Aborto a Lovanio (e in Belgio): la furba-femminista, il falso-giornalista e il cretino-cattolico

Ci sarebbe da ridere a crepapelle, se la situazione non fosse tanto tragica: ieri su Aleteia avevo scritto del caso del giovane professore Stéphane Mercier, defenestrato dall’Università Cattolica di Lovanio per le sue posizioni… cattoliche in materia di aborto. E già qui verrebbe da piangere e ridere insieme. In un passaggio avevo citato una delle misure dell’Università, che il 30 marzo scorso, per salvare “la reputazione” dell’ateneo, ha mandato Michel Dupuis, un ordinario di filosofia socialmente presentabile, come ospite in una trasmissione radio dell’emittente RTBF Auvio. La trasmissione si chiama “Le forum du midi”, e l’ho trovata tanto incredibilmente surreale da essermi preso la briga di trascriverne di seguito il testo, tradotto in italiano.

Si ammirino le venature vermiglie dell’ineffabile tafazzismo cattolico, che per bocca del professor Michel Dupuis (membro di comitati nazionali di bioetica, attenzione!) produce con andamento asiano un’ingente quantità di fuffa montata a neve!

Si troverà pure molto di che imparare nel fraseggio atticheggiante di Sylvie Lausberg, femminista e politica, che a differenza dell’altro ospite non spreca parole, a differenza delle sue omologhe italiche non si nasconde dietro un dito e dice tutto, giungendo a frasi che neanche Ionesco ubriaco si sarebbe mai sognato (forse la mia preferita resta: «Lo sappiamo che una donna sostenuta, al centro di un ambiente accogliente e con disponibilità finanziarie troverà sempre il modo di abortire»).

E desterà giusta meraviglia anche la professionalità del radiocronista, cui forse la traduzione fa qualche torto: a leggere infatti il mero testo scritto si avrebbe quasi l’impressione di uno sbilanciamento del Falso a favore della Furba. E invece no: la riproduzione dell’audio (ne lascio qui il link a vantaggio di tutti, anche i non francofoni se ne gioveranno) permette di saggiare tra le note fruttate della sua voce un olimpico equilibrio tra la Furba e il Cretino.


Le forum du midi

Fabrice Lambert: […] Ma prima prendiamo il dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza, che da qualche anno si riapre. In Europa sono diversi i Paesi in cui si cerca di restringere l’accesso all’aborto: alle volte ci sono disegni di legge per ripenalizzare l’IVG. Tra i Paesi più ardenti su questo fronte l’Ungheria, la Polonia, l’Irlanda del Nord, l’Italia. Da noi, sapete, l’IVG è sempre considerata un delitto, secondo l’articolo 350 del Codice Penale, e il nostro Paese sembra arenato sul testo che vorrebbe far uscire definitivamente l’IVG dal Codice Penale, così come accade in Francia o in Lussemburgo. Come considerare le argomentazioni di quelli che sono contro l’aborto? Ne parliamo qui.

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Fabrice Lambert, il Falso (“falso” in senso buono, s’intende: non siamo mica “pro” o “contro”!)

Non è un dibattito facile, è in gioco la vita quotidiana delle donne. Grazie di essere con noi a Sylvie Lausberg: storica di formazione, psicanalista, è direttrice del Centre d’action laïque ed è l’incaricata delle cellule di studio e strategia. Grazie di poterci aiutare a portare uno sguardo attento sull’argomento.

Di fronte a lei c’è Michel Dupuis, filosofo ordinario all’Università Cattolica di Lovanio, membro del Comitato consultivo di Bioetica del Belgio. Grazie di essere con noi: abbiamo bisogno di filosofi, oggigiorno, perché ci aiutino a portare uno sguardo luminoso su queste questioni che non sono semplici.
Sylvie Lausberg, è un fatto: ho citato prima dei Paesi europei – ho scoperto che in Italia l’80% dei medici rifiuta di prestarsi all’IVG! – in cui si strutturano fronti a quanto pare ostili a quelli che sono i diritti delle donne. Che considerazioni possiamo fare?

