Ridano le jene, per le DAT: ma il popolo di cosa esulta?

Esultanza e commozione di Mina Welby (S) e Emma Bonino (d) e dei rappresentanti dell'associazione ''Luca Coscioni'' in Senato dopo il voto su ''norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento'', Roma 14 dicembre 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Davvero non capisco che cosa accada nella testa della gente perché dappertutto sembri impazzare tanta euforia necrofila per le disposizioni anticipate di trattamento. Non avrei granché da aggiungere a quanto l’amica Lucia scriveva due giorni fa su La Croce:

[…] Capriccioli1Alessandro Capriccioli, segretario di Radicali Roma e consigliere generale dell’associazione Luca Coscioni, aveva detto: «C’è un piano formale, nel dibattito pubblico sulle scelte di fine vita, che riguarda gli espedienti retorici ai quali purtroppo in troppi si sono assuefatti, a forza di sentirli ripetere sempre uguali dai tempi di Piergiorgio Welby. È il piano del valore inviolabile della vita umana e della sua supposta indisponibilità, dello sterminio sotterraneo dei malati, della morte per fame e per sete, dell’abbandono dei più deboli, dell’eutanasia occulta e della pretesa deriva eugenetica. Il piano delle grida all’omicidio, degli anatemi e delle invettive scomposte […]. Poi c’è il livello vero, effettivo, autentico. Un livello che riguarda esclusivamente un concetto tanto essenziale quanto spaventoso e temuto: la libertà di scelta. […] Ha molto più significato ed è molto più utile, alzando appena lo sguardo oltre il muro dei dibattiti di facciata, discutere sull’argomento vero, quello che sta davvero alla base della questione: abbiamo l’ambizione di costruire una comunità di individui liberi?». su qualcosa ha indiscutibilmente ragione: dire no alle DAT perché la vita umana è inviolabile non è un argomento, non per questa società atea, anticlericale, priva di ogni fondamento teologico di riferimento, dimentica dei valori fondanti a sostegno pure della carta dei diritti umani (che sono palesemente di origine cristiana), e comunque affamata di nuove fedi, di nuove filosofie a cui affidare la vita e la visione del mondo. La domanda a cui sarebbe stato necessario rispondere prima è “perché la vita umana è inviolabile?”

I radicali non la considerano tale (“supposta inviolabilità”, dice Capriccioli, non senza un tono di scherno), bensì ritengono valore assai più elevato la libertà dell’individuo. Poter fare ciò che si vuole del proprio corpo e del proprio spirito è per loro un ideale per il quale lottare, battersi, digiunare anche. Diventare padroni di se stessi, avere nella propria disponibilità non denaro, non beni materiali, non relazioni, bensì semplicemente se stessi.

Il loro desiderio è lecito, sebbene mitico: essere se stessi è un must vecchio quanto il mondo e sempre utopistico, dal momento che dribbla una domanda che precede ontologicamente tale obiettivo di un bel po’, e cioè “ma chi sono io?”.

Capriccioli invita ad alzare lo sguardo dalle questioni tecniche, per gettarsi a capofitto nella filosofia, nelle visioni macroscopiche dell’umanità, dei grandi principi ed ideali. Ottimo invito, senz’altro possiamo farlo e non sarebbe esercizio ozioso o noioso: discettare dei massimi sistemi riempie il cuore dell’uomo di superba grandeur, nello stupore esterrefatto della propria capacità di astrazione, che consente di sfiorare l’infinito e intuire l’assoluto. Pure Pannella, negli ultimi mesi della sua malattia, non faceva che filosofeggiare (anche con monsignor Paglia, il quale era rimasto assai colpito da questa sua capacità, persino ammirato).

In effetti, per dirla “alla cattolica”, il demonio è molto spirituale. Il segreto dell’assoluto dell’uomo non sta nascosto nell’ascesi, accessibile solo ai grandi pensatori e intellettuali, bensì è nascosto (anzi, ben in vista) nelle pieghe ovvie della quotidianità di ciascuno, proprio in quei particolari raccapriccianti che Capriccioli con disgusto vuole evitare di discutere.

Il fatto è che un giorno può capitare di essere così depressi e melanconici da far pensieri cupi e da ritenere la brevità della vita quasi un sollievo. Ma poi basterebbe attraversare la strada distrattamente e farsi fare il contropelo da un’auto, per sobbalzare col cuore a mille ed una rinnovata voglia di vivere, a lungo e in qualunque circostanza. Perché l’uomo è così: volubile. E capisce se stesso solo mettendosi alla prova. Purtroppo chi siamo lo scopriamo solo misurandoci con le difficoltà, col dolore, con le esperienze dure, non certo vivacchiando nella bambagia di un’esistenza senza sobbalzi. Chi potrei essere nel dolore di una malattia infausta non lo posso sapere adesso. Mi piacerebbe poterlo dire, ma non si può. Anzi, quel che si afferma, firmando le DAT, non è che sappiamo fin d’ora cosa vorremmo in simili situazioni, bensì che non vogliamo trovarci in tali frangenti. Le DAT sono la negazione estrema del dolore, sono il tentativo fatto legge di impedire un evento, di evitarci una prova. È una resa incondizionata prima di sapere chi sarà l’avversario della nostra partita, nel terrore di non essere comunque all’altezza.

