Amoris Lætitia e la Tradizione: un’osservazione e una domanda per Andrea Grillo

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di Giovanni Marcotullio

Gentilissimo professor Andrea Grillo,
sono passati dieci giorni da quando ho letto, subito dopo la pubblicazione, il suo intervento sulla sezione di Munera che lei usa come blog. Sono rimasto colpito non tanto dalla sua posizione, che mi sembra coerente con altre da lei espresse in più circostanze del passato, quanto dalla lucida freddezza con cui esplicitamente contrappone il magistero di Amoris lætitia a quello degli ultimi predecessori di Papa Francesco.

Riconciliarsi con la Tradizione

Mi permetta di riportare qui solo un paio di paragrafi del suo scritto. Lei avvia il discorso scrivendo:

Nel cuore del testo di “Amoris Laetitia” non vi è semplicemente una svolta nella pastorale matrimoniale e familiare, ma una profonda e accurata rilettura della tradizione morale della Chiesa cattolica. Vorrei cercare di illustrare in modo semplice uno dei punti più evidenti di recupero della tradizione che Amoris Laetitia realizza con grande forza e con vera profezia. Prima voglio però chiarire un punto decisivo. Diversamente da quanto viene ripetuto dai settori più restii ad accettare tale svolta, non si tratta di una discontinuità che AL introduce nella tradizione morale della Chiesa. Bisogna piuttosto riconoscere apertamente il contrario. La discontinuità era stata introdotta da alcuni documenti del XX secolo – che vanno da Casti Connubii, a Humanae Vitae a Veritatis Splendor – i quali avevano introdotto un “massimalismo morale” del tutto inedito fino ad allora, con una grande forzatura nella lettura delle fonti tradizionali, e rispetto a cui Amoris Laetitia opera un vero e proprio atto di “riconciliazione con la tradizione”. Come era stato il Concilio Vaticano II, AL, seguendone le orme, va letta anzitutto come “servizio alla tradizione”.

E così – dopo una pars construens su “la delicata correlazione di oggetto e soggetto in Amoris Laetitia” e una pars destruens sul “massimalismo morale di Veritatis Splendor” – conclude:

Amoris Laetitia, recuperando proprio ciò che da Veritatis Splendor era stato escluso e giudicato erroneo, ritorna finalmente sul sentiero della tradizione. E lo fa non solo ascoltando i testi antichi con orecchio sensibile, ma mettendosi in ascolto della esperienza degli uomini e delle donne. E ci suggerisce, con finezza e benevolenza, che non si resta nella tradizione sostando al balcone o alla scrivania, ma uscendo per strada. Anche a costo di sporcarsi le scarpe col fango della vita.

Una Tradizione, quattro posizioni

Normalmente, le ripeto, mi par di vedere che nel battage intorno ad Amoris lætitia ci si divida grossomodo così: da una parte ci sono i “normalisti”, i quali affermano tout court che niente è successo dalla Familiaris Consortio; dall’altra ci sono i catastrofisti, che vedono nell’esortazione postsinodale di Papa Francesco una sciagurata rottura con la tradizione. A dire il vero tra queste due sponde vedo anche una discreta pattuglia di esploratori che cerca di verificare i punti di novità proprî di un lecito sviluppo dogmatico, e di proporre elaborazioni fedeli al Vangelo di Gesù e alla Tradizione che ce lo ha consegnato (il mio contributo, per modesto che sia, cerco di darlo in questa “compagna picciola” di esploratori).

Eppure la sua posizione si colloca in una posizione alternativa anche alla (mia) scelta mediana: lei sceglie l’attacco e la dialettica da una quarta base, affermando che sì, Amoris lætitia sarebbe in linea con la Tradizione ma che proprio per questo sarebbe un segno di rottura col Magistero pontificio del Novecento. Spiazzante per tutti, devo dire, anche se non incoerente con altre sue prese di posizione.

Con lei non devo perdere tempo – perché anzi me lo insegna – a ricordare come un cambiamento disciplinare (magari legittimo o perfino doveroso) implichi sempre in qualche misura un cambiamento dottrinale, visto che è la liturgia – come è celebrata e vissuta dal Popolo di Dio – a indicare la strada alla riflessione teologica, e non viceversa. Quindi mi consola non trovare nelle sue parole il mantra “cambia la prassi, non la dottrina”. Perché è semplicemente impossibile, tanto più che la disputa qui non verte sulla prassi, tutto sommato marginale, di seppellire i monaci orientali con o senza il crocifisso, e neanche sulla più nota (perché numericamente più incidente) questione della táxis seguita nel segno della croce.

