Riina, gli imam spietati e noi… “giovani conservatori”

di Giovanni Marcotullio

Accade in questi giorni nel bizzarro mondo in cui ci troviamo che l’opinione pubblica – allegramente ignara dei conflitti che dilaniano il mondo in conseguenza delle ingiustizie collettive – si affanni a sgomitare su due argomenti circa i quali non può assolutamente risultare incisiva: si disputa infatti da un lato sulla questione della scarcerazione di Totò Riina… perché vada a morire in pace tra i suoi familiari; e dall’altro sulla decisione degli imam del Regno Unito… di non pregare per gli islamisti morti in atti terroristici, ovvero nel jihad.

Due questioni evidentemente controverse, entrambe sottilmente paradossali e a ben vedere rivelatrici di alcune piccole-grandi crisi del nostro mondo, occidentale di nome e di fatto – che cioè sembra nell’atto irrevocabile di tramontare. Mi conforta la voce di Berlicche (caro vecchio diavolo!) che sintetizza icasticamente:

C’è gente che si appella alla magistratura per andare via dall’ospedale e morire a casa, e gente che paga per lasciare casa propria e ammazzarsi in una clinica.
In ambedue i casi si sostiene che ciò sarebbe in nome della dignità.

Io penso che non è dove si muore, ma come si muore. Tu, davanti a quel salto infinito.

Non è la morte a potere essere degna, ma solo noi stessi.

E la dignità non arriva né per sentenza di Cassazione né per degli accordi simil-concordatarî: «Gli uomini – sentenziava il William Wallace di Mel Gibson – non seguono i titoli: seguono il coraggio».

Ministri di disgrazia e ingiustizia

Sono stato impegnato in eventi lietissimi, in questi giorni, e proprio durante una notte nella corsia di ostetricia sentii distintamente il commento di un’infermiera del reparto:

Ma li mortacci sui, che devono scarcera’? Dice che sta mmale… embe’ je sta bbene, ’n ho ccapito, scusa, tutta la ggende ch’hammazzato ’ndo’ la mettêmo? Dice che sta a collabbora’… ma ddevono mori’ mmale tutti quanti!

«Di tal genere, se non tali appunto, erano» le parole della majeuta, che nella colorita parlata romana (ascendente burino) sintetizzava il grosso degli “argomenti” che avrei poi saggiato, nel merito, dall’ormai banalissima vox populi. Che per ravvivare lo scialbume di certe prevedibili osservazioni le arricchisce, come Eva quando cerca di farsi trovare interessante dal serpente (e inventa comandamenti inesistenti): a onor del vero, la sentenza della Cassazione non fa riferimento a “sconti di pena” per collaborazioni. Posto che la Cassazione non decide per il tribunale di Bologna, ma lo costringe a rivedere la sentenza su alcuni specifici punti, il cuore della sentenza degli ermellini, o almeno la sua parte per noi più interessante, è qui:

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, infatti, affinchè [sic!] la pena non si risolva in un trattamento inumano e degradante, nel rispetto dei principi di cui agli artt. 27, terzo comma Cost. e 3 Convenzione EDU, lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario, idoneo a giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermità fisica o l’applicazione della detenzione domiciliare non deve ritenersi limitato alla patologia implicante un pericolo per la vita della persona, dovendosi piuttosto avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria (Sez. 1, n. 16681 del 24/01/2011, Buonanno, Rv. 249966; Sez. 1, n. 22373 del 08/05/2009, Aquino Rv. 244132).

C’è del ragionevole, in questa storia dell’umanità, e anche in quella della dignità. Su questo ultimo punto, a dire il vero, concordo con Berlicche: non è dove si manda un uomo a morire, che gli conferisce dignità, ma come quell’uomo muore. Cristo morì pieno di dignità persino sul patibolo d’infamia, tanto era grande la sua maestà morale e spirituale; Erode morì nel suo palazzo crisoelefantino ma – secondo la comune testimonianza di Luca e di Giuseppe Flavio (fonti indipendenti) – anche in quella sfarzosa pompa il morbo verminoso che divorava il sovrano diede segno di una corruzione morale di cui la strage degli innocenti era stata appena una manifestazione.

