Sony aveva già pronta la perizia di confronto che dimostrava la liceità del brano, segno che prevedevano l’accusa), e lo sdegno per il testo assai criptico della stessa, che inneggerebbe alla droga (mah, boh, ci vuole la parafrasi del testo per capirlo).

È curiosamente passata sotto silenzio la canzone degli Zen Circus, che parlava di porti aperti o chiusi e di amori tra uomini, ma aveva così tante parole affastellate una sull’altra, urlate talmente fuori tono, che nessuno le ha ascoltate: una performance musicalmente imbarazzante.

Finalmente, a festival finito, ai giornalisti vogliosi di sangue è stato dato quel che aspettavano dall’inizio, cioè un bel motivo per fare polemica politica: la vittoria di Mahmood, grazie al ribaltone della giuria di qualità sul televoto (che, come ho già detto, è un evento scontato, sempre successo, prevedibile come il sole ad agosto). Il cantante italiano di origine egiziana, che ha pure infilato due parole di arabo nella canzone, è stato acclamato vincitore dalla giuria radical chic di espertoni (esperti di tutto fuorché di musica) prevedibilmente in virtù delle sue origini, perché il loro entusiasmo con standing ovation altrimenti non si spiega. Tra l’altro il brano, che parla del padre, è stato introdotto nelle serate come se trattasse di un generico amore di qualcuno/a in cerca solo di soldi: nessuno aveva letto il testo? La sala stampa subito ha domandato che ne pensa dell’immigrazione e lui, poveretto, ha risposto solo che è italiano al 100%. Era venuto per cantare, non per fare il simulacro da sventolare e bisogna ammettere che, al di là dei gusti sul genere musicale, il ragazzo ha una voce originale e potente e ha saputo usarla con abilità, senza mai una sbavatura. Alcuni momenti della canzone sono solo voce e percussione e il live non mente. Mahmood ha le capacità per sfondare, anche senza (o nonostante) la spintarella dei compagni.

Però Baglioni è innocente in tutto questo: come ha osservato Elisa (intervenuta come ospite l’ultima serata, incantando il teatro con la sua meravigliosa voce), questo festival più di tutti i precedenti è una foto fedele del panorama musicale odierno italiano, dove hanno fatto capolino anche nuovi generi, che possono non piacere (vi risparmio cosa penso io della trap), ma che innegabilmente stanno avendo successo e seguito. Anche la partecipazione de Il Volo, riempiti di insulti e ironie sui social, è stata importante e apprezzata: all’estero vanno fortissimo, non si capisce perché in Italia li dobbiamo trattare tanto male. Le stecche della Bertè le accettiamo, mentre il genere mezzo lirico del trio no; Ghemon si veste come un barbone e fa tendenza, i tre ragazzi dovrebbero impiccare il loro costumista; Federica Carta e Shade si fanno rovinare la canzone da Cristina D’Avena nella serata dei duetti e il Volo invece chiama un violinista (bravissimo) perché non vorrebbero il confronto con un’altra voce che li farebbe sfigurare. Ho letto davvero di tutto. Poveri ragazzi.

Più che il festival della canzone italiana, a tratti m’è parso il festival dell’astio.

Meno male che è stata risparmiata Arisa, colta già dalla seconda serata dal terribile effetto del taglio di fiato che il cantante teme come la peste nera e che è provocato dall’ansia. All’ultima serata, si è temuto non riuscisse a terminare il brano. Voi non sapete che vuol dire, cantare col cuore che batte a 140 e la fame d’ossigeno. Qualcuno ha twittato che fosse malata, 39 di febbre: non so se è vero, ma certo non stava bene. Un cantante con un attacco d’ansia sul palco è un ossimoro vivente.

Ho visto lodi sperticate per Cristicchi: testo di una poeticità unica, ma, onestamente, melodia insignificante e lagnosa. Il brano è destinato all’oblio in tempi rapidissimi.

Invece i Boomdabash, passati sotto silenzio, ce li troveremo sulla cresta dell’onda fino all’estate: vedrete se mi sbaglio, la loro canzone sarà un tormentone.

La radio intanto ha incoronato vincitore Irama già da giorni, insieme alla Bertè. Va forte anche Ultimo, il quale in sala stampa ha fatto la figura del fesso: si aspettava davvero di vincere solo perché era il favorito. Nessuno gli aveva spiegato che a Sanremo non vince mai il migliore né il più amato, ma il più opportuno secondo l’insindacabile giudizio degli esperti e, soprattutto, il podio è del tutto ininfluente sulle vendite dei dischi (i Jalisse e Vasco insegnano).

Bambinetto sciocco, a Sanremo si dice grazie in ogni caso, a meno che tu non sia un super big con 30 anni di carriera, e allora puoi permetterti di fare l’offeso (ma, fateci caso, i big son quelli che non si offendono mai).

In tutta questa storia sanremese, la cosa più buffa sono i complottari del web che, dopo aver invocato il boicottaggio per indignazione preventiva, non aver guardato nemmeno una serata (con ostentato orgoglio), aver denigrato i brani a priori (fanno tutti schifo, non è musica questa), aver detto peste e corna dei conduttori, ora sono agitatissimi perché ha vinto Mahmood: ma che vi frega, scusate?

Spiace notare che questa posizione sia tenuta anche da non pochi cattolici. Ecco, a loro volevo dire che Bisio, leggendo i tweet più ridicoli per farci un po’ di ironia difensiva, ha scelto il cinguettio di un prete, che si è complimentato con lui e gli ha suggerito di andare a messa con tutta la sua famiglia, perché «dobbiamo andare tutti in paradiso». Bisio, un po’ commosso, ha detto di essere rimasto colpito da questo prete che, in mezzo agli insulti, gli ha invece parlato di paradiso e ha promesso che, dopo 30 anni che non entra in chiesa, ci andrà, a messa, appena finito il festival. Perché il bene è molto più attrattivo degli insulti e delle critiche. Anche all’Ariston.

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