«Se vuoi educare un villaggio, educa una donna»

Da quando nella missione si è sparsa la voce che c’è una psicologa italiana a fare la volontaria, sono in molti a cercarmi per farmi domande e chiedermi di organizzare incontri di formazione o di confronto. Oggi pomeriggio, ad esempio, ho incontrato un gruppo di donne per parlare delle loro relazioni con i figli adolescenti, una preoccupazione che a quanto pare accumuna i genitori di tutte le culture. Le donne che hanno partecipato all’incontro fanno parte dell’associazione ProMaica, Promozione della donna angolana cattolica, che con il suo lavoro sensibilizza e sostiene lo sviluppo della donna. Che belle le mâes! Si fanno chilometri per partecipare a questi incontri e ai momenti di preghiera. Alcune sono analfabete e hanno tanta voglia di imparare per poter leggere la Bibbia. Abbiamo parlato di amore, di figli, di relazioni con i mariti. Quando analizzo le emozioni con i bambini e i ragazzi e chiedo loro in quali situazioni si sentono felici o tristi o hanno paura o rabbia, le loro risposte sono tutte orientate su di sé. Quando oggi ho fatto la stessa domanda alle mâes, le loro risposte sono state tutte orientate sugli altri, sono felici se tutta la famiglia è in pace. È incredibile come semplicità e saggezza possano convivere armonicamente in queste donne. Alcune avevano vergogna a parlare, perché capiscono il portoghese ma parlano solo il kimbundu, la lingua locale, eppure quanta comprensione e quanta profondità c’era nei loro sguardi, rivolti a un futuro che dia loro maggiore valore e consapevoli della pazienza che questo richiede.

Credo che la pazienza sia la virtù più forte e più diffusa che sto riscontrando in questa gente e in particolare tra le donne. Una pazienza che non ha niente a che fare con la rassegnazione ma è legata alla speranza. Una pazienza generosa, non orgogliosa, di chi crede veramente in qualcosa di migliore, ma non ha la pretesa di esserne il protagonista principale, né lo spettatore in prima fila e tantomeno si aspetta che lo spettacolo debba cominciare subito. Semplicemente costruisce, aspetta e poi, quando sarà il tempo, chi potrà vedrà quello che è stato realizzato dal lavoro, dai sacrifici e dall’impegno di tutti. Per questo c’è un forte senso della comunità che prevale sull’individuo, nel bene e nel male.

L’incontro si è concluso con un canto in kimbundu con cui mi hanno ringraziata… Twasakidila… e mannaggia a me che ho la lacrima facile!

E poi un’Ave Maria tutte insieme… Non poteva che essere così: Lei, la prima Mulher, la prima Mâe.


Leggi anche i primi due racconti di Claudia C.: il prologo e l’arrivo.

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