Origene e l’Esodo: un viaggio lungo una quaresima

Questa sera ho terminato il mio piccolo excursus su Origene, sulle frequenze di Radio Maria, con la terza puntata di “Padri nostri” dedicata al Magister Ecclesiarum (tutte le puntate sono riascoltabili qui, oltre che nell’archivio della Radio): si parlava di apocatastasi e mi ero illuso di riuscire ad esaurire l’argomento tanto rapidamente da poter leggere almeno qualche stralcio della mozzafiato Omelia XXVII sul Libro dei Numeri (cosa che avevo promesso nella puntata precedente).

Poiché è arrivata un’altra telefonata e il tempo a disposizione stava ormai terminando, ho annunciato che avrei pubblicato qui su Breviarium l’omelia: nella galleria inserisco il testo latino stabilito da Wilhelm Adolf Baehrens per la collana dei Griechischen Christlichen Schriftsteller e la relativa traduzione francese del gesuita Louis Doutreleau per la collana parigina delle Sources Chrétiennes. Spero di completare la traduzione nei prossimi giorni, ma mi piace cogliere il καιρός della memoria di Santa Teresa d’Avila (benché non celebrata, quest’anno, in ragione della preminenza domenicale) per accostare alla grande mistica delle moradas il grande dottore che di uno sterile noiosissimo elenco di mansiones ha fatto un avvincente romanzo spirituale.

Mi piace riportare per intero il testo di quest’omelia perché – immagino che chiunque potrà accorgersene – la trovo paradigmatica non solo dell’incedere teologico origeniano, ma di un sano metodo teologico tout court: se qualcuno volesse approfondire alcuni aspetti di questa lettura, consiglierei senza dubbio Giuseppe Bonfrate, Origene e l’Esodo della Parola, Roma 2012.


di Origene Adamantios

1,1. Creando il mondo, Dio produsse un’incalcolabile varietà nelle alimentazioni, che differivano nel rispondere al desiderio degli uomini o alla natura degli animali. Così l’uomo, vedendo i cibi degli animali, sa che quella non è stata creata per lui, bensì per loro, e da parte loro gli animali riconoscono gli alimenti che sono loro proprî. Altra, per esempio, è l’alimentazione del leone, altra quella del cervo, altra quella del bue, altra, evidentemente, quella degli uccelli. Ma anche per gli uomini ci sono delle differenze nel campo alimentare. Per esempio uno che sia di sana e robusta costituzione avrà bisogno di un nutrimento sostanzioso, «crede di poter mangiare di tutto» [cf. Rom. 14,2], come gli atleti più in forma. Un altro invece che si senta più debole e cagionevole preferirà i legumi ed eviterà i cibi impegnativi per via della propria salute malferma. Se si dà il caso di un bambino, che magari neppure possa parlare, in realtà non chiederà altro alimento che il latte. Così ciascuno, secondo la propria età, secondo le proprie forze, secondo il proprio stato di salute, cerca il nutrimento che gli conviene e che corrisponde alle sue forze.

1,2. Avendo sufficientemente considerato l’esempio delle realtà materiali, veniamo alla loro intelligenza spirituale. Ogni natura razionale ha bisogno di nutrimenti che le siano adeguati e che corrispondano al proprio stato. Ora, il vero nutrimento della natura razionale è la parola di Dio. Ma abbiamo appena detto che c’è grande varietà tra i cibi materiali; allo stesso modo, quando si tratta della natura razionale, che come abbiamo detto si nutre del pensiero e della parola di Dio, essa non si nutre tutta di un’unica e medesima parola. Ecco perché a similitudine dell’alimentazione corporale la parola di Dio comporta essa pure un regime latteo, vale a dire più aperto a tutti e dottrinalmente più semplice, come è l’insegnamento morale, che normalmente si offre a quelli che si avviano agli studî divini e a quanti ricevono i primi rudimenti del sapere razionale.

1,3. Quando dunque a costoro si legge un estratto dei divini volumi in cui non appare alcuna oscurità, essi lo ricevono di buon grado, per esempio quando si tratta del piccolo Libro di Ester, o di Giuditta, o ancora di Tobia o dei precetti della Sapienza; se invece al nostro uomo si legge il libro del Levitico, il suo spirito ne risulta continuamente scioccato e rifiuta un siffatto cibo come se non fosse il suo. In effetti è venuto per imparare come si onora Dio, per ricevere i suoi precetti di giustizia e di pietà, e non sente che norme rituali e sacrificali: come potrà non distrarsi di continuo, come rifiutando quello che riconoscere non essere pane per i suoi denti?

