La distruzione dell’umano: il testamento spirituale di Caffarra

Papa Francesco, arrivando in Duomo a Carpi, ha saluto tutti i vescovi della Regione presenti, soffermandosi a parlare con il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, 02 april 2017. Ha poi fatto un omaggio floreale alla statua della Madonna all'interno del Duomo. ANSA/UFFICIO STAMPA CITTA' DEL VATICANO +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++
di Carlo Cardinal + Caffarra1Una relazione lucida, appassionata. Ecco il testo che il cardinale Carlo Caffarra aveva preparato per la Nuova Bussola Quotidiana pochi giorni prima di morire. Lo scritto, intitolato “Ricostruzione dell’umano” doveva essere presentato da lui proprio ieri ed è stato letto nel corso della Giornata della Nuova BQ che si è svolta al Centro Francescano Rosetum di Milano. Una giornata che ha visto l’avvicendarsi di storie e testimonianze sulla vita e sulla famiglia per ricostruire l’umano. E ricostruire l’umano è stata la traccia sulla quale Caffarra ha sviluppato la sua lectio magistralis, che ha acquisito così un valore maggiore, di testamento spirituale essendo l’ultimo scritto pubblico preparato da Caffarra. Un testo nel quale il cardinale già arcivescvovo di Bologna ha ripercorso le cause della distruzione dell’umano nella nostra società che partono dal non riconoscere più la coscienza morale come obbligo, arrivando a proporre come luogo della ricostruzione il punto in cui la verità si interseca con la libertà. Quel punto è la grazia di Gesù Cristo e le storie di ieri ne sono la vivida rappresentazione ed esperienza.

Dividerò la mia riflessione in due parti. Nella prima cercherò di riflettere su ciò che costituisce la distruzione dell’umano e su alcuni principali fattori di questa distruzione. Nella seconda parte risponderò alla domanda: “chi ricostruisce l’umano?”. Partiamo da una pagina drammatica del Vangelo: il tradimento di Pietro. Lo leggiamo nella versione marciana3Cf. Mc.14,66-72..

In che consiste il tradimento di Pietro? La domanda della serva lo mette davanti una scelta, una scelta che riguarda se stesso e la sua identità in relazione a Gesù. Due possibilità si aprono davanti alla libertà di Pietro: affermare o negare la verità di se stesso. Pietro sceglie di negare la verità: “Non so e non capisco quello che vuoi dire4Mc. 14,69.. Pietro prevarica la verità.

Solo la verità o anche se stesso? Non nega forse di essere ciò che è? Tradendo Cristo tradisce se stesso. Egli salvaguarderebbe se stesso solo se affermasse la verità; se la testimoniasse. È pieno di paura, e di una tale paura da portarlo allo spergiuro: «Cominciò ad imprecare e a giurare». Affermando la verità avrebbe salvato se stesso, perché avrebbe trasceso se stesso verso la verità, quel se stesso pieno di paura.

Questa narrazione evangelica è il paradigma di ogni auto-distruzione dell’umano. La domanda della serva è solo occasione data a Pietro di riscoprire la sua identità, la verità su se stesso. La riscoperta è un atto dell’intelligenza di Pietro: in quel momento diviene cosciente di essere un discepolo di Gesù. E nello stesso momento questa coscienza provoca, interpella la sua libertà a testimoniare la verità.  È una verità che genera un imperativo che riguarda Pietro, e solo lui. Pietro non sta discutendo sulla natura del discepolato, della sequela di Gesù. Si trova come ingabbiato dentro la verità conosciuta, la verità di se stesso.

Sappiamo che Pietro ha tradito, e piange. Egli è stato autore, vittima, e testimone della prevaricazione contro la verità. In una situazione analoga, Giuda pensò di non essere più degno di esistere e si impiccò. «Quindi l’uomo è se stesso attraverso la verità. La relazione colla verità decide della sua umanità e costituisce la dignità della sua persona»2K. Woitila, Segno di contraddizione, Milano 1977, pag. 133..