Insomma, al di là delle parole toccanti bisogna dire che la pretesa di un tribunale di decidere della dignità della morte è pari in miopia al giustizialismo del volgo profano, che nulla sa più di Riina, se mai ne ha saputo qualcosa, ma vuole saperlo “morto male”.

Soprattutto, però, è un’altra la cosa che mi disturba: le considerazioni sull’umanità e sulla dignità, per quanto generiche e in un certo senso velleitarie, possono anche avere un loro senso – ma in un discorso che parli di grazia, non di giustizia. In un quadro giuridico che contempla la pena del carcere a vita è ammesso fin dal principio che il declino psicofisico del detenuto possa portare a situazioni di salute analoghe a quelle attuali di Riina (o peggiori): la giurisprudenza del Palazzaccio mi sembra porre, con questa sentenza, un precedente che andrà ad erodere l’istituto dell’ergastolo. Nulla quæstio: non è materia irreformabile e le istanze di criticità sul carcere a vita (a cominciare da quelle più volte esposte da Papa Francesco) vanno sicuramente tenute in considerazione. Però si deve sapere che questo è: il caso Riina è già destinato a fare giurisprudenza. Se lo Stato, mediante le Istituzioni deputate, si muove in tale direzione, allora il suo ripensamento starà nell’àmbito della giustizia; se invece non si vuole parlare di revisione globale dell’istituto dell’ergastolo (cosa che comunque accadrà), il riguardo particolare a Totò Riina dovrà scegliere se assomigliare alla grazia o – poiché appare come un summum ius – alla più grande delle ingiustizie.

Il volgo sarà profano e assetato di sangue, come è sempre stato, però anche in fondo a quel giustizialismo cruento, sfigurata da cento brutture, sta un’istanza di giustizia: ha le sue ragioni Rita Dalla Chiesa a ribattere alla Cassazione che suo padre non ce l’ha avuta, una morte dignitosa. E in realtà Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato da Riina, è morto meglio di quanto potrebbe mai morire Riina – anche se venisse rimandato tra i suoi cari (che significa probabilmente “tra i suoi picciotti”).

Perché chiedere all’Islam quello che non ha?

L’altro grande argomento è il rifiuto, da parte di alcuni imam inglesi, di celebrare i tradizionali funerali islamici per gli attentatori di London Bridge. Inspiegabile, a mio avviso. Ma no, non il loro diniego, quanto invece lo stupore del “secol superbo e sciocco”, che trova di che dividersi (nelle solite due tifoserie uguali e contrapposte) perfino su una cosa tanto banale:

  1. Da un lato – quello politico – l’islamismo vive nel Regno Unito una minorità socio-culturale che non gli permetterebbe di tendere una mano ai terroristi (ovvero agli eroici martiri, da un’altra prospettiva…) neanche se volesse: il Covenant of security – questo traballante concordato tra uno stato teocratico con una confessione cristiana da operetta e una religione nativamente votata all’espansione militare ma priva di una struttura gerarchica riconoscibile – esige che la parte debole (per ora i musulmani) stiano molto calmi, e che piuttosto si schierino “con l’Occidente” e “contro i loro fratelli” piuttosto che diventare in blocco il nemico pubblico numero uno.
  2. Dall’altro lato – quello teologico – l’episodio è utile per ribadire coi fatti una verità poco simpatica al mainstream, ma semplicemente sacrosanta: l’islamismo non può competere col cristianesimo, quanto al perdono, e ciò perché, mentre le dottrine possono talvolta imitarsi o rincorrersi, il perdono non è una dottrina – è frutto dello Spirito Santo, cioè dello Spirito di Dio Padre che solo Cristo Signore ha effuso sull’umanità. Se ne rendeva conto lo stesso giornalista egiziano musulmano Amr Adib, e io la spiegherei così: soltanto in senso lato e analogico la religione islamica può dirsi una fede, giacché un cristiano che conosca il senso delle parole intende per “fede” il dono teologale che inserisce un uomo nella relazione viva con le tre Persone dell’unico vero Dio. In effetti, se penso ai musulmani che conosco, anche ad alcuni tra i miei amici, mi dico che molti di questi sono ottime persone, alcuni anche uomini molto religiosi. Di nessuno fra loro, però, ho l’impressione che coltivi una spinta verticale che riesca a congiungere l’etica alla mistica e alla politica. Questo prodigio l’ho visto fare solo al cristianesimo, e fuori di quello ho trovato al più una mistica rivolta a un essere più o meno impersonale e capace di generare al più delle morali più o meno umane.
  3. C’è anche un terzo aspetto, che si colloca a metà e al di sopra dei due, ed è stato Abu Aaliyah (uno tra i più seguiti commentatori musulmani in Uk) a portarlo alla mia attenzione. Lessi infatti nel suo blog un post di quasi un anno fa:

