La Francia e noi: per un cattolicesimo “senza complessi”

di Giovanni Marcotullio

Apprendiamo da un sondaggio di IFOP realizzato per Pèlerin e per La Croix come il 71% dei cattolici francesi che praticano regolarmente abbia dato il proprio voto a Macron. La qual cosa deve far riflettere, considerando quanto il programma del candidato di En Marche! sia subdolamente corrosivo per la Chiesa, per la sua libertà e per la sua stessa dottrina sociale (affamare le famiglie con l’ultraliberismo dei banchieri di Bruxelles non è tanto meglio che rifiutare l’accoglienza ai migranti). Quanto al “voto cattolico” confluito sul Front National, anche quello continua a salire, ma si tratterebbe perlopiù di cattolici “occasionali”.

In generale, quelli che si dichiarano cattolici hanno votato Macron in misura appena inferiore alla media nazionale (62% contro il 66,1%), mentre Marine Le Pen riporta un leggero incremento dei “voti cattolici” sul trend generale del FN (38% contro il 33,9%). La cosa interessante è che non appena si distingue il grado di pratica religiosa degli intervistati vengono a mostrarsi rilievi assai significativi.

Il 71% dei cattolici che dichiarano di partecipare alla messa almeno una volta al mese (questo il parametro francese di “pratica regolare” nel 2017…) ha pure dichiarato di aver votato Macron. E sono 5 punti in più rispetto al bottino finale del giovane pupillo di Jacques Attali. Lo scarto si fa meno forte mano a mano che la pratica diventa più rarefatta: tra quelli che vanno a messa meno di una volta al mese il 46% ha votato Le Pen e il 54% ha votato Macron. Presentando i risultati del sondaggio, poi, Pèlerin ricorda ai lettori che alle elezioni europee del 2014 non si era registrata tale frammentazione, poiché in modo omogeneo i “regolari” e gli “occasionali” aveva accordato una sensibile preferenza al voto identitario rappresentato dal Front National.

Che succede? Se avessimo le forze per comprendere a fondo queste dinamiche, probabilmente un candidato cattolico perlomeno decente sarebbe arrivato a presentarsi al primo turno. È certo consolante sapere che i cristiani siano riluttanti a sposare le formule rabbiose e identitarie dei lepenisti (una lezione che ancora troppi leghisti italiani non imparano); lascia però perplessi l’adesione data dai cattolici a En Marche!, che se non propone l’ingiusto, irrealizzabile e demagogico stop ai migranti dichiara però guerra alle religioni che non si sottomettano al superdogma della laïcité.

Spero di cuore che quel 71% dei cattolici praticanti abbia votato Macron turandosi il naso, come puro antidoto ai veleni sovranisti; mi auguro che in questo rilievo non sia da ricercare una responsabilità nel clero (visto che la differenza sembra farla l’intensità della pratica religiosa!). Sarebbe bello leggere una statistica sugli astenuti, ma visto che per ora non mi è capitata sotto mano mi contento di tradurre di seguito una ricchissima intervista a don Pierre-Hervé Grosjean (autore di Catholiques, engageons-nous!FIC114813HAB0.jpg, un altro libro che farebbe tanto bene ai cattolici italiani…) uscita su Le Figaro poco più di un anno fa.


Le Figaro – Mentre la pratica religiosa è ai minimi storici e il materialismo trionfa, che ragioni di speranza ci sono per le giovani generazioni di cattolici?

Don Pierre-Hervé Grosjean – Se lo sguardo sulla situazione del nostro Paese dev’essere lucido – la realtà ci si impone – comunque esso non può essere disperato. La pratica religiosa che è ai minimi storici è quella motivata da convenienza o abitudine. La società si è secolarizzata. L’ignoranza religiosa è impressionante, anche nelle nostre “élites” mediatiche o politiche. Questo non è un problema solo per la Chiesa, ma anche per tutto il nostro Paese. In effetti, ciò che fa la forza di un popolo è la sua anima. Un Paese che non conosce più la sua storia, non raccoglie più le proprie radici, non trasmette più la cultura e la fede che l’hanno costruito è un Paese che dubita di sé stesso, che non si ama e che ormai è fragile. La secolarizzazione della società francese è parte della sua fragilità. Del resto è per questo che il laicismo non serve la Francia, soprattutto quando si volge ad attaccare la fede cristiana, che ha fatto la nostra identità.

