Se io, papà novello, penso a Charlie Gard…

«Ma voi siete padre da due giorni
e già sputate sentenze?»

La Contessa Flaminia a Monsignor Colombo
(da In nome del Papa Re)

di Giovanni Marcotullio

Il bellissimo personaggio di Luigi Magni (la scenografia parte da un romanzaccio ottocentesco, ma tanto lo trasfigura che non val la pena parlarne…) era un vescovo che scopriva tutto di botto di avere un figlio diciottenne e terrorista.00528202 E già spiegava alla madre (una contessa amata a suo tempo, per un’unica notte, sotto le bombe del ’48) gli errori che lei, crescendolo da sola, avrebbe prodotto nello sviluppo del ragazzo. Comprensibile che la reazione della donna fosse stizzita.

La paternità “imprime il carattere”

Però lo capisco bene, l’amatissimo Colombo da Priverno: io padre lo sono da quasi dieci mesi (anche se mia figlia l’ho vista solo ventitré giorni fa) e già “sputare sentenze” mi pare la cosa più naturale che si possa fare. Me lo preannunciò meravigliosamente, il giorno che nacque mia figlia, l’amico Paul:

Il dono di un figlio fornisce esegetica, ermeneutica ed epistemologia totalmente nuove.

In questi 23 giorni, in cui l’evidenza della paternità ha pizzicato testardamente le corde dei miei sensi nella vista, nel tatto e nell’udito, ho rapidamente maturato una consapevolezza di cosa queste parole volessero dire. Nel linguaggio teologico, che per indole e per formazione mi è il più connaturale, direi che la paternità “imprime il carattere”.

Che vuol dire? Una cosa difficile perché semplice, ovvero una trasformazione radicale dell’essere: la paternità è una questione dialettica, certo – solo un figlio può renderti padre, e del resto nessuno viene al mondo senza un padre (e una madre, checché ne dicano biechi proletaristi da salotto tv…). Una delle prime cose che ho pensato, quando ho saputo che mia moglie era incinta, ovvero che esisteva qualcuno che doveva (anche) a me la propria esistenza è stata:

Adesso esiste una persona per la quale non esiterei a dare la vita.

Non è stato un pensiero eroico, non l’ho sentito erompere dal mio cuore come il frutto maturo di un diuturno cammino ascetico. Tutt’altro, è stata quasi la presa di coscienza di un’ovvietà: a qualcuno è toccata una cosa grave come l’esistenza per (con)causa mia, non gli sarebbe toccata – non a lui, non così, non qui, non ora – se non fosse stato per me. Questa persona, che in sintesi chiamiamo “figlio”, viene al mondo ricevendo assolutamente tutto da altri, e il meraviglioso paradosso di una simile novità è che un padre non riesce a sentirsi in credito verso suo figlio per avergli dato l’esistenza: questa persona va già fin d’ora incontro alla certezza di un grande amore prossimo e di un immenso amore fontale; va però incontro anche a un’enormità di dolore e di ingiustizia. Un padre matura rapidamente un senso di responsabilità fino a quel momento inusitato, per lui: sa che nell’essere padre darà al mondo umano il segno di un risarcimento per il debito incolmabile contratto con i proprî genitori; e al contempo si carica di un altro debito, che è l’ipoteca sul destino del figlio.

Ogni padre è (quasi) eterno

I padri non vivono di “visione”, di certezza: al contrario, vivono di speranza e di fiducia nell’essere. Il fatto che un figlio ci sia consustanziale ci dà motivo di sperare che, in qualche modo, come ce la siamo cavata noi, nonostante tutto, riuscirà a cavarsela anche lui: solo che dovremo fare tutto il possibile, per aiutarlo… e anche un bel pezzo d’impossibile (all’improvviso si scopre che persino i nostri malandati genitori, con tutti i loro difetti, hanno davvero fatto tutto il possibile e un bel pezzo d’impossibile – e che, a differenza nostra, loro lo hanno già fatto).

Proprio perché il figlio è della nostra stessa sostanza (e ci è uguale in dignità) non riusciamo a considerarlo nostra proprietà più di quanto immediatamente ci concepiamo come sua eterna proprietà: di mia figlia sarò padre in eterno, e per sempre – fino alla morte di entrambi e oltre – quella donna sarà mia figlia.