La quinta base

In fondo alle sue conclusioni arrivano anche i partigiani di una “quinta base” silenziosa, che non fa chiasso e non prende posizioni pubbliche ma che, poiché ha in mano alcune delle leve che diranno concretamente la ricezione di Amoris lætitia, è tutt’altro che trascurabile.o-DIVORCE-DAD-facebook.jpg Penso in particolare a una circolare di un bravo giurista di una diocesi italiana diffusa dal Vescovo al clero locale. A seguito di forbite argomentazioni vi si legge, testualmente:

dopo aver richiamato che “le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi” (n. 300), e che ciò non va escluso “nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale, dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave” (nota 336), l’esortazione afferma esplicitamente nel n. 301: “Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta irregolare vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante” e, al n. 305: “A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa”, con una specificazione nella nota 351: “In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, ‘ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore’ (Ev. Gaudium, 44). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia ‘non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli’ (ivi, 47).

Pertanto, da questi orientamenti e da altri disseminati nell’esortazione (cfr. ad es. i numeri 297 e 299), si può argomentare che, in ordine alla prassi, cessano di essere assoluti:

  • il n. 84 di Familiaris Consortio – 22 novembre 1981 (condizioni di ammissibilità ai Sacramenti, ribadite anche in alcuni documenti successivi);
  • la disposizione del n. 1650 del Catechismo della Chiesa Cattolica – 11 ottobre 1992;
  • gli orientamenti del Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa Italiana – 25 luglio 1993, per quanto attengono ai casi in questione.

Si è usato di proposito il termine “assoluti”, poiché sui singoli aspetti possono conservare una propria incidenza (cfr. ad esempio, il riflesso di scandalo previsto da FC che, tra l’altro, vale per ogni e qualsiasi atto del fedele e non solo per la condizione di divorziato risposato) [grassetti e corsivi del testo citato].

Lei concorderà facilmente con me, professore: certamente il rilievo di un’esortazione apostolica postsinodale è molto superiore a quello di un qualsivoglia direttorio nazionale; si potrà discutere invece sul rapporto tra l’esortazione apostolica postsinodale di Francesco e quella di Giovanni Paolo II (lo stesso giurista ammette che quel n. 84 di FC è stato già recepito più volte dal Magistero successivo, e questo ne intensifica l’autorità); non mi pare invece che si possa ammettere che un atto del magistero pontificio, per quanto autorevole, possa “cambiare il Catechismo”, letteralmente.how-divorce-affects-young-children Perlomeno non senza una dichiarazione esplicita e precisa. Così come si fa quando si vuole aggiornare il Codice di Diritto Canonico. Non ne conviene anche lei?

Dunque questo è il riferimento alla luce del quale, finché non sia apertamente e autorevolmente disposto diversamente, bisognerà interpretare Amoris lætitia:

Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo (« Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio »: Mc 10,11-12), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza.

(CCC 1650)

Del resto, qual è l’alternativa? Mi permetto di riportare un altro passaggio di quella circolare (della quale comprendo l’intento e apprezzo la finezza, certamente impiegata in buona fede):

A titolo solo esemplificativo ci si limita a suggerire alcune domande che possono aiutare a ricostruire la situazione personale di un fedele.

  • Come si è arrivati alla rottura del matrimonio celebrato? Chi ha avuto l’iniziativa della separazione e del divorzio? A quali esiti si è arrivati?
  • Vi sono stati tentativi di riconciliazione, anche con il ricorso ai consigli e agli aiuti specifici? 
  • Per il matrimonio celebrato possono essere individuati alcuni aspetti che inducano a ritenere possibile la sua nullità? Si è valutata con qualcuno questa eventualità? È percorribile?
  • Come è stato vissuto e valutato il rapporto con i figli sia prima delle difficoltà, sia durante la crisi, sia al momento della rottura definitiva, sia dopo?
  • Quale è la disposizione dell’animo nei confronti della parte da cui ci si è divisi?
  • Come ha avuto origine la nuova relazione e per quali ragioni? Come si è giunti a convivere o a celebrare un matrimonio civile?
  • Quali caratteristiche presenta la nuova convivenza di tipo coniugale, sia in ordine al reciproco amore che al complesso delle relazioni umane e religiose?
  • Quali conseguenze ha avuto la nuova convivenza sui figli? Come hanno reagito?
  • Quale è la percezione della rottura e della nuova relazione all’interno della comunità di appartenenza? È conosciuta e valutata?
  • Quale è il personale sentire religioso? Come è vissuto e come si esprime?

È appena il caso di rilevare che la ricerca del pastore deve essere orientata dalla misericordia di Dio più che dal giudizio.