La visione dell’uomo sottesa al mito della libertà individuale è piccina piccina, il contrario netto dell’epopea cavalleresca, dei miti eroici, dei sogni di gloria che da sempre l’umanità ha coltivato ed espresso nell’arte, nella letteratura e nella cinematografia: noi vogliamo essere grandi, perché sappiamo intimamente di poterlo essere. Ma l’uomo moderno preferisce rinchiudersi nel suo limite, restare con lo sguardo basso, rivendicare con piccato infantilismo la giurisdizione sul proprio niente.

[…]

Sì, è spaventoso guardare i malati terminali di sla, immobili e muti, nel ritmo meccanico del respiratore: non voglio, fortissimamente non voglio trovarmi così. Non sceglierò mai un simile destino, nessuno lo sceglierebbe. Ma capita, a qualche sfortunato. E qualcuno si scopre eroe. Forse potrei esserlo anche io, non lo so.

Welby voleva morire a tutti i costi, Benedetta Bianchi Porro ha sparso semi di gioia mentre si spegneva nella cecità, sordità, paralisi del suo nulla di malata terminale. Se permettete, con tutto il rispetto possibile per i destini altrui, io chiamo eroe Benedetta, non certo Welby.

Essere eroe non è un dovere, certo, ma è una potenzialità: i superpoteri ci saltano fuori solo quando la realtà ci tira oltre il limite. In quei frangenti, o ci spacchiamo in mille pezzi, o ci evolviamo, come i Pokemon, in qualcosa di diverso, di nuovo e di più potente.

Tra il mito della libertà, che è poi solo pretesa di non essere messa alla prova, a tutti i costi, e il sogno spaventoso e meraviglioso di elevarmi alle alte sfere spirituali, se permettete, io scelgo il secondo. Con paura, incertezza, tremore. Ma è la vita, imprevedibile e faticosa, e sono pronta a giocare le partite in cui sarò estratta a sorte, fino in fondo. Forse “inviolabile” vuol dire solo che è un vero peccato non partecipare.

Quello che mi sconcerta, insomma, è proprio che stavolta non stiamo facendo un discorso teorico: non stiamo parlando della libertà in astratto, ma si sta formalmente chiedendo a ogni italiano, davanti alla fotografia di Eluana Englaro, se in un caso analogo al suo intenda autorizzare lo Stato a farlo morire di fame e di sete. E mi aspetterei di sentire il fremito della folla attenuarsi e quasi spegnersi, come nella saggia favola di La Fontaine:

Un pauvre Bûcheron, tout couvert de ramée,
Sous le faix du fagot aussi bien que des ans
Gémissant et courbé, marchait à pas pesants,
Et tâchait de gagner sa chaumine enfumée.
Enfin, n’en pouvant plus d’effort et de douleur,
Il met bas son fagot, il songe à son malheur.
Quel plaisir a-t-il eu depuis qu’il est au monde ?
En est-il un plus pauvre en la machine ronde ?
Point de pain quelquefois, et jamais de repos.
Sa femme, ses enfants, les soldats, les impôts,
Le créancier, et la corvée
Lui font d’un malheureux la peinture achevée.
Il appelle la Mort. Elle vient sans tarder,
Lui demande ce qu’il faut faire
“C’est, dit-il, afin de m’aider
À recharger ce bois ; tu ne tarderas guère.”
Le trépas vient tout guérir ;
Mais ne bougeons d’où nous sommes.
Plutôt souffrir que mourir,
C’est la devise des hommes2Jean de La Fontaine, La Mort et le Bûcheron, in Fables I, 16..
Un povero boscaiolo, tutto coperto di rami,
sotto il carico di una fascina di frasche e di anni
gemendo ricurvo, camminava a passi pesanti
e cercava di riguadagnare il fumoso focolare.
A un tratto, sfiancato dagli sforzi e dal dolore,
lasciò cadere il fardello e diede sfogo al malincuore.
Quali piaceri ha mai goduto, da quando sta al mondo?
C’è qualcuno più povero di lui, su questa pazza giostra?
Talvolta è stato anche a becco asciutto, e mai un giorno di riposo.
La moglie, i bambini, i soldati, le tasse,
i debiti e la corvée
ne fanno un infelice dalla testa ai piedi.
Invoca la morte, che arriva senza indugio
e gli chiede come possa servirlo.
«No, era solo – si schermisce quello – per
portare il carico di questa legna: non ci metteremo molto».
Il trapasso azzera ogni male,
ma restiamo coi guai che abbiamo.
Meglio soffrire che morire:
ecco il motto degli uomini.