    Vivere o essere nati in Gran Bretagna (o in qualunque altro Paese, quanto a questo) significa essere nati o comunque stare dentro a un “contratto sociale”: un patto tra cittadini di una società che si comportano con reciproca responsabilità nelle loro mutue relazioni sotto l’autorità pubblica.

    Fantascienza, dal punto di vista filologico: la nozione di “contratto sociale”, la “reciproca responsabilità”, le “relazioni mutue”, l’“autorità pubblica”… nulla di tutto questo è nativo dell’Islam, ma di sicuro l’autore è un musulmano sincero e fervente, tutto intento nella difficile missione di riconciliare la civiltà occidentale con la propria tradizione religiosa:

    Ibn Qudamah scrisse a proposito dei musulmani che entrano in terre non musulmane con un vincolo di lealtà, e diceva: «Per quanto riguarda il comportarsi in modo infingardo nei loro confronti, questo è espressamente proibito, perché essi gli garantiscono la tranquillità solo a condizione che lui non li colpisca alle spalle, e che possano considerarsi al riparo dalla sua mano: se anche questo non viene esplicitamente stipulato, comunque lo si intende fatto implicitamente… Stando così le cose, è per noi contro la nostra legge essere infingardi verso di loro, poiché questo è tradimento – e nella nostra religione non c’è posto per il tradimento. Il profeta ﷺ dice: «I Musulmani adempiono ai loro contratti» [al-muslimun ‘inda shrutihim] (6‘7). Se questo vale riguardo a quelli che vanno a vivere in un posto, a maggior ragione vale per quanti in quel posto sono nati ovvero risiedono. E ancora di più per quelli che torcono i testi sacri per giustificare il loro tradimento politico e il terrorismo, mettendo a repentaglio le vite degli altri e l’integrità dell’Islam – e quindi noi preghiamo che Allah li riporti sulla retta via e tenga loro una mano sulla testa… oppure che spacchi loro le reni.

Finale a parte, un paragrafo perfettamente in sintonia con la sensibilità occidentale e cristiana. Questo lo dice un inglese felice di vivere da uomo occidentale del XXI secolo e impegnato nel tentativo di conciliare la vita in questa società secolare (che tuttavia non vuole vivere in modo secolarizzato) con una tradizione religiosa dalla quale evidentemente trae un qualche beneficio. Se l’Islam in blocco facesse lo stesso, si verificherebbe quello che con toni cinici chiedeva Nicolas Sarkozy («Vogliamo un Islam di Francia, non un Islam in Francia») e che con zelo pastorale proponeva Benedetto XVI («L’Islam attraversi le sfide dell’Illuminismo, come ha fatto il cristianesimo»).

Ora, oltre all’ovvia considerazione che “l’Islam” non ha una gerarchia centralizzata che possa indicare direttive globali al proprio interno, la questione spinosa è un’altra: noi siamo in grado di accompagnare queste istanze?

Shakespeare tra Ariana Grande e Notre Dame

La nostra tragica farsa

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Edward Alcock, Portia and Shylock, from Shakespeare’s “The Merchant of Venice”, IV, i, 1778 circa

sta nel fatto che da un lato confondiamo giustizia e grazia in casi come quelli di Riina (e naturalmente consideriamo civile chi si schiera senza esitazioni per la scarcerazione, «perché noi non siamo come la mafia»); e dall’altro non vediamo il limite oggettivo dell’Islam in rapporto al cristianesimo – vi manca il precetto dell’amore al nemico, siccome vi manca l’Unico che poteva dettare un simile precetto – (e per la nostra schizofrenia consideriamo civile chi si schiera senza esitazioni con gli imam che non pregano per “gli eroi”).