1,4. Invece quando a quest’altro si fanno leggere i Vangeli, o l’Apostolo o i Salmi, li abbraccia con gioia, vi si attacca volentieri e ne gioisce, perché vi trova come dei rimedî alla propria debolezza. Se a costui si leggerà il Libro dei Numeri, e in particolare i passaggi che ci troviamo ora tra le mani, costui stimerà che siano perfettamente inutili, che in nulla siano un rimedio alla sua debolezza o possano giovare alla salvezza della sua anima, bensì li rifiuterà e li sputerà via come cibi pesanti e indigesti, che non si addicono a un’anima malata e fragile. Ma – per riprendere gli esempî mutuati dalle cose sensibili – supponiamo che possiamo dare intelligenza al leone: questi non se ne andrà certo lagnandosi dell’abbondanza della vegetazione, nel creato, per il fatto che egli si nutre di carne cruda, e neppure dirà che il Creatore ne ha prodotta in quantità inutile, per il fatto che lui non se ne nutre. E così neppure l’uomo, che si nutre di pane e di altri alimenti che gli sono proprî, neppure questi ha ragione di lagnarsi del fatto che Dio abbia creato dei serpenti, che servono da cibo ai cervi. E la pecora o il bue neppure loro possono lagnarsi del fatto che, per esempio, gli altri animali abbiano ricevuto facoltà di nutrirsi di carne, mentre a loro basti il solo foraggio.

1,5. E così è pure per i nutrimenti spirituali, e intendo con ciò i divini volumi. Non si può prendere accusare o respingere la Scrittura quando ci pare più difficile da comprendere o più oscura; non bisogna neppure ritenere che per chi comincia – che è «neonato» [cf. Heb. 5,13] –, o per colui che è «più debole» [cf. Rom. 14,2], che ha meno forza per comprendere ogni cosa, la Scrittura contenga cose inutili e che non sia possibile per lui trarne giovamento o un aiuto per la salvezza. Però bisogna considerare dell’altro: il serpente, la pecora, l’uomo, perfino il fieno… sono tutte creature di Dio. La loro diversità contribuisce alla lode e alla gloria del Creatore, perché il nutrimento appropriato a ciascuno degli esseri in vista dei quali essi sono creati essi o se lo procurano o lo offrono. E a buon diritto. Accade lo stesso per tutti questi testi, che sono parole di Dio: essi contengono un nutrimento differente a seconda di quanto le anime possono attingervi; ciascuno ne prende in misura della propria buona salute e del proprio vigore.

1,6. Comunque, consideriamo la cosa più da vicino: nella lettura del Vangelo, per esempio, o nell’insegnamento dell’Apostolo, dove sembri tutto contento e dove credi che stia il cibo più adatto per te, quello definitivo, quanti punti ti restano nascosti, se i precetti del Signore li esamini e li approfondisci! E se il principio è che bisogna scartare e rifiutare seccamente ciò che pare oscuro e difficile, anche lì, proprio in quei testi sui quali ti senti tranquillo e pieno di confidenza, troverai tanti punti oscuri e difficili che dovrai, per restare fedele a tale principio, abbandonare quelli pure. Tuttavia, nelle parole che sono più chiare e più semplici ce ne sono molte che edificano l’uditore, quale che sia la debolezza del suo intelletto.

1,7. Abbiamo cominciato da questo preambolo per risvegliare i vostri cuori, perché la lettura che teniamo oggi tra le mani è di quelle difficili a comprendersi e che paiono inutili a leggersi. Però noi non possiamo dire che ci sia dell’inutile e del superfluo negli scritti dello Spirito santo , anche se vi si possono trovare passaggi oscuri. Piuttosto dovremo rivolgere gli occhi della nostra intelligenza verso Colui che ha ordinato di scrivere… e domandare a Lui il senso. C’è debolezza, nel nostro animo? Che ce ne guarisca «colui che ci sana da tutte le malattie» [cf. Ps. 102,3]. Siamo ancora nell’infanzia dell’intelletto? Il Signore, che custodisce i piccoli, nutra anche noi fino a quando non arriviamo «alla pienezza dell’età adulta» [cf. Eph 4,13]. Ci toccano infatti entrambe le cose: possiamo sia passare dall’infermità alla salute sia crescere dall’età infantile a quella adulta. A noi spetta domandare a Dio, perché «è tipico di Dio dare a chi chiede e aprire a chi bussa» [cf. Mt. 7,7]. Ma adesso basta con questo preambolo.

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