La fede del centurione e lo stupore di Cristo: come cresce il cristianesimo

Paolo Caliari, detto “il Veronese” (1528-1588), Cristo e il centurione, Museo del Prado
di Davide Vairani

Capita di distrarsi durante la Santa Messa. A me succede spesso. Ma c’è un momento preciso nel quale mi desto e mi prende uno struggimento. Esattamente lì, quando il sacerdote alzando l’Ostia pronuncia la frase: «Beati gli invitati alla Cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo». E siamo chiamati a rispondere: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Abbasso gli occhi: non sono degno. La traduzione in lingua italiana non rende fino in fondo. La messa celebrata secondo il rito del Messale promulgato da Papa Paolo VI in latino usa una formula differente. Il sacerdote si genuflette, prende l’ostia frazionata e consacrata nella stessa Messa, e tenendola alquanto sollevata sulla patena, rivolto al popolo (se celebra orientato), dice ad alta voce: «Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. Beati qui ad cenam Agni vocati sunt». E continua, dicendo insieme con il popolo: «Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea».

Il fedele si prepara alla comunione proclamando non una sola volta ma per ben tre volte la propria indegnità, precisamente con queste parole: «O Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato». L’espressione “nella mia casa” (o “tetto”, a seconda della traduzione in italiano che si voglia) rispetto a partecipare alla tua mensa è sicuramente più fedele a ciò che in quel momento sta accadendo: l’Eucaristia non è semplicemente una mensa, ma l’entrata di Gesù – vero e vivo – nel fedele. C’è davvero da restare a bocca aperta, come i bambini di fronte ad un fatto stra-ordinario, fuori dall’ordinario. Per questo motivo mi piace pronunciarla alla vecchia maniera, alla latina. È la stessa identica frase che troviamo infatti nel Vangelo di Matteo (8,8): sono le parole che il centurione rivolge a Gesù, non appena il Signore gli aveva detto che sarebbe venuto a casa sua per guarire il suo servo malato.

In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie».

Mt 8,5-17

È una delle più grandi manifestazioni di fede che troviamo nel Vangelo, come lo stesso Gesù riconosce. Per questo la liturgia la prende, mantenendola nella sua espressione singolare, proprio per mantenere questo riferimento evangelico alla fede del centurione. Davanti alla comunione che stiamo per ricevere, ci vengono poste sulla bocca le parole di quest’uomo. Un pagano. Ha visto qualcUno di stra-ordinario, fuori e oltre tutto ciò che nella sua vita aveva visto, e ha creduto. L’Eterno è entrato in questa vita.

Gesù è la vita eterna, è il compimento, è già il compimento. L’eterno è già in questa vita, l’eterno è già esperienza di questa vita e si chiama Gesù; è Gesù il problema, cioè è Gesù il termine. È questa vita e la vita eterna, nello stesso tempo. E il centuplo in questa vita… per san Pietro, per san Giovanni o per Andrea, quell’uomo lì era il centuplo quaggiù: era cento volte la loro moglie e i loro figli, cento volte! E, oltre le cento volte, c’era un abisso dentro quella persona: era Lui. Ma questo sacrificio senza ritorno aveva un grande ritorno: si trovavano a pensare alle loro mogli, ai loro figli, ai loro amici con una tenerezza che non avevano mai provato, e che in certe pagine si sente, come la pagina bellissima del centurione e del suo servo: è umano o no il paragone di un signore che abbia un servo che ami come se stesso? Che ama di più che un figlio, perché è più che figlio, fedele a lui più che un figlio, no?

Luigi Giussani, Vivendo nella carne

La certezza cristiana non è l’esito di una riflessione, una presa di coscienza della verità eterna del cristianesimo. La certezza cristiana ha tutt’altra dinamica. Nessuno diventa cristiano e cresce nella certezza della fede per una spiegazione, per una riflessione sulle verità cristiane, ma solo per l’incontro con la presenza gratuita di Gesù Cristo vivo. L’inizio è sempre un impatto estetico con qualcosa di bello da vedersi, che attrae. Penso che sia da notare il fatto che Gesù, ai primi che incontrava, diceva: «Seguimi». Non diceva loro: «Ascolta le verità che ti dirò e rifletti su di esse». Ha detto solo di seguirlo. Non si può seguire un’idea, si può seguire solo una presenza umana che ha destato interesse. Se non c’è prima un incontro così, che suscita un interesse, lo sforzo per spiegare le ragioni del cristianesimo cade nel vuoto, o rischia addirittura di apparire come una pretesa.

C’è una frase di san Gregorio di Nissa: «I concetti creano gli idoli, solo lo stupore conosce». Lo stupore del centurione, lo stupore del fatto che ogni giorno Cristo entra in noi nell’Eucarestia. È quello che è accaduto agli apostoli: la convivenza con Gesù è stata un’esperienza così. La loro certezza è germogliata, fiorita e cresciuta solo dentro un’attrattiva destata da una presenza reale, uno stupore che si ripeteva e cresceva nel tempo della loro convivenza con Gesù. Come dice sant’Agostino: «Non cognoscitur nisi per amicitiam», non si conosce se non per amicizia. Hanno conosciuto Gesù perché, stupiti della sua presenza, hanno vissuto con lui e così sono diventati suoi amici. Questo si vede bene nei racconti della resurrezione. Gesù risorto, quando incontra i suoi, non fa grandi discorsi e non li sprona al pensiero, alla riflessione per trovare il senso. Gesù non fa nessun discorso della montagna, non aggiunge nessuna parabola dopo la resurrezione. Quando Gesù arriva, dice semplicemente “eccomi”, “sono qui”. Dallo stupore degli apostoli davanti alla sua presenza sensibile dopo la Pasqua, che rinnovava nel tempo in maniera più grande lo stupore dei primi incontri, è cominciata la fede del mondo.