Quando si trova di fronte un fedele – che chiede con fiducia l’aiuto per un discernimento, ha conoscenza (o può ricostruire) che tale fedele è un cristiano praticante, ha buoni rapporti all’interno della sua comunità cristiana, ha una vita personale con Dio nel pensiero e nella preghiera e in altri atti, non nutre avversione verso il coniuge abbandonato o da cui è stato abbandonato, accompagna i figli con amore e cura – può un pastore ritenere che un simile fedele nutra “avversione verso Dio” e sia indegno di ricevere l’assoluzione sacramentale dei suoi eventuali e attuali peccati e di partecipare pienamente alla celebrazione dell’Eucaristia?

Drawing_19_zpsc358b078.jpgLei vede bene che queste non sono indicazioni precise, quantunque sia inequivocabile l’esito pratico a cui tendono: esse sono così vaghe e labili, e ancora di più vengono dilatate dalla raccomandazione finale su “la misericordia piuttosto che il giudizio”, che alla fine, nel dubbio, il povero parroco capisce di non poter dire di no a nessuno.

Ma capiamoci su questo: nessuno ha velleità da maestrina bacchettona, perché tutti «siamo meritevoli – con le parole di Bartolo Longo ripetute da tutti noi pochi giorni fa – dei più aspri castighi». E su questa comune miseria si stende universalmente la misericordia di Dio, lo sappiamo. La quale ci prende come siamo e ci rende come egli vuole. O non sarebbe quella grazia santificante di cui giustamente parla Amoris lætitia – o non sarebbe redenzione. I cristiani hanno ricevuto il tesoro di sapienza della prima alleanza:

Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te.

(Deut 8,5)

Non risparmiare la correzione al figlio, se vuoi salvare la sua anima dall’inferno.

(Prov 22,13-14)

E ne hanno confermato la validità con la ricezione in testi che a loro volta diventavano canonici. E chiosavano:

È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli! Del resto, noi abbiamo avuto come correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre degli spiriti, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità. Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

(Eb 12,7-11)

zografia1_zps6a5f22d8Certo sono tutte cose che sappiamo, professore. Mi permetto di richiamarle non per insegnarle a lei, che evidentemente le insegna a me, ma per chiedere lumi: com’è che in certi provvedimenti, in certe indicazioni, in certe direttive (sotterranee, peraltro) non sento vibrare la stessa viscerale cura di Dio, che è padre e madre? Io non sono un pastore della Chiesa, ma neanche lei, e stiamo entrambi parlando delle voci che sentiamo, perché Gesù ha detto che nei suoi pastori avremmo riconosciuto la sua voce, specificando:

Un altro, invece, non lo seguiranno, anzi fuggiranno da lui, perché non riconoscono la voce degli altri.

(Gv 10,5)

Visto che sono qui a chiederle lumi, professore, la lascio con una domanda e – se me lo consentirà – un’osservazione. Anzi parto da quest’ultima.

Questo Dio che non si vincola ai sacramenti

La questione dell’ammissione dei divorziati risposati alla comunione sacramentale – che ha suo malgrado assorbito il grosso del dibattito su un documento peraltro bello come Amoris lætitia – si riassume nell’ormai famigerata nota 351 del documento pontificio. Era incorporata in una citazione già fatta supra, ora la richiamo qui per praticità:

In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Ev. Gaudium, 44). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (ivi, 47).

Non si metterà mai abbastanza in rilievo il carattere di titubante proposta che il condizionale scelto da Francesco conferisce al testo. Del resto il Santo Padre aveva premesso fin dal terzo paragrafo del testo

che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero.

(AL 3)

Questo non significa, come qualcuno ha inopinatamente propugnato, che un’esortazione apostolica postsinodale possa non essere un atto di magistero (ci mancherebbe!), ma esclude parimenti che si possano utilizzare suoi passaggi – tanto più se marginali e formulati a mo’ di proposta – come testa d’ariete per forzare la dottrina e la prassi consolidate della Chiesa. Ciò che il testo pontificio invoca è piuttosto un raffronto con la Tradizione, della quale egli costantemente si proclama figlio, come appare lampante in passi così:

Ovviamente, se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità (cfr Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione.