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Sylvie Lausberg, la Furba (se volete sapere a cosa puntano le ipocrite femministe latine, leggete con attenzione cosa dice questa – nel suo genere, che non so quale possa essere, mi piace)

Sylvie Lausberg: Dunque, per quanto riguarda il quadro extranazionale bisogna sapere che in seno all’Unione ci sono quattro Paesi che proibiscono o penalizzano fortemente l’aborto: sono Malta, Cipro, la Polonia e l’Irlanda. Il caso dell’Irlanda è particolare…

F.L.: Mi permetto di intervenire: in questi Paesi l’aborto è illegale anche in caso di stupro!

S.L.: Le legislazioni sono un po’ diverse, comunque, da un Paese all’altro. Quello che è chiaro, il messaggio che fanno passare questi Paesi, in seno all’Europa, riguardo ai Paesi che hanno raggiunto più tardi l’Unione europea – i Paesi dell’ex blocco dell’Est, che si sono affrancati dal giogo sovietico e che si sono poi rivestiti di una lettura molto religiosa e cattolica [sic!] della politica – ebbene, è un messaggio che è stato ben compreso. Intendo il fatto che si scriva in una Costituzione che l’embrione è una persona e deve essere protetto in quanto tale – il che è evidentemente un attacco diretto al diritto all’aborto.

F.L.: Ecco, da più parti si invoca invece l’innalzamento del dibattito in materia al di sopra del livello “a favore” o “contro” l’aborto, specie sui social network. Ecco, che ne pensa del contributo dei social, in merito?

S.L.: Non posso pronunciarmi sui social network perché non sono una specialista dell’argomento. Per quanto invece riguarda ciò che citava a preambolo della domanda – l’essere pro o contro l’aborto – questa è la marca della posizione proibizionista. La questione è se si può garantire il diritto a un accesso senza intralci, medicalizzato e non colpevolizzante per le donne, all’interruzione volontaria di gravidanza. Quindi non c’entra niente la lettura manichea di pro o contro.

F.L.: Michel Dupuis, lei è filosofo. Come filosofo, che considerazione ha di queste correnti che tornano, di queste posizioni molto forti, radicali, del “diritto alla vita” come lo chiamano queste persone che sono contro l’aborto?

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Michel Dupuis, il Cretino (tenete bene a mente le iniziali e la faccia: se vi limitate a leggere di seguito arrivate alla fine e non avete capito chi ha detto cosa. Sì, lui sarebbe quello cattolico)

Michel Dupuis: Allora, personalmente sono molto preoccupato perché sono convinto che in uno Stato di diritto niente sia mai acquisito. E quindi è nell’ordine delle cose che diritti conquistati nel tempo – come il diritto all’aborto, beninteso! – vengano sempre resi fragili da slanci populisti, inquietudini e cose così… Questo mi porta a dire che il dibattito democratico è particolarmente importante e che questo dibattito democratico è difficile, in questa materia che implica tante emozioni – lo abbiamo visto nelle scorse settimane. Credo che sia necessario avere uno sguardo illuminato e illuminante sulla complessità delle cose. Trovo inammissibile che dei regimi democratici possano tornare indietro – pensiamo al suffragio universale… –, ma niente è veramente acquisito per sempre, e trovo che sia molto importante che – senza schierarsi pro o contro – si producano degli argomenti e degli argomenti razionali. Credo che oggi ci sia un gran coefficiente emozionale, nell’opinione pubblica, e questo non è necessariamente buono.

F.L.: Senza voler per forza tornare sui social network, trovo però che su quelle piattaforme queste emozioni si riversino considerevolmente, negli schieramenti a favore e contrarî. Ecco, lei, come filosofo, non teme che queste piattaforme risultino inquinanti in ordine a un dibattito illuminato e illuminante?