In sintesi: in alcuni casi è giusto essere ingiusti, in altri è ingiusto essere misericordiosi. Bene: quando c’è la chiarezza c’è tutto.

E dire che la Porzia dello shakespeariano Mercante di Venezia l’aveva ben delineata – e vestendo i panni di un giurisperito – la distanza tra giustizia e grazia, cesellandone memorabilmente le reciproche dinamiche:

La clemenza per sé non mai soggiace
a costrizione; essa scende dal cielo
come pioggia gentile sulla terra
due volte benedetta:
perché benefica chi la riceve
come chi la dispensa. Presso i grandi
più che altrove potente, del monarca
adorna il capo meglio d’un diadema;
ché se lo scettro è segno
della terrena sua forza e potere,
attributo d’altezza e maestà,
ma anche sede della soggezione
e del timore che ispirano i re,
la clemenza è potere che trascende
la maestà scettrata,
il suo trono è nel cuore dei sovrani,
è un attributo dello stesso Dio;
e al potere di Dio quello terreno
si fa simile quando la clemenza
mitiga in esso il rigor della legge.
Perciò, Giudeo, se pur la tua pretesa
sia conforme alla legge, pensa a questo:
che nessuno di noi si salverebbe
se giudicato secondo giustizia.
Preghiamo Dio invocando clemenza,
e ciò ci deve tutti ammaestrare
a infondere clemenza nei nostri atti.

William Shakespeare, Il mercante di Venezia, IV, I

Stando a Porzia, questo dovrebbe valere sia per Riina sia per i terroristi morti. Ma la nostra generazione inconseguente ed emotiva si esalta ascoltando Storia di un impiegatoLa locomotiva, e neppure realizza che De André e Guccini cantavano, ciascuno a modo proprio, le gesta di terroristi di casa nostra; viceversa, quando non vengono pizzicate le corde dell’emotività, allora si sfoderano le zanne del giustizialismo. Terza ipotesi (la più caricaturale): vorremmo essere giustizialisti fino all’ingiustizia, ma la superbia spirituale che vuole farci credere migliori di tutti ci porta ad azzerare in un istante tutte le variabili della valutazione etica. La formula è: «Siamo meglio di loro, quindi facciamo quello che loro non fanno». E così riusciamo pure nell’impresa di essere più meschini e più pavidi di miserabili che hanno scannato gente per una vita o che si fanno saltare in aria per un dio che non esiste. Siamo dei fenomeni.

Ma di che ci stupiamo, quando la nostra risposta al terrore di Manchester è stata il bis del concertone di Ariana Grande (& Friends!), e quando anche penne brillanti come quella di Lia Celi si ottundono al punto da vagheggiare la sorellanza intellettuale delle tredicenni che ammirano l’ultima twearker di casa Disney (si è unito al coro anche Avvenire…)? Se non capiamo l’esplicita e piana lettera di monsignor Negri, che potremo mai capire del Mercante di Venezia? Nulla, e infatti non ci vergogniamo di mandare i nostri ragazzi a sciupare le loro rombanti facoltà con le sciacquature d’acqua del sogno americano. Buone al più a raffeddare il loro desiderio profondo – quello di una vita bella, buona e sensata.

E invece un’ironica icona della sola possibilità di salvezza dell’Occidente l’abbiamo vista ieri a Parigi: mentre il tragicomico aspirante terrorista italo-marocchino (vissuto però tra l’Algeria e la Francia) riusciva soltanto a restare goffamente ferito dai poliziotti, quasi mille persone sono state stipate e tenute in salvo a Notre Dame. Dalle ormai dimenticate pagine di Victor Hugo sull’asilo in Chiesa alle mai conosciute esegesi patristiche della Chiesa quale arca di Noè – in centinaia di migliaia di pagine gli uomini l’hanno riconosciuto: se c’è un posto dove l’impurità del mondo può trovare scampo e pietà dalla furia di ciò che si meriterebbe, quel posto è la Chiesa cattolica.

