Come si digiuna il Venerdì Santo? Ve lo spiega “Lucyette”

di Giovanni Marcotullio

Venerdì santo. E come ogni santo giorno di digiuno comandato arriverà qualcuno a chiedere: «Ma che s’intende per “digiuno”?».

Di sicuro si deve intendere “qualcos’altro”, qualcosa di diverso da quello che la parola così sfacciatamente sembrerebbe dire. “Non mangiare”?! E perché? E per quanto? E come? Io mi sono stancato di provare a rispondere, anche perché di solito l’interlocutore è soprattutto a caccia di alibi per giustificare il proprio lassismo. E non mi va di passare per rigido quando cerco soltanto (con tutti i miei limiti) di essere fermo.

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Questo scatto merita di essere condiviso: Lucia non aveva un trucco così marcato neanche quando si è sposata, ma del resto sta scritto: «Quando digiuni, calca bene la matita e vai generosa di ombretto» (o qualcosa del genere). La nota blogger ci tiene che si sappia del clochard avvinazzato che la guardava perplesso mentre se ne stava buona e composta a Termini, ieri pomeriggio, seduta sul proprio trolley in attesa del treno per Torino.

La bella notizia, però, è che stavolta potrete ascoltare la risposta dalla bocca di una che la pazienza non l’ha persa (anzi, temo che non la perda mai…): la mia amica Lucia moltissimi di voi la conoscono già dal suo (bellissimo e ricchissimo!) blog; ieri abbiamo avuto il piacere di vederla a Siamo noi su Tv2000 (qui il link diretto a quando parla lei). L’hanno intervistata appunto in merito a questa pratica esotica, essendosi la suddetta resa rea di uno spudorato post in cui tesseva le lodi di questa pratica démodée.

Cosa abbia detto avrete il piacere di scoprirlo voi. Io volevo solo lanciare due messaggi.

Il primo agli autori di Tv2000: avete scoperto Lucia, bravissimi! Ora non fatevela scappare, e sappiate che il suo forte sono le agiografie strane, specie se pruriginose e truculente. Ma va fortissimo anche come lettrice di Harmony Amish e, se volete un programma che le starebbe proprio a pennello, createle un format di “modest fashion. Non ve ne pentirete.

Il secondo a quelli che oggi pensavano di scartare il digiuno e rovistavano nella cesta degli alibi usati alla ricerca di una frase alternativa da indossare bene. La più gettonata è: «Bisogna digiunare dai peccati, non dai cibi». Ammesso e non concesso che la prima azione dispensi dalla seconda (non risulta), osservo che:

  1. le due cose non sono commensurabili, proprio perché il digiuno (dai cibi) è la sospensione spirituale e salutare di un’abitudine buona, mentre l’astensione (dai peccati) è la sospensione morale di abitudini cattive;
  2. soprattutto, chi è mai così poco esperto di sé da pensare di poter tenere a freno la lingua senza aver saputo tenere a freno la gola? I pensieri, le parole, le opere (e le omissioni) sono tanto più veloci e tanto meno facilmente pilotabili del semplice rimandare il momento del pasto.

Quest’ultima cosa è così vera che si può digiunare senza compiere un’opera spiritualmente meritoria (perché magari lo si fa in un moto di superbia spirituale) mentre il trattenersi da una parola acida è cosa sempre spiritualmente meritoria.

Il fatto è che la seconda non è più facile della prima, ma più difficile, e il digiuno, allentando le maglie dei comfort fisici consolidati nelle abitudini, produce da un lato la maggior evidenza delle magagne spirituali (da buoni animali, quando non si mangia si è parecchio più aggressivi); e dall’altro l’inizio della loro guarigione (poco dopo, il digiuno ci ammansisce – da buoni spirituali).

Domare, dunque: questa è la sfida.

Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. È dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei! Forse la sorgente può far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un fico produrre olive o una vite produrre fichi? Neppure una sorgente salata può produrre acqua dolce.

Gc 3,7-12

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1 Commento

  1. L’ha ribloggato su Una penna spuntatae ha commentato:
    A un certo punto, ieri notte, quando il Frecciarossa ha cominciato a rallentare avvicinandosi alla stazione di Torino, mi sono girata indietro e ho scattato una foto al vagone semivuoto, con i (pochi) passeggeri vicino alle porte, già pronti a scendere.
    Credo che ricorderò a lungo questo strano viaggio, e credo che serberò per sempre la memoria di questo strano Giovedì Santo in cui ho (provato a) vegliare assieme a Gesù, non nel buio di una chiesa spoglia inginocchiata davanti all’ostensorio, ma nel silenzio di un vagone del Frecciarossa Roma-Torino, in mezzo a (pochi) passeggeri stanchi con la testa che ciondolava nel sonno, mentre il treno sfrecciava nella notte buia.

    Costretta a saltare la Messa in Coena Domini, ero convinta che avrei odiato le circostanze. E invece no: è stata una notte strana, silenziosa, riflessiva, che credo ricorderò a lungo in maniera tutta speciale.
    Cosa ci facevo nella notte del Giovedì Santo su un treno AV Roma-Torino?
    Tornavo a casa dagli studi di Tv2000, dove ero stata invitata a parlare di astinenza dalle carni e digiuno del Venerdì Santo.

    A tutti quelli che sono curiosi di sentire cos’ho detto, a tutti quelli che oggi stanno digiunando, e a tutti quelli che magari non lo stanno facendo ma sono ancora in tempo per lasciarsi “tentare”, la registrazione della puntata di ieri pomeriggio e un – bel – commento, con qualche noticina a margine da teologo, dal blog di Giovanni Marcotullio.

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