M.D.: Ma io sarei ottimista: io penso che questo clima indichi un risveglio dell’opinione, che chiama a responsabilità quelli che ricoprono cariche istituzionali, e io trovo molto importante che si possa parlare di questi argomenti. Non ci sono tabù, in materia di bioetica, nel nostro Paese, fortunatamente. Ma credo che si debba poter porre gli argomenti in maniera ragionevole. Faccia caso al fatto che questi movimenti, questo inquinamento, come l’ha chiamato, ricorda al filosofo che sono che c’è una tentazione molto particolare, che è quella di fare della filosofia nella propria stanzetta – restando tagliati fuori dalla compassione, dalle situazioni che vivono le persone nella vita vera. E io penso che si debba cercare di restare in contatto con quello che vivono le persone, ciò che soffrono i giovani e le donne in particolare. Questa è la condizione di partenza, e da qui cominciamo a interrogarci.

F.L.: Sì, quello che dice è molto interessante, grazie di essere qui come filosofo, Michel Dupuis. Sylvie Lausberg, l’IVG è sempre uno scacco dell’educazione sessuale e della responsabilità parentale.

S.L.: Sì, beh… ma… nella vita ci sono degli imprevisti, ecco, non si può controllare tutto. Per quanto riguarda l’educazione sessuale credo ci sia un difetto nella determinazione, molto chiaro, nella Federazione qui a Bruxelles, e questo sarebbe quindi un argomento che sarebbe interessante mettere a tema, perché non facciamo educazione sessuale in modo egualitario a tutti i livelli di insegnamento e in tutte le reti. Ci sono luoghi dove semplicemente non si parla mai di aborto e di contraccezione. E d’altra parte, ecco, la vita è così e – per dire le cose come stanno, a livello di constatazione, come diceva il professor Dupuis – l’età media dell’età di aborto in Belgio è di 27 anni. E quindi non si tratta di responsabilità parentale o di educazione che non sarebbe stata ben condotta a suo tempo. È la vita, ecco tutto. Nella vita ci sono a volte momenti in cui c’è qualcosa che ci scappa. E si può fare l’amore, magari uno ha preso precauzioni e comunque alla fine si resta incinte e non è possibile, davvero, continuare la gravidanza… bisogna poter capire che questo è un diritto delle donne alla salute ma anche all’autodeterminazione. Il professor Dupuis citava il diritto di voto, prima: noi sappiamo che i diritti delle donne sono sempre in ritardo, nella nostra società, anche oggi, e dunque per il Centre d’action laïque bisogna migliorare le cose, e “migliorare le cose” significa dire che l’aborto non è un delitto – certo non lo è nell’ordine morale! – è un servizio sanitario che dev’essere garantito dalla legge.

F.L.: Sì, noi comprendiamo la sua posizione. Michel Dupuis, torno a lei in quanto filosofo e faccio l’avvocato del diavolo: come potremmo decostruire, volendo, posizioni dure riguardo all’aborto? Come possiamo fare per rispettare le persone che sono contrarie e ascoltarle e insieme produrre un discorso costruttivo?

M.D.: Le dico quello che credo, cioè che nessuno ha mai completamente ragione da solo. E dunque che quelli che sono completamente a favore non hanno completamente ragione e che quelli che sono completamente contro neanche hanno completamente ragione. E penso che bisogni arrivare a riconoscere – questo credo che sia molto importante! – la complessità del problema, e soprattutto a non ba-na-liz-zar-lo. Questo è un pericolo che non accetterei di correre: l’aborto non è, credo, una cosa banale, non deve diventare una procedura banale; altro è poi cercare di umanizzarvi l’accesso – e questa è tutta un’altra cosa. Semplificarlo, sì, umanizzandolo. E quindi effettivamente, quanto alle persone con convinzioni molto forti… sì, sono personalmente convinto che ci sia un mistero, dietro tutto questo. Voglio dire: certamente è vero che un embrione di due o tre giorni non è come una persona di 27 anni, ma è vero che tutti siamo passati di là. È vero, c’è un mistero e curiosamente questo mistero lo ritroviamo anche sul fine-vita, perché potremmo parlare delle problematiche dell’eutanasia, e avremmo lo stesso dibattito, fatto di “è complicato”, “non è semplice”, “non è un successo”. Non siamo né a favore né contro, in questo senso, ma una persona, a un certo momento, in una situazione che è la sua, si prende le sue responsabilità e sceglie il male minore. Per me, in effetti io credo che l’aborto sia una sconfitta: non è l’unica della vita e non fa, da solo, la cultura di una civiltà. Questo è l’aiutarsi gli uni gli altri in una forma di solidarietà.