Possiamo dunque dire: la distruzione dell’umano consiste nel negare colla nostra libertà ciò che la nostra ragione ha riconosciuto essere il vero bene della persona. Teologicamente è il peccato. Già Ovidio aveva scritto: video meliora proboque et deteriora sequor.

La distruzione dell’umano ha quindi il carattere della lacerazione della propria soggettività. Ed ha il carattere della menzogna: costruisce un umano — personale e sociale — falso. Forse nessuno, come Pirandello, ha descritto con maggior profondità e tragicità la vita, la società umana così costruita, come una mascherata.

L’uomo non vive in una casa senza porte e senza finestre; vive all’interno di una cultura, respira uno “spirito del tempo”, che, supportati oggi da potenti mezzi di produzione del consenso, favoriscono non raramente fattori distruttivi dell’umano. Mi limiterò ad esaminarne solamente due: la contraffazione della coscienza morale; la separazione della libertà dalla verità.

Il primo fattore distruttivo dell’umano è la contraffazione che la coscienza morale ha subito dentro alla cultura occidentale, riducendosi progressivamente, come già più di un secolo orsono aveva già visto Newman, al diritto di pensare, parlare, scrivere secondo i propri giudizi o umori. Dire oggi “la mia coscienza mi dice che…” nella comunicazione odierna significa semplicemente dire “io penso che… io desidero che… a me piace che…”.

Facciamoci allora due domande. In che cosa consiste precisamente questa contraffazione? Perché questa contraffazione è un fattore devastante dell’umano?

  • Consiste nello scambiare, confondere l’affermazione che l’obbligo morale sorge nella coscienza e mediante coscienza con l’affermazione che l’obbligo morale nasce dalla coscienza. Consiste nel confondere la funzione manifestativa [della verità circa il bene] della coscienza con la funzione costitutiva propria della ragione, in quanto partecipazione della Sapienza divina.
  • La contraffazione della coscienza morale è fattore distruttivo, ed altamente distruttivo, dell’umano, perché distrugge alla sorgente l’originario rapporto della persona umana con Dio Creatore. Oscura lo splendore dell’originaria parola che Dio Creatore rivolge all’uomo, come sua guida.

Per rendersi conto che guasto umano è la contraffazione della coscienza morale, è necessario, in via preliminare, capirne la vera natura. Due sono stati i grandi maestri al riguardo: Socrate e S. Paolo.

Cominciamo subito col dire che mediante il giudizio — in cui precisamente consiste la coscienza — l’uomo scopre non una qualsiasi verità morale, ma una verità inerente all’azione che sta per compiere (o ha compiuto). È una verità che riguarda la persona nella sua singolarità, come soggetto che sta per compiere un’azione: la coscienza le fa conoscere precisamente la verità morale di questa azione, cioè la sua bontà o malizia morale. A questo punto è logico che ci chiediamo: come può conoscere questa verità? Come si costruisce questo giudizio, in cui consiste precisamente la coscienza morale?

Dalla risposta a questa domanda dipende, alla fine, tutta la nostra concezione della coscienza. Dobbiamo partire dalla nostra quotidiana esperienza. Essa ci attesta che il giudizio della coscienza possiede una forza del tutto singolare: quella di obbligare assolutamente e non solo ipoteticamente le nostre decisioni, la nostra libertà. Anzi, la cosa è così chiara per ciascun uomo che parlare di “coscienza” e di “sentirsi obbligato a…” è praticamente lo stesso. Ma ciò che soprattutto interessa è notare e capire la natura, la forma del tutto singolare di questo obbligo. È certo infatti che, in un certo senso, ogni giudizio della nostra ragione esige un certo comportamento e, quindi, certe decisioni della volontà. Se noi sappiamo che un cibo nuoce alla nostra salute, noi solitamente decidiamo di astenercene; se sappiamo che fuori di casa la temperatura è rigida, decidendo di uscire, siamo logicamente decisi a vestirci. E così via. Tuttavia, questi — ed altri — giudizi della nostra ragione esigono un coerente comportamento, ma solo ipoteticamente: se vuoi essere sano, sapendo che un cibo…, se non vuoi prendere una bronchite, sapendo che il clima… Ma se facciamo attenzione al giudizio della coscienza, vediamo che l’obbligo da esso generato è essenzialmente di diversa natura. Esso, l’obbligo, non è sospeso ad un “se”: esso non è sospeso a nulla. Esso si impone, immediatamente da se stesso alla libertà dell’uomo. La coscienza dice assolutamente: devi fare quest’azione; non devi fare quest’azione. La voce della coscienza pone la libertà dell’uomo di fronte ad un assoluto: un assoluto dovere.