(AL 297)

Ecco, quindi, perché non riesco a condividere la sua lettura della “riconciliazione con la Tradizione” che Amoris lætitia avrebbe operato con un balzo a prima di Casti connubii. Ma ci torno tra pochissimo quando arrivo alla domanda – con la quale la saluterò. Prima volevo tornare con lei all’adagio tomistico del “Deus virtutem sua sacramentis non alligavit” [«Dio non ha vincolato a filo doppio il proprio potere salvifico ai sacramenti»], che come sappiamo è richiamato anche nel Catechismo (CCC 1257).zografia3_zpsed562ecc.jpg Ma visto che non facciamo Denzingertheologie, e nemmeno Katechismustheologie, le dico che ho seguito con interesse la disputa che più di dieci anni fa la vide protagonista di un confronto serrato con gli scritti di Rahner e Tommaso. E tuttavia mi pare che abbiano una qualche rilevanza le osservazioni di Cosimo Scordato, che scioglieva quell’assunto dalla sola quæstio sugli angeli e ne mostrava anzi la natura di commune adagium nella koinè teologica del tempo. Questo relativizzerebbe sensibilmente le sue osservazioni sulla “svolta antropologica” rahneriana, con tutto quanto ne conseguirebbe sul piano della disciplina dei sacramenti.

Ma restiamo a Tommaso, così mi preparo alla domanda: neanche il Doctor Angelicus può venirci incontro, sul caso-limite dei divorziati risposati, perché certamente saprebbe rendere ragione di una certa grazia santificante che ancora e sempre opererebbe anche in chi vive in situazioni cosiddette irregolari, ma non gli si è mai presentato il caso di uno che al contempo dica di voler ricevere la grazia di Dio e di non voler vivere in grazia di Dio. Saprà correggermi, professore, se mi sbaglio, ma queste mi sembrano fregole da uomo moderno – sregolato e inconseguente come un adolescente. Anzi, in Tommaso leggo, semmai, una considerazione interessante circa la possibilità di rimettere un peccato senza comminare una penitenza riparatoria:

E sembra che il peccato si possa rimettere senza penitenza. La potenza di Dio, infatti, non è minore negli adulti che nei bambini. Ma ai bambini i peccati vengono rimessi senza penitenza. Quindi ciò è possibile anche per gli adulti.

Tra l’altro, Dio non lega a filo doppio la sua potenza ai sacramenti. Ma la penitenza è in qualche modo un sacramento. Quindi per la potenza di Dio i peccati possono essere rimessi senza penitenza.

(S.Th. III, q. 86, a. 2, arg. 1-2)

E Tommaso spiega:

Nei neonati non c’è che il peccato originale, che non consiste in un disordine in atto della volontà, ma in un certo habitus disordinato della natura […]. E così a loro si rimette il peccato mediante una mutazione di habitus che avviene per l’infusione della grazia e delle virtù, ma ciò non comporta una mutazione attuale. Invece nell’adulto, in cui sussistono peccati attuali, che consistono in un disordine della volontà in atto, non possono essere rimessi i peccati – neanche nel battesimo – senza un cambiamento radicale della volontà attuale. E questo avviene mediante la penitenza.

(S.Th. III. q. 86, a. 2, ad. 1)

Sono passi che lei conosce benissimo, professore. Anzi, più di diciassette anni fa intervenne in un convegno anconetano dedicato a Riconciliazione e penitenza e disse, fra l’altro, che la colpa dell’uomo adulto già battezzato,

quando emerge alla coscienza grazie al nuovo incontro con la parola di grazia che Dio gli rivolge, porta con sé, proprio con l’essere perdonata, il rovello del cambiamento, la fatica della realizzazione corporea, storica e esistenziale di ciò che l’uomo ha scoperto riservato da Dio per lui. La confessione della colpa e la misericordia di Dio che scendono sull’uomo sono il principio e il definitivo cambiamento dell’uomo, ma non sono ancora – non possono essere – il mutamento storico della sua libertà, che resta libera (purtroppo e per fortuna) anche di fronte alla propria conversione. La fatica di questa trasformazione, il lavorio di questa nuova esigenza tra parola ascoltata e vita da decidere, il «patimento» di fronte a questa difficoltà è ciò che la tradizione ha chiamato pene del peccato. Le pene del peccato risultano così le conseguenze intossicanti e dolorose del peccato, che non sono superate dal semplice fatto della conversione del peccatore. Il perdono della colpa non è ancora – considerato anche fenomenologicamente – non è ancora remissione della pena e cessazione delle conseguenze del peccato.

(A. Grillo, Le indulgenze e la penitenza sacramentale: verità dimenticate su un rapporto da riscoprire)

Parole che trovo molto belle e vere. In pieno accordo con la Tradizione e col Magistero che ne è il solo interprete autentico (“legge della gradualità e non gradualità della legge”, per dirla con Giovanni Paolo II). Mi è invece più difficile ricollegarle al suo post di dieci giorni fa.

Riconciliati con quale tradizione?