Nelle settimane e nei mesi della gestazione, i genitori – che già sono tali e lentamente crescono nel credere a questa impossibile realtà – passano spontaneamente in rassegna tutto ciò che potranno trasmettere ai loro figli. La genetica ha le sue leggi, e per una madre e un padre è fin troppo automatico considerare l’elenco delle qualità di entrambi. Qualità fisiche, prima di tutto; poi morali, intellettuali, spirituali. Ma nessuno – neanche quelli che non lo ammettono – riesce a non considerare i difetti: qui l’elenco si ferma normalmente a quelli fisici e a quelli caratteriali (bizzarro: poche cose sono irriducibili, da una persona all’altra, quanto il carattere…).

Il peccato originale: l’evidenza più concreta

Il fatto è che la gioia immensa di essere stati resi una cosa nuova – un padre o una madre – è già fin da subito adombrata dalla tremenda consapevolezza, più o meno latente, di aver già caricato le spalle del nascituro di una serie di some. Mia figlia avrà tanti nei quanti ne ho io? Alcuni dovranno essere operati? Sarà di costituzione sana? Che malattie prenderà? Sarà debole di stomaco come mia nonna? Morirà di cancro come mia zia? E di colpo le cicatrici della propria storia, quelle a cui non si fa più caso e che quasi si guardano con soddisfazione, tornano a far paura nel timore di averle già trasmesse al figlio. Di cui diremmo, come Virgilio di Dante:

ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
de la carne d’Adamo onde si veste,
al montar su, contra sua voglia, è parco.

(Pg XI 43-45)

Della vita siamo tutti felici, se viviamo ancora, però noi adulti abbiamo già scoperto

che non c’è solo il dolce ad attenderti,
ma molto d’amaro;
che non è senza un prezzo salato,
diventare grande.

Francesco Guccini, E un giorno, Stagioni

Ecco cos’è, quello che Dante e il cristianesimo chiamano all’unisono “lo ’ncarco / de la carne d’Adamo”: la chioccia consapevolezza che, come noi abbiamo portato il peso delle colpe dei nostri padri, così anche ai nostri figli – malgrado possiamo amarli più della nostra stessa vita – abbiamo già trasmesso il peso delle nostre colpe.

Glie le trasmetteremo in forma di nevrosi, di tic, di abitudini stupide e cattive: sì, quando si diventa genitori si vorrebbe «rinascere dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito» (Gv 3,1-21), ma ci rendiamo conto come mai prima che

nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare.

Rom. 8,26

Davvero ci sarebbe di che disperare, una volta che si sia in un contrasto tanto lancinante. Davvero si tornerebbe, con Leopardi, a “dolerci di nostra sventura”:

O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? Perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Giacomo Leopardi, A Silvia

E nell’eccesso del dolore uno comincia a scoprirsi capace dell’impossibile: mano a mano che la coscienza della gravità dell’esistenza avanza, il padre (come la madre, per quanto in modi diversi) si dispone al sacrificio più alto. Scoprendo questa cosa l’Apostolo disse:

Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita!, perché ci siete diventati cari.

1Tess. 2,7-8

La ferita natale

Quando per la prima volta ho visto mia figlia, la stavano portando al nido dalla sala operatoria: l’ho vista per un istante dalla culla trasparente con cui proteggevano i suoi polmoni vergini dalla nostra aria comune. Piangeva disperatamente, e quelle «labbra rosse sulle quali morire» stavano già gridando il primo atto d’accusa della vita contro il dolore del mondo.

L’avevano strappata alla madre: certo, per farle vivere entrambe (visto che alla fine del travaglio il cordone impediva alla piccola di scendere verso la luce), ma resta il fatto che mia figlia è passata dai 37 gradi dell’interno del corpo umano ai 18 della sala operatoria; è passata dal sentire il costante battito del cuore di sua madre al freddo ticchettio di orologi e di allarmi; è passata dall’ovattata penombra del grembo a luci che le violavano le pupille. E poi mani, sangue, ferri, tagli, voci: e la bilancia, e il lavaggio, il rivestimento e via in ascensore verso il nido, per ulteriori accertamenti. I fratelli Wachowski dovettero pensare al mento tremante di mia figlia, che batteva di freddo e di paura, per spiegare a Kenu Reeves come impersonare Neo che veniva sconnesso da Matrix (la radice di “matrix” è “μητέρα” [metèra], una delle parole per “utero”). Insomma, tutto comincia davvero con

un prodigioso duello
tra la morte e la vita.