F.L.: Sylvie Lausberg?

S.L.: Sì, allora, la questione del “pro” o “contro” si fa fuori in un attimo con l’argomento della libera scelta. Le persone che difendono l’accesso all’aborto non obbligano nessuno ad abortire: nessuno le obbliga a ricorrere all’aborto. Al contrario, i discorsi che vogliono proibire l’aborto vorrebbero imporre agli altri la propria scelta. Ecco perché penso che questo implichi un vero dibattito di democrazia: la democrazia deve lasciare spazio al libero arbitrio, alla libera scelta.

F.L.: Allora entriamo nel tema specifico della trasmissione, che è il progetto politico di legiferare per far uscire definitivamente l’IVG dal Codice Penale. Sylvie Lausberg, come storica e come direttrice del Centre d’action laïque, perché non farne un diritto invece di un delitto? Non se ne parla, molto, nei media.

S.L.: No, è molto molto complicato far passare questo messaggio, perché alla fine in Belgio ci riferiamo sempre alla legge del 1990. Quello che non si dice mai è che gli articoli della legge del 1990, che dettano le condizioni nelle quali si può abortire, sono stati integrati negli articoli del Codice Penale. Dunque oggi quando una va a ricorrere all’aborto – ma anche quando come medico si pratica un aborto – si commette sempre un delitto, che però viene scusato a certe condizioni. In realtà, se si dovessero rispettare tutte le condizioni della legge – ed è cosa che non accade, perché non si applicano mai tutte le condizioni (ad esempio non si dice mai a una ragazza che vuole abortire: «Ascolti, porti a termine la gravidanza e dia il suo bambino in adozione») – se quindi si volessero incriminare dei medici si potrebbe farlo.

F.L.: Ecco, in Belgio questo resta un delitto, al contrario che in alcuni Paesi vicini, come il Lussemburgo e la Francia, dove è proclamato il diritto all’aborto.

S.L.: L’hanno fatto molto recentemente, eh: il Lussemburgo nel 2014… la Francia ha un’altra storia, riguardo all’aborto, che parte dalla legge del 1975, cioè prima che ci fosse la legge belga. È vero che nel cuore dell’Europa sarebbe bello che il Belgio potesse prendere questa posizione muscolare, soprattutto per sbaragliare tutti questi movimenti reazionarî e misogini.

F.L.: Ci torniamo su, Sylvie Lausberg: forse lei sa anche che cosa si dice tra i banchi della politica in questo momento… Michel Dupuis, lei come filosofo che pensa della questione del codice penale?

M.D.: Ecco, appunto: come filosofo non sono un giurista, vedo bene la questione della penalizzazione ma – con la massima onestà – per me il problema non è lì. Capisco che quella dell’esclusione dal Codice Penale è soprattutto una questione simbolica, ma mi interesserebbe un’altra cosa – e forse la dottoressa Lausberg sarà meno d’accordo, quanto a questo – ed è che quel testo del 1990 insiste quasi ossessivamente sullo “stato di disagio”. Questo è un po’ complicato perché se si dice che il punto di partenza di una domanda di accesso all’aborto è uno stato vissuto di disagio… è una parola molto forte, vedete… la si potrà trovare un po’ paternalista, le si potranno trovare dei difetti… per me è una parola molto importante nella misura in cui mi fa capire che – eh, beh – l’aborto non è banale: può essere umano a certe condizioni e in ogni caso corrisponde a una strada senza uscite.

F.L.: Quindi – mi dica se ho capito bene – lei dice che se si ritirasse completamente l’IVG dal Codice Penale verrebbe meno questa nozione?