Le parole e i pensieri, da soli, non possono infondere la certezza della fede, che è di ordine sovrannaturale cioè frutto di un rivelarsi e di un comunicarsi gratuito. Per questo mi stupisce vedere che la stragrande maggioranza dei discorsi che produce la Chiesa si rivolge al Signore usando la terza persona singolare: Egli è. Non si usa più il Tu, il Tu della preghiera, dei sacramenti. È un altro sintomo che si è passati dall’incontro, dal dialogo, alla riflessione-su. C’è un’immensa differenza tra il fare riflessioni sulla grandezza di Dio e il poter dire: Tu, Signore, sei grande e misericordioso. Lo ha detto Gesù stesso: Ti benedico, Padre, che hai rivelato queste cose ai piccoli e agli ignoranti e non agli intelligenti. Da questo Gesù rimaneva stupito, di questo si stupiva nello Spirito. È uno dei pochi episodi in cui il Vangelo mette in risalto lo stupore di Gesù, che era rimasto pure stupito dalla fede del centurione. È questo che commuove il cuore di Dio. Vedere lo stupore degli uomini davanti ai gesti della Sua grazia è ciò che stupisce e commuove il cuore di Dio.

Nel libro Il mito del mondo nuovo, Erich Voegelin spiega che nella fede cristiana gli gnostici vedevano un “elemento di insicurezza”. Per cancellare questo senso di vertigine, di precarietà, si spingevano alla «ricerca di un più saldo fondamento della loro esistenza nel mondo» attraverso «la creazione di certezze immaginarie». La certezza della fede è dunque una certezza “insicura”? La grazia della fede dà una certezza umanissima, ma non è mai una certezza fabbricata, intesa come possesso acquisito, come dominio sulla realtà che l’uomo può maneggiare e riprodurre. Chi segue Gesù non può immaginare già prima di partire come saranno tutti i passi del viaggio. Gli apostoli che lo seguivano mettevano i loro passi dietro ai suoi, ma non immaginavano che Lui andasse verso la croce e la resurrezione. Erano come bambini che seguono il padre che cammina nella neve, e non vedono davanti a sé perché la schiena del padre è troppo larga. Ma con loro c’è il papà, e allora camminano contenti e sicuri. La certezza cristiana ha la stessa dinamica dello stupore e dell’abbandono del bambino in braccio a sua madre. Per questo mi lasciano perplesso quelle tesi teologiche che pretendono di razionalizzare anche i misteri dell’escatologia, a partire dal concetto filosofico di eternità. Dei misteri ultimi sappiamo poche cose. Sappiamo che ci abbraccerà la misericordia. Ma non sappiamo tutto. Voler andare oltre, voler razionalizzare in un sistema senza rispettare umilmente tutti i dati evangelici, è come volersi impossessare del Mistero.

Come dice anche il Catechismo della Chiesa Cattolica:

Davanti alla grandezza di questo sacramento [l’Eucarestia N.d.R.], il fedele non può che fare sua con umiltà e fede ardente la supplica del centurione: “Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea». Nella “Divina Liturgia” di San Giovanni Crisostomo i fedeli pregano con lo stesso spirito: «O Figlio di Dio, fammi oggi partecipe del tuo mistico convito. Non svelerò il Mistero ai tuoi nemici, e neppure ti darò il bacio di Giuda. Ma, come il ladrone, io ti dico: Ricordati di me, Signore, quando sarai nel tuo regno» [Liturgia di San Giovanni Crisostomo, Preparazione alla comunione].

CCC 1386

Non sum dignus: lo struggimento di fronte al Mistero di Cristo che Risorto mi ama, nonostante io sia un niente. Quella carezza del Nazareno che sola può renderti il cuore lieto.

Io non sono degno di ciò che fai per me:

Tu che ami tanto uno come me,

vedi non ho nulla da donare a Te,

ma se Tu lo vuoi prendi me.

Sono come la polvere alzata dal vento‚

sono come la pioggia caduta dal cielo‚

sono come una canna spezzata dall’uragano

se Tu, Signore, non sei con me.

Io non sono degno di ciò che fai per me:

Tu che ami tanto uno come me,

vedi non ho nulla da donare a Te,

ma se Tu lo vuoi prendi me.

Contro i miei nemici Tu mi fai forte‚

io non temo nulla e aspetto la morte‚

sento che sei vicino, che mi aiuterai‚

ma non sono degno di quello che mi dai.

Io non sono degno di ciò che fai per me:

Tu che ami tanto uno come me,

vedi non ho nulla da donare a Te,

ma se Tu lo vuoi prendi me.

Claudio Chieffo, Io non sono degno

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