In Alfie vengono condannati e uccisi Cristo e l’uomo

Nella scorsa puntata di Padri Nostri, su Radio Maria, volli concludere citando due paragrafi del Génie du Christianisme di François-René Chateaubriand, laddove all’inizio dell’ultimo capitolo dell’ultima parte (dedicata al culto!) si legge:

La carità, virtù assolutamente cristiana e sconosciuta agli antichi, ha i suoi natali in Gesù Cristo; è la virtù che lo distinse principalmente dal resto dei mortali, e che fu in lui il sigillo del rinnovamento della natura umana. Fu per mezzo della carità che gli apostoli – sull’esempio del loro divino Maestro – conquistarono così rapidamente i cuori e sedussero santamente gli uomini.

I primi fedeli, istruiti in questa grande virtù, mettevano in comune alcuni denari per soccorrere quanti erano nel bisogno, i malati e i viaggiatori: così ebbero principio gli ospedali. Devuta più opulenta, la Chiesa fondò per i nostri mali degli stabilimenti degni di lei. Da quel momento le opere di misericordia non ebbero più tregua: ci fu come uno straripare di carità sui miserabili, fino ad allora abbandonati senza soccorso da chi viveva nel bel mondo. Forse ci si domanderà come facessero gli antichi, che non avevano ospedali. Essi avevano, per disfarsi dei poveri e degli sventurati, due mezzi che i cristiani non hanno: l’infanticidio e la schiavitù.

François-René De Chateaubriand, Genio del cristianesimo, IV, 6, 2

Impossibile smettere di pensare al piccolo Alfie, in questa che suo padre c’informa essere forse la vigilia della sua passione, e ci pensiamo con «la vergogna sul volto», perché passiamo mesi e anni a promettere che «sguaineremo spade per dimostrare che le foglie…» e tutto il resto, e poi tutto quello che abbiamo da sguainare sono (e restano) le tastiere. Per carità, sono importantissime e meno male che le abbiamo: del resto, abbiamo pure mille scuse validissime e solidissime per non aver compiuto un vero atto di resistenza civica – tutti noi. C’è chi ha moglie, chi ha marito, chi una famiglia con figli, chi i genitori anziani, chi il lavoro, chi la reputazione1Io, per la cronaca, ho i documenti per l’espatrio scaduti da diversi mesi…, e del resto se scuse meno serie furono accampate da gente letteralmente “invitata a nozze” (cf. Lc 14,16-24), chi potrà biasimare noi, che semmai saremmo invitati a subire manganellate e procedimenti giudiziarî da un tribunale iniquo e barbaro come quelli che vediamo tristemente in opera nel Regno Unito2Poi che importa se Geordie viene impiccato… Elisabetta II compie 92 anni, il nipote sbandato si sposa (con un’attricetta californiana divorziata, ma vabbe’, questo è il karma di Lady D che torna…), la Duchessa di Cambridge dà alla luce il terzo royal baby: non potranno mica mettere la testa sulle “vite futili”…?

Fra l’altro, sembra che l’attitudine britannica a considerare “varî gradi di dignità della persona” abbia radici più antiche della retorica del best interest e dello stesso sciagurato giuspositivismo dilagante: nel Liber pœnitentialis di Theodor di Canterbury si legge:

È pure consuetudine della Chiesa romana che i monaci o i religiosi defunti vengano portati in chiesa e che quivi si celebri per loro; dopo di che li si porta cantando al sepolcro, e dopo che siano stati deposti nel sepolcro si recita per loro un’orazione; infine vengono coperti di terra o di pietre. Al primo, al terzo e al settimo giorno, nonché al trentesimo, si celebra la Messa per loro, come dicevamo sopra, e in seguito a seconda delle intenzioni. La Messa per i laici morti si celebra tre volte l’anno: al terzo giorno, al settimo e al trentesimo, perché il Signore risorse [il terzo giorno], sette giorni digiunarono i figli di Israele per Saul e trenta giorni, come dicevamo sopra, piansero Mosè. Alcuni dicono pure che non sarebbe lecito cantar Messa per i bambini morti sotto i sette anni di età, ma costoro si sbagliano con ragionamenti improvvidi assai: lo si vede dal fatto che anche nel Liber Sacramentorum si trova una Messa per un bambino appena battezzato.

Theodorus Cantaurensis, Liber pœnitentialis xlv, 12-14

E la cosa si capisce solo se si tiene presente che Teodoro era arrivato in Anglia portando con sé tutta la storia del cristianesimo: nativo di Tarso, dunque concittadino di Paolo, studiò a Costantinopoli e visse a Roma. Di lì fu mandato a Canterbury in età matura a sistemare un po’ di pasticci col riottoso clero locale, che aveva scelto di entrare nella comunione romana ma spesso non era conseguente con tale decisione.

Chateaubriand aveva ragione: non solo nel ricordare che gli ospedali sono un frutto del cristianesimo medievale, ma anche nell’osar affermare che non esiste vera carità prima o senza di Cristo.

Segnavano bene il mutamento di registro questi tre passi (due dalla Didaché e uno dalla A Diogneto). Il primo indicava in una rapida sintesi dei precetti legali il divieto assoluto di aborto e di infanticidio come una discriminante dirimente dalla conversatio morum dei pagani:

Non uccidere, non commettere adulterio, non abbandonarti alla pederastia, non commettere fornicazione, non rubare, non darti alla magia o agli incantesimi, non uccidere il bimbo con l’aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita.

Didaché 2, 1

E poco dopo descriveva più diffusamente la “via della morte”:

Perseguitano i buoni, odiano la verità, amano la menzogna, non riconoscono il giusto merito, non si danno alle opere buone, non sono giusti nel giudicare; sempre pronti al male, mai al bene; lontani dalla gentilezza e dalla pazienza; amano le vanità, ricercano la ricompensa, non hanno compassione per il povero, non soffrono con il sofferente, non riconoscono il loro Creatore, uccidono i loro figli e con l’aborto fanno perire creature di Dio; allontanano il bisognoso, opprimono il tribolato, sono avvocati dei ricchi e giudici ingiusti dei poveri; sono pieni di ogni peccato.

Didaché 5

Il memorabile capitolo 5 dell’A Diogneto, invece, riporta tra le altre parole queste:

I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. […] Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.

A Diogneto 5,1-2.6-10

Forse solo il misterioso autore di questo testo del II/III secolo potrebbe capire che cosa voglia dire stasera Thomas Evans affermando di essere intenzionato a restare nei termini della legalità, salvo poi aggiungere (non senza una velata e condivisibilissima minaccia) che «nessuno avrà alcunché da temere, a meno che non si attenti alla vita di Alfie»: «Non è bene, nella legge o nella coscienza, dire che si stanno semplicemente eseguendo ordini».

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. Io, per la cronaca, ho i documenti per l’espatrio scaduti da diversi mesi…
2. Poi che importa se Geordie viene impiccato… Elisabetta II compie 92 anni, il nipote sbandato si sposa (con un’attricetta californiana divorziata, ma vabbe’, questo è il karma di Lady D che torna…), la Duchessa di Cambridge dà alla luce il terzo royal baby: non potranno mica mettere la testa sulle “vite futili”…

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