Sequenza pasquale

Mia figlia era viva ma già recava i segni di violenze che una splendida équipe di meravigliosi medici e ostetriche le stava infliggendo. Per farla vivere.

Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.

Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Leopardi osservò acutamente le dinamiche esistenziali del venire alla luce, ma alla sua esperienza difettò sempre il viverla in altra parte che quella del figlio. Non caricandosi mai di quel debito nei confronti di un figlio, Giacomo non si sciolse mai veramente da «quel sordo rancore verso Dio» (Lutero) che tocchiamo anzitutto nel rancore verso i nostri genitori. Che ci hanno messi al mondo senza che noi si fosse chiesto alcunché.

Uno, per il figlio, darebbe via la vita… ma anche l’eternità

Quando diventi padre intuisci che l’hai fatta così grossa che potrai farti perdonare soltanto dando la tua vita: per questo pare che Hegel dicesse che

la nascita dei figli è l’inizio della morte dei genitori.

Non nel senso che per via delle poppate sia virtualmente finita la vita mondana della madre e del padre, ma (molto più seriamente) che diventando padre o madre l’essere umano compie un giro di boa esistenziale e si dispone già alla morte come non vi si è mai disposto. L’unica vera remora del padre alla propria morte è sempre e comunque la preoccupazione per il futuro del figlio. Se però è in gioco la vita del figlio, il padre sa di non poter e non voler far altro che offrire la propria per la sua. Perché è giusto così. E basta.

Anzi, no, non basta: questo il padre lo intuisce quando non ancora tiene tra le braccia il figlio. Quando lo sostiene, lo protegge e lo culla; quando gli calma il pianto e canta per lui, mostrando che è possibile custodire un ordine, un κόσμος [kòsmos] in quel χάος [chàos] che si annuncia tanto minaccioso… allora il padre avverte con un brivido che per quella creatura impegnerebbe all’inferno anche la propria anima immortale. Gli viene un giramento di testa perché pensa di star perdendo il lume della ragione, poi si ricorda che anche l’Apostolo giunse a tanto, e che tutte le generazioni hanno conservato e tramandato quel mistico delirio:

…perché vorrei essere io stesso anatema, separato da Cristo, per amore dei miei fratelli, dei miei consanguinei secondo la carne…

Rom. 9,3

La proposta cristiana

Per un figlio il padre rinuncia anche al sommo bene, perfino al paradiso – se necessario. E la fede cristiana c’illustra che nella storia della salvezza avvenne qualcosa di analogo, per riconciliare a Dio i figli traviati: il Padre lasciò che il Figlio subisse tutte le conseguenze deteriori della libertà creaturale; il Figlio si privò, nella sua umanità, della vitale comunione col Padre e consegnò lo Spirito di entrambi per rivivificare l’uomo perduto.

Descendit ad inferos

A partire da questo presupposto, e solo da questo, si supera lo stallo che Leopardi, ripudiata la fede, descriveva così crudamente. Alternative non ce ne sono: o si nega il dramma, e si vive un’esistenza alienata come se stare al mondo non fosse sempre una lotta tra la gioia e il dolore; o vi si rimane impegolati a morte.

Solo il mistero di Cristo – e dico mistero nel senso di realtà mistico-sacramentale, in cui si può essere incorporati – sa

rendere ragione della speranza che è in noi.

cf. 1Pt. 3,14

Ecco perché ha molto senso non solo battezzare i bambini – e offrirli così a una rigenerazione che renda davvero l’uomo capace di non soccombere sotto il peso della propria condizione ferita – ma anche pregare perché sia sanata la ferita natale, che lo stesso trauma del parto reca con sé. Ecco perché ha senso benedire i proprî figli: poiché dal Padre

prende nome ogni paternità, nei cieli e sulla terra.