Ma tutto questo, paradossalmente, è stimolante. Le giovani generazioni cattoliche impegnate sono certo minoritarie, si ritrovano controcorrente… però all’improvviso si trovano come “forzate” a essere fervorose, generose e raggianti. Una minoranza non ha più potere decisionale. Non ha più i numeri per “pesare” sul corso della storia. Le resta il fervore, la forza della sua testimonianza, la convinzione. Benedetto XVI diceva: «L’avvenire appartiene alle minoranze creative». Lo credo profondamente. I cattolici non saranno mai una minoranza tra le altre, in Francia, perché la Francia resta un antico paese cristiano, nella sua storia, nella sua cultura, nel suo DNA. Ma l’epoca che viviamo, il deserto spirituale che è diventata la Francia, ormai paese di missione, tutto ciò risuona come un fortissimo appello a testimoniare, a uscire dal nostro comfort, a riscoprire la formidabile capacità del cristianesimo di trasformare il mondo. Ecco, in fondo, il mio motivo di speranza: questa gioventù cattolica è certo fragile, ma è generosa e – quando crede – non crede a metà o per convenienza. Le circostanze le offriranno l’occasione di rivelarsi in ciò che ha di meglio: la sua capacità di impegno.

Il comunitarismo minaccia anche i cattolici? Come possono trovare il giusto equilibrio tra la tentazione della dissoluzione nella massa scristianizzata e quella del ripiego su di sé?

Ogni minoranza conosce questi rischî. Alle volte andare avanti controcorrente diventa logorante: tra gli amici, in università, sul lavoro, nel partito, con l’associazione… Si capisce la tentazione di volersi “diluire”, di voler adottare un cristianesimo soft, che non sia più un segno di contraddizione per il mondo, smussando tutti gli spigoli, tutto ciò che il mondo non comprende del nostro modo di vivere o delle nostre convinzioni. Ma questo cristianesimo non salverebbe nessuno. Al contrario, si può essere tentati dal ripiego su di sé, con «la mentalità della cittadella assediata». Ma il chiudersi a riccio è mortifero. Tutti i ghetti finiscono per implodere, è una mentalità da perdenti. Soprattutto, in entrambi i casi si rinuncia alla nostra vocazione profonda: amare, servire e salvare questo mondo. Un cristiano non può rinunciare a impegnarsi nel cuore della società, per servire il bene comune e testimoniare la speranza che egli porta con sé. È la sua missione, egli sa di essere “inviato”: questo mondo gli è stato affidato. Il Vangelo è chiarissimo, sull’argomento. Questo non vuol dire che non ci sia bisogno di luoghi di ristoro dove si possa tornare alle sorgenti delle proprie motivazioni e ricaricare le pile. Al contrario! Bisogna trovare dei necessarî luoghi di formazione. Bisogna saper coltivare le amicizie e le reti utili a non essere isolati. Un cristiano solo è in pericolo. Ma che questi luoghi dove si affermano le nostre convinzioni – scuole, associazioni, famiglia, gruppi di amici, social – non siano dei luoghi ripiegati su loro stessi, bensì delle rampe di lancio per prepararsi alla missione.

Che cos’è il cattolicesimo “senza complessi”?