Abbiamo così una situazione interiore assai singolare. Da una parte, infatti, la persona umana si sente obbligata solo mediante questo giudizio della coscienza: solo di fronte a questo giudizio, quello della coscienza, la libertà si sente obbligata assolutamente. Dall’altra parte, questo giudizio è un atto del singolo, del soggetto: e solamente suo. Come può accadere che la persona mediante un suo proprio atto si senta obbligata così profondamente, così strettamente da non potere, con un suo atto contrario, slegarsi? È un suo atto — un atto della sua ragione — che ha legato la sua libertà. Con un suo atto — un atto della sua ragione — lo slega: Sancho Panza riconosce che merita di essere punito, ma chiede di essere lui stesso a bastonare se stesso! Il grande Cervantes aveva capito perfettamente la contraffazione della coscienza.

La realtà della nostra esperienza interiore ci attesta chiaramente che questo non accade. L’uomo non può dispensarsi dall’obbligo cui lo stringe il giudizio della coscienza: l’universale esperienza del rimorso lo dimostra. Questa impossibilità ci costringe ad una riflessione più profonda sulla coscienza morale.

Il fatto che l’uomo senta di non poter dispensare se stesso dall’obbligo della propria coscienza dimostra che il giudizio di essa fa conoscere alla persona una verità che pre-esiste alla coscienza medesima. Una verità, cioè, che non è vera in forza e perché la nostra coscienza la conosce, ma, viceversa, la nostra coscienza la conosce perché quella verità esiste. Insomma: non la verità dipende dalla coscienza, ma la coscienza dipende dalla verità. Quale verità? Quella verità alla luce della quale e in forza della quale “questa azione è buona ed è da compiersi” o “questa azione è illecita ed è da evitarsi”. Giungiamo così già a una conclusione assai importante: poiché l’uomo è obbligato solo mediante il giudizio della propria coscienza (= auto-nomia); poiché il giudizio della propria coscienza obbliga perché fa conoscere la verità, dunque l’uomo è autonomo quando è sottomesso alla verità. La propria autonomia consiste nella propria subordinazione alla verità.

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1. Una relazione lucida, appassionata. Ecco il testo che il cardinale Carlo Caffarra aveva preparato per la Nuova Bussola Quotidiana pochi giorni prima di morire. Lo scritto, intitolato “Ricostruzione dell’umano” doveva essere presentato da lui proprio ieri ed è stato letto nel corso della Giornata della Nuova BQ che si è svolta al Centro Francescano Rosetum di Milano. Una giornata che ha visto l’avvicendarsi di storie e testimonianze sulla vita e sulla famiglia per ricostruire l’umano. E ricostruire l’umano è stata la traccia sulla quale Caffarra ha sviluppato la sua lectio magistralis, che ha acquisito così un valore maggiore, di testamento spirituale essendo l’ultimo scritto pubblico preparato da Caffarra. Un testo nel quale il cardinale già arcivescvovo di Bologna ha ripercorso le cause della distruzione dell’umano nella nostra società che partono dal non riconoscere più la coscienza morale come obbligo, arrivando a proporre come luogo della ricostruzione il punto in cui la verità si interseca con la libertà. Quel punto è la grazia di Gesù Cristo e le storie di ieri ne sono la vivida rappresentazione ed esperienza.
2. K. Woitila, Segno di contraddizione, Milano 1977, pag. 133.
3. Cf. Mc.14,66-72.
4. Mc. 14,69.

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