E giungo alla domanda finale, con la quale torno a riferirmi al suo testo del 3 maggio e la saluto: lei dice che una rottura con il Magistero del XX secolo, in termini di morale, comporterebbe una riconciliazione con la Tradizione. La mia domanda è molto semplice: poiché non mi vengono in mente testi che mi esemplifichino codesta Tradizione a cui lei si riferisce – e dato che molte volte ho avuto da imparare tanto, leggendola – le chiederei di mostrarmene qualcuno.

In realtà, da Giovanni Battista a Tommaso MoroHans_Holbein_d._J._065.jpg – e tra loro non ci sono epoche segnate da “ossessioni anti-moderniste” – vedo nella storia del cristianesimo uomini e donne votati alla perfezione e pronti a pagare i prezzi più alti per non cedere, non dico riguardo alla gestione della propria vita privata, ma proprio rispetto alla dimensione profetica dell’annuncio cristiano, che mai ha temuto di difendere la grandezza del destino umano dicendo: «Non ti è lecito tenere questa donna». O questo uomo, aggiungeremmo oggi per gender equality. C’è un fardello di dolore umano che tutti, purtroppo, conosciamo – per esperienza diretta o indiretta – e il fatto che i bambini ne facciano sempre le spese maggiori è un marchio di ingiustizia che grida vendetta al cielo, e certo non può essere cancellato col colpo di spugna di un “discernimento” a maglie larghe: si discerne per «vagliare tutto e trattenere ciò che è buono» (cf. 1Tess 5,21), non «servendoci della libertà come di un velo per coprire la malizia» (cf. 1Pt 2,13-17). Questo non potrà mai cambiare, né in dottrina e in teologia né in prassi o disciplina.

Dunque mi guardo attorno e penso alle lettere e alle opere di Girolamo e Agostino contro Gioviniano, penso al rigore di Tertulliano (già negli “anni cattolici”) e anche delle antiche apocalissi apocrife, che sforavano generosamente nell’encratismo. Mi chiedo dunque, e anzi lo chiedo a lei, quali sarebbero i testi di questa tradizione rispetto alla quale a suo avviso una rottura col Magistero dalla Casti connubii in qua apporterebbe una riconciliazione?

La “parvità di materia”

La saluto con un aneddoto, riportatomi da mia moglie (insegnante di lettere classiche in un liceo), che mi ha ricapitolato e finalizzato il tempo passato, anni fa, a studiare quel famoso rescritto del Sant’Uffizio da cui si è estrapolato l’adagio “quanto al sesso non si dà parvità di materia”. Anche io, come i teologi che stavo studiando, mi ero impelagato sul concetto di “parvità” relativamente a quello di “peccato mortale”: a forza di contestualizzazioni e di scuole di pensiero non ero più sicuro di capire il senso di quell’espressione, che gli officiali della Santa Sede avevano buttato là in un inciso, peraltro, come una cosa scontata su cui non verteva l’argomento.

o-GIRL-BY-WINDOW-THINKING-facebook.jpgEbbene, rispondendo alle domande di un’alunna adolescente – che candidamente chiedeva quali mezzi potesse applicare per avere una condotta sessuale promiscua (la ragazza diceva “libera e attiva”) senza esporsi al rischio di contrarre infezioni – mia moglie e la ginecologa cui aveva ceduto l’ora per un momento di educazione sessuale rispondevano invariabilmente: «Non esistono protezioni totali, nel modo più assoluto: molte infezioni possono anche essere asintomatiche e mostrare i proprî effetti anni o decennî più tardi». La ginecologa spiegava casi di sue pazienti divenute sterili per un banale papillomavirus contratto anni addietro dal compagno, o quello – doloroso e recentissimo – di un aborto al quinto mese per una clamidia. È il caso di dire che si capisce bene l’amara constatazione biblica: «Le colpe dei padri ricadono sui figli». E il buon Dio non c’entra niente (cf. Ez. 18,23-32).

La ragazza restò sovrappensiero e alla fine sbuffò: «Uff… possibile che il sesso non si possa vivere con leggerezza? Che debba per forza essere considerato una cosa seria?». Ecco, in un lampo ho capito cosa voleva dire quell’inciso del rescritto curiale: no, il sesso non si può mai prendere alla leggera. È una cosa naturale e quotidiana, in questo è come un coltello da cucina: molti lo usano e a tutti serve, ma tenerlo fuori dalla portata dei bambini ha un senso evidente, e anche gli adulti possono farvisi male, se lo usano “alla leggera”.


Poiché il professor Grillo è voluto intervenire nel dibattito sul mio profilo Facebook, a uso dei lettori riporto qui di seguito il link:


Padre Giovanni Cavalcoli O.P. è intervenuto a sua volta nel dibattito

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