Fu Benedetto XVI a utilizzare quest’espressione, che mi ha colpito. Alla fine della Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid raccomandò ai giovani francofoni: «Siate testimoni senza complessi». Bisognerebbe chiederlo a lui, che cosa intendesse, e perché abbia scelto di utilizzare questo termine per i francesi! Da parte mia, io l’ho raccolto come un invito a una grande libertà interiore. La nostra fede, la nostra speranza, la nostra carità ci rendono liberi dallo sguardo degli altri, dalle mode delle opinioni, dai sondaggî, dai giudizî mediatici, dalle irrisioni, dai colpi bassi… questo non vuol dire che siamo indifferenti al mondo! Al contrario, vogliamo offrirgli ciò che esiste di meglio, il tesoro del Vangelo che abbiamo ricevuto: questa concezione dell’uomo, della società, della vita che riteniamo giusta e buona per tutti. Siamo chiamati a farlo con umiltà, facendo di tutto per essere all’altezza del messaggio che portiamo, senza screditarlo con le nostre colpe. Siamo chiamati a farlo senza paura, senza complessi, gioiosamente e generosamente. La società attende i cattolici – molto più di quanto crediamo. In questo deserto si alza una sete. Sete di punti di riferimento, di radicamento, d’identità, di speranza. Sete di amare veramente e di scoprirsi amati. Bisogno immenso di una felicità che non delude. I cattolici non devono nascondersi, ancora meno devono vergognarsi. Possono essere in pienezza ciò che sono, ciò che credono. Non hanno paura di essere segno di contraddizione per il mondo: il peggio sarebbe, invece, suscitare indifferenza. La loro parola, la loro testimonianza continuano a interpellare le coscienze, a rischiarare le intelligenze e a toccare i cuori. Un “cattolicesimo senza complessi”, in fondo, è un cattolicesimo che ha riscoperto la propria capacità di cambiare il mondo, e che vi si dedica generosamente.

Media, mestieri della cultura, dell’educazione e della trasmissione valoriale… I cattolici hanno disertato le professioni del capitale culturale per quelle del capitale economico?

In effetti penso che abbiamo sottovalutato l’importanza, il valore, la nobiltà di questi mestieri di trasmissione. E non è una grande missione, quella di contribuire al risveglio delle coscienze, a trasmettere una cultura, a informare con la ricerca della verità, a educare al bello? E poi, non abbiamo peccato di ingenuità nel disertare i luoghi di influenza dove si vince la battaglia culturale, la guerra delle idee? Se crediamo alle nostre idee, se le pensiamo buone per costruire una società più giusta, bisogna che le portiamo e le trasmettiamo. Come raggiungere tutti i nostri concittadini, parlare all’intelligenza e al cuore di ciascuno, se queste idee sono assenti dai canali che possono trasmetterle? I cristiani devono tornare ad abitare questi luoghi, e non per difendere i loro interessi particolari – questo sarebbe del comunitarismo – ma anzi per servire più efficacemente ciò che pensiamo essere il bene comune e un’antropologia giusta. Si tratta di rendersi sempre più “cooperatori della verità”, come dice il motto di Benedetto XVI.

Il ripopolamento del campo politico da parte dei cattolici è in corso? Si farà esclusivamente a destra?

Il 2013 e i dibattiti che quell’anno hanno infiammato la società [Grosjean si riferisce all’iter di approvazione della Loi Taubira, la “Legge Cirinnà francese”, N.d.T.] saranno stati l’occasione, credo, di una vera presa di coscienza dei cattolici. Il modello di società che pensiamo essere giusto non è più condiviso, né per tutti è evidente. Dunque bisogna, se ci teniamo, impegnarci per promuoverlo, per illustrarlo, per difenderlo. I cristiani non possono accontentarsi di guardare dal balcone – per riprendere l’espressione di Papa Francesco – il mondo che va avanti senza di loro, per poi all’occorrenza decostruirsi.