Che può fare un “giovane conservatore”? I figli

Per una curiosa ma significativa coincidenza, nel preciso istante in cui, domenica scorsa, diventavo padre, arrivava nelle edicole un articolo di Camillo Langone, sul Giornale.

Vi si spendevano parole (fin troppo) lusinghiere per me (e per questo blog che – l’ha ben scritto Langone – fin dal suo ermetico sottotitolo non punta ai clic). Ora, è vero che non ho problemi a definirmi

conservatore e amante della Tradizione (con tanto di maiuscola);

ma in questa straordinaria Pentecoste mi si è mostrata la prima creatura in cui si concreta totalmente la responsabilità totale; quella che – direbbe Paolo (cf. Gal 6,14) – crocifigge me al mondo e il mondo a me. Dunque è vero, sì:

Se c’è qualcosa da conservare è il Papato, a prescindere dal Papa momentaneo;

ma un gesto almeno altrettanto conservatore è fare un figlio. O (magari!) più di uno. È la generazione di un’umanità nuova ma sempre ferita dal morso antico; è prendere l’impegno concreto di trasmettere a qualcuno il meglio di ciò che hanno trasmesso a te (questo è la “Tradizione”); per il fatto, poi, che è la scommessa di un vecchio su un giovane, è l’antidoto definitivo a ogni velleità reazionaria del conservatorismo. Insomma, un toccasana. Con le parole dell’amico Paul Freeman, che così si felicitava con me per il lieto evento:

Il dono di un figlio fornisce esegetica, ermeneutica ed epistemologia totalmente nuove.

Anche noi, coi nostri figli, potremo dunque mettere alla prova, una volta di più, le cose che crediamo (o che crediamo di credere): fede, scienza, estetica, etica, politica… Oppure questa diventa la volta che impariamo cose prima insospettate. L’amico Giuseppe Focone mi diceva che a Napoli un proverbio recita:

È nato mio figlio:
e mo’ nun moro cchiù.

E io sorridevo, riascoltando in me uno dei miei primi pensieri di fronte a mia figlia: «Adesso che potrei pure morire, non me lo posso più permettere». Macché: ho da mostrarle perché vale la pena di costruire civiltà orientate al Sole… sennò me la ritroverò al concerto della starletta di turno, proprio quella di cui il poeta ha scritto:

…e tu… tu lo chiami amore
e non sai che cos’è.

Fabrizio De André, Terzo intermezzo

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1 Commento

  1. Présentation de Paris à Notre-Dame

    Étoile de la mer, voici la lourde nef
    Où nous ramons tout nuds sous vos commandements ;
    Voici notre détresse et nos désarmements ;
    Voici le quai du Louvre, et l’écluse, et le bief.

    Voici notre appareil et voici notre chef.
    C’est un gars de chez nous qui siffle par moments.
    Il n’a pas son pareil pour les gouvernements.
    Il a la tête dure et le geste un peu bref.

    Reine qui vous levez sur tous les océans,
    Vous penserez à nous quand nous serons au large.
    Aujourd’hui c’est le jour d’embarquer notre charge.
    Voici l’énorme grue et les longs meuglements.

    S’il fallait le charger de nos pauvre vertus,
    Ce vaisseau s’en irait vers votre auguste seuil
    Plus creux que la noisette après que l’écureuil
    L’a laissée retomber de ses ongles pointus.

    Nuls ballots n’entreraient par les panneaux béants,
    Et nous arriverions dans la mer de Sargasse
    Traînant cette inutile et grotesque carcasse
    Et les Anglais diraient : ils n’ont rien mis dedans.

    Mais nous saurons l’emplir et nous vous le jurons
    Il sera le plus beau dans cet illustre port
    La cargaison ira jusque sur le plat-bord
    Et quand il sera plein nous le couronnerons.

    Nous n’y chargerons pas notre pauvre maïs,
    Mais de l’or et du blé que nous emporterons.
    Et il tiendra la mer : car nous le chargerons
    Du poids de nos péchés payés par votre Fils.

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