…Ma il nostro mondo non legge più le favole, non capisce più le fiabe, e mi verrebbe da dire che in tal senso gli sia già stata tolta un’alimentazione ben più sostanziale di quella materiale: sembra invece che la plebe, teleimbonita da decenni di opinionismo d’accatto, chieda stavolta non un qualsiasi sangue altrui (ciò che la canaglia ha sempre esatto) ma il proprio. Ecco, questo mi sfugge, lo confesso: dal punto di vista teologico riesco sì a concepire che l’odio per Dio e per Cristo, camuffato da principio per odio alla Chiesa e alla sua dottrina salvifica, giunga coerentemente a volere la propria distruzione; ma per quali vie questo abisso di male possa assurgere a fenomeno di massa no, questo mi sfugge davvero.

Lo pensavo una volta di più stamattina, leggendo le (veramente sovversive) Disposizioni Anticipate di Trattamento di Mario Adinolfi su Facebook:

Dare un’occhiata ai commenti (perlopiù insultanti e bercianti vero e gratuito odio) che lo stesso ha riscosso su Twitter dovrebbe dare l’idea della temperatura a cui sono giunti i parabolani dell’autodissoluzione:

Note

Note
1 Alessandro Capriccioli, segretario di Radicali Roma e consigliere generale dell’associazione Luca Coscioni, aveva detto: «C’è un piano formale, nel dibattito pubblico sulle scelte di fine vita, che riguarda gli espedienti retorici ai quali purtroppo in troppi si sono assuefatti, a forza di sentirli ripetere sempre uguali dai tempi di Piergiorgio Welby. È il piano del valore inviolabile della vita umana e della sua supposta indisponibilità, dello sterminio sotterraneo dei malati, della morte per fame e per sete, dell’abbandono dei più deboli, dell’eutanasia occulta e della pretesa deriva eugenetica. Il piano delle grida all’omicidio, degli anatemi e delle invettive scomposte […]. Poi c’è il livello vero, effettivo, autentico. Un livello che riguarda esclusivamente un concetto tanto essenziale quanto spaventoso e temuto: la libertà di scelta. […] Ha molto più significato ed è molto più utile, alzando appena lo sguardo oltre il muro dei dibattiti di facciata, discutere sull’argomento vero, quello che sta davvero alla base della questione: abbiamo l’ambizione di costruire una comunità di individui liberi?».
2 Jean de La Fontaine, La Mort et le Bûcheron, in Fables I, 16.
Informazioni su Giovanni Marcotullio 297 articoli
Classe 1984, studî classici (Liceo Ginnasio “d'Annunzio” in Pescara), poi filosofici (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PhD RAMUS) e teologici (Pontificia Università Gregoriana, Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, Pontificia Università “Angelicum”, PhD UCLy). Ho lavorato come traduttore freelance dal latino e dal francese, e/o come autore, per Città Nuova, San Paolo, Sonzogno, Il Leone Verde, Berica, Ταυ. Editor per Augustinianum dal 2013 al 2014 e caporedattore di Prospettiva Persona dal 2005 al 2017. Giornalista pubblicista dal 2014. Speaker radiofonico su Radio Maria. Traduttore dal francese e articolista per Aleteia Italiano dal 2017 al 2023.

1 commento

  1. «Oh, se l’anima riuscisse a capire che non si può giungere nel folto delle ricchezze e della sapienza di Dio, se non entrando dove più numerose sono le sofferenze di ogni genere riponendovi la sua consolazione e il suo desiderio! Come chi desidera veramente la sapienza divina, in primo luogo brama di entrare veramente nello spessore della croce!
    Per questo san Paolo ammoniva i discepoli di Efeso che non venissero meno nelle tribolazioni, ma stessero forti e radicati e fondati nella carità, e così potessero comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza per essere ricolmi di tutta la pienezza di Dio (cfr. Ef 4, 17). Per accedere alle ricchezze della sapienza divina la porta è la croce. Si tratta di una porta stretta nella quale pochi desiderano entrare, mentre sono molti coloro che amano i diletti a cui si giunge per suo mezzo». (San Giovanni della Croce)

    Col fatto che son parole di tema religioso, ben pochi le leggono, ancora in meno le credono. Ma che un livello di sapienza, così alta da essere divina, sia accessibile solo attraverso la sofferenza, è cosa umanamente risaputa. In molti vorrebbero essere saggi senza mai soffrire, ma della loro sapienza si fa beffe la vita che al primo starnuto se li porta via.

Di’ cosa ne pensi