Ef. 3,15

Giorno dopo giorno, mentre già spera nell’opera della redenzione, il padre contempla nel figlio il compimento dell’opera della creazione: in lui avviene indefessamente un lavorio immane. Neanche nei più grandi formicaî o alveari della Terra avvengono cose simili: sinapsi che si allacciano e s’infittiscono, cartilagini che si solidificano, muscoli che si tonificano, sensi che si perfezionano… e ogni giorno vedi tuo figlio più presente a sé stesso e più partecipe della tua stessa vita. E la benedizione originaria – che per grazia di Dio non viene sopraffatta dal peccato e dalla maledizione – risplende ogni volta che in una famiglia s’innescano queste dinamiche, strettamente imparentate con quelle trinitarie (economiche e immanenti).

Il “caso Charlie Gard”

Ecco, questo è vedersi “impresso il carattere” della paternità, come pure quello della maternità. Così muta il mondo quando si collabora all’opera di Dio. Ora, che cosa si può dire di fronte alla barbara sentenza odierna della “Corte Europea dei Diritti dell’Uomo” (cambiatele nome, cialtroni!)? Charlie Gard dovrà morire, dicono i giudici (!): e non perché non lo si può guarire, ma perché non si deve provare a curarlo.

Oh, la sentenza è piena di parole eleganti appulcrate all’uopo: vi si legge di dolore da evitare, di diritto a morire con dignità, di prospettive di guarigione nulle… Ma con questo uno Stato (anzi, un organo giudiziario di una comunità sovranazionale ma non federale…) strappa la vita di un figlio dalle mani dei genitori – i soli che il Destino abbia incaricato di questo micidiale fardello! – e la sbattono sul tavolo dei medici come una fesa di tacchino sul banco del macellaio.

E certi medici, ormai dimentichi del giuramento di Ippocrate e assimilati ai macellaî, guardano due cose: il peso e il costo. “Che faccio? Lascio?” è una domanda di rito solo perché s’intende che dal macellaio paga il cliente; nell’ospedale, invece, paga la comunità, cioè lo Stato, insomma non il “cliente”. Quindi il cliente, o chi per lui, comunque il paziente, può andare all’inferno. O dove accidenti gli pare, basta che liberi il letto e non costituisca un pericoloso precedente: tanta fatica e tanti soldi per curare un solo bambino… quella coppia è giovane, no? Potrà rifarsi, avranno altri figli!

Le sole cose che capiscono un padre e una madre

Ma questo, di certo, è un discorso che un padre e una madre non possono accettare. Sarebbe bello se anche la comunità non potesse accettare simili aberrazioni: se il cielo dall’alto si rovesciasse e mostrasse il braciere ardente che scintilla oltre la propria cavità; se brace, fuoco e zolfo piovessero su di noi – qualcuno avrebbe il fegato di trovare la cosa ingiusta? Qualcuno riterrebbe di meritare altro trattamento?

Ma soprattutto, se il misero padre di quella creatura di dieci mesi – bimbo che un consesso di giudici (!) ha decretato si debba smettere di curare perché muoia –; se questo giovane inglese entrasse nel Great Ormond Street Hospital armato fino ai denti e uccidesse tutti quanti volessero impedirgli di riprendersi suo figlio e di dargli un’altra possibilità, portandolo in America a proprie spese… ebbene, qualcuno saprebbe biasimarlo?

Io, semmai, ne avrei per me, di rimprovero: sarebbe un onore porgere le pallottole alla giusta violenza che si ribella all’ingiusta inerzia.

Anche In nome del Papa Re finisce con la morte del figlio. Ma il monsignor Colombo, grazie a Dio, è saldo sulla sua fede e sa che

i morti nun môrono: Cesarino s’è annato a ddormi’… e tra ‘m po’ c’annâmo pure noi.

Però quando si trova di fronte il “giudice dell’iniquità” – quello che davvero aveva in mano il destino del figlio e l’ha lasciato cadere verso la morte – con lui rifiuta di spezzare il pane della Vita. Quello gli va davanti, in un’ipocrita sfida, e si sente dire dal vescovo, con la pisside in mano:

No. A voi no.

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