Il problema di molti cattolici, in politica, è l’idealismo: la difficoltà di confrontare il proprio elevatissimo ideale col reale, cioè con l’imperfezione di questo mondo. Così alcuni aspettano sempre il candidato perfetto – confondendo le elezioni con le canonizzazioni – il partito perfetto, il programma perfetto e via dicendo, per coinvolgersi. Al contrario, è urgente lasciare la panchina a bordo campo e smettere di guardare la partita che si gioca senza di noi. Non è che ignori la violenza del gioco politico, la pessima qualità del prato, la “forza” della squadra avversaria e dei suoi satelliti… ma non abbiamo scelta. Bisogna agire, impegnarsi, scendere in campo. Un cristiano non può disertare o accontentarsi di essere un commentatore, spesso critico. Questa inerzia sarebbe una colpa, visto ciò che c’è in ballo. Allora probabilmente non si vincerà a ogni giro, non con ogni arbitro, non ogni partita. Spesso le prenderemo pure. Cammineremo permanentemente su una cresta, in bilico tra il necessario compromesso – si cammina passo dopo passo verso un meglio possibile – e il compromesso impossibile. Si può certo frignare sulla linea di di questo o quel partito, di questo o quel candidato alle primarie, di questo o quell’eletto o dirigente… ma è più efficace costruire i mezzi per pesare su questa linea. Bisogna dar forma alle squadre, agli ambienti, bisogna esserci nei luoghi dove si prendono le decisioni. Non votiamo mai per un solo candidato. Votiamo anche per quelli che lo circondano e che lo influenzano; per quelli che lui metterà alle leve del potere, per quelli a cui darà delle responsabilità. Anche in questi ambienti, in questi ufficî ministeriali, in queste squadre di provincia bisogna che ci siano cristiani che si impegnino per servire. Bisogna diventare una forza propositiva, essere costruttivi, prendere i posti che vanno presi invece di continuare a lagnarsi senza fine. Ammiro quelli che compiono questo passo, quelli che l’hanno già compiuto, in uno spirito di servizio. Non lasciamoli soli, incoraggiamoli: ciascuno secondo la propria misura e la propria vocazione.

In che partito? Per chi votare? Non spetta alla Chiesa decidere per voi. La Chiesa dà dei criterî di discernimento. Essa indica punti nodali su ciò che le sembra essenziale per rispettare e servire la dignità di ogni essere umano. Dopodiché, essa si affida al discernimento di ciascuno. Essa ricorda semplicemente che l’adesione a un partito non deve far perdere la propria libertà interiore. Il partito non è che un mezzo, non è l’assoluto. Ciascuno discerna il luogo in cui più facilmente e più efficacemente potrò contribuire a far progredire le proprie idee. Ciò vuol dire anche che può esserci un legittimo pluralismo politico, tra i cattolici. Tale pluralismo è sano. Smettete di criticarvi a vicenda se non avete le medesime strategie per conseguire lo stesso fine! Rispettate l’impegno di ciascuno, nel locale come sul piano nazionale, e sappiate ritrovarvi per difendere insieme l’essenziale. Bisogna che anche nel loro modo di fare politica i cristiani offrano una testimonianza di servizio credibile per il mondo.

L’immagine della Chiesa è stata intaccata dagli scandali circa la pedofilia. Come potrebbe risollevarsi?

Ogni crisi dev’essere un’occasione di crescita. I nostri vescovi hanno preso delle misure forti perché la fiducia resti possibile. Ciò suppone che si usi il massimo rigore con i preti che hanno utilizzato il loro sacerdozio per abusare dei bambini. La Chiesa sarà sempre al fianco delle vittime. È la sua priorità: proteggere, accompagnare, difendere i più fragili. Ci solleveremo mostrando al mondo che stiamo crescendo nell’accoglienza di queste vittime, nella protezione dei bambini, nell’ammissione delle colpe e nella sanzione dei colpevoli. Che mai più possiamo essere sospettati di “leggerezza” nel trattamento di queste faccende… e neppure di imprudenza.

Ciò che deve incoraggiarci in un simile lavoro, paradossalmente, è l’ostilità della società civile – rilanciata dai media. Se aggrediscono la Chiesa a tal punto è perché, più o meno inconsciamente, ci si continua ad attendere che essa sia esemplare, molto più di qualunque altra istituzione. Anche i più atei tra i nostri concittadini si aspettano dal prete che sia una brava persona, uno di cui ci si possa fidare. In fondo nessuno è indifferente. Con la grazia di Dio e i nostri sforzi, vogliamo essere all’altezza di quest’attesa e vogliamo meritare questa fiducia. I sacerdoti, per la massima parte, sono fedeli alla propria vocazione: servirvi fino alla fine, senza calcoli. È questa la nostra gioia, è tutta la nostra vita.

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