M.D.: Beh, per forza, ma non vorrei che buttando l’acqua sporca si gettasse via anche il bambino: quel testo si può sicuramente rivedere insieme, ma suggerisco anzitutto di conoscerlo. Vi si legge anche del “bambino in essere”: è una cosa che non ce la sentiremmo, oggi, di scrivere… tante concezioni si sono molto evolute. Ma per quanto riguarda il tema del disagio – che pure è il segno di un compromesso politico dell’epoca – esso mostra che l’aborto non è un gesto contraccettivo, non è un gesto banale, corrisponde a una situazione che si può dire una situazione-limite, nella quale la persona ha pieno diritto di essere rispettata nella sua difficoltà.

F.L.: Sylvie Lausberg, ripartendo da quello che ha appena detto il professore, che sa lei delle prossime evoluzioni politiche di questa situazione? Qualche testo riuscirà a passare le maglie del Parlamento, magari nei prossimi mesi?

S.L.: Allora, prima la questione di fondo: è vero che l’espunzione dell’IGV dal Codice Penale è stato simbolicamente un momento di incontro di tutti i partiti francofoni [in Belgio si parla anche fiammingo, N.d.T.] […]. Adesso insomma la questione è capire che cosa andremo a mettere in questo diritto positivo [il “diritto all’aborto”, N.d.R.]. E per quanto riguarda invece la questione del “disagio”, beh, già all’epoca il Consiglio di Stato aveva obiettato che non si tratta di una nozione giuridica…

F.L.: Era questa la domanda che volevo porle!

S.L.: …ecco! E noi – i laici e le femministe e, penso io la maggior parte di quelli che sono seduti al tavolo – voteremo in questo senso. In fondo, dire che la donna deve essere in uno stato di “disagio” implica che se io invece arrivo e dico che voglio abortire ma che non mi sento a disagio… no, allora io non posso! Ma se dice: «Io non voglio!», «Io non posso portare a termine la gravidanza!», «Io non voglio bambini!», semplicemente vuole abortire e non portare a termine la gravidanza. È un suo diritto sanitario ed è il suo diritto all’autodeterminazione delle donne. Le donne hanno il diritto di decidere se vogliono dei bambini o no. Quanti, quando, con chi.

F.L.: Ci sarebbero tante domande, peccato che non riusciamo a parlare di tutto. Però una la faccio, intanto, rapidamente: Sylvie Lausberg, ci si potrà ispirare a quello che è accaduto per la legge francese sull’IVG [l’istituzione del “délit d’entrave”, N.d.R.].

S.L.: Allora, si potrebbe ma non credo che arriveremo a quel punto. In Belgio l’articolo 383 del Codice Penale ha proibito ogni informazione e pubblicità sull’aborto – una cosa completamente inaccettabile, al giorno d’oggi, perché bisogna parlare di aborto, ci sono planning che sono pagati per farlo! – insomma, la legge è obsoleta. Ora, da qui fino alla posizione francese la vedo complicata. Bisogna procedere tappa per tappa: escludere l’aborto dal Codice Penale; sopprimere la nozione di “disagio” e mettere in campo elementi di diritto positivo, ma che tengano conto dell’autodeterminazione delle donne. Penso che siano questi i passaggi con cui la cosa funzionerà.

F.L.: Probabilmente non è dello stesso avviso il professor Dupuis…

M.D.: No, sul “disagio” non sono d’accordo, ma è una posizione interessante…

F.L.: Su Facebook [il post non risulta più reperibile sul profilo social della radio, N.d.R.] ci dicono che la questione dell’aborto andrebbe posta anzitutto sul piano sociale. Un altro ci dice che bisognerebbe parlare anche del diritto dei padri, dato l’argomento. Sylvie Lausberg, è vero che alle volte si ha l’impressione che non si parli molto dei diritti dei padri, riguardo all’IVG.

S.L.: La questione di una gravidanza interviene sempre all’interno di una relazione tra uomo e donna – almeno per il momento è così che si resta incinte –: se la relazione è buona i due discuteranno di come gestire la situazione imprevista; e se la relazione è cattiva – e si sa che quando sono incinte le donne sono statisticamente esposte il quintuplo alla violenza e alla sottomissione domestiche – la decisione deve spettare alla donna. Non solo per queste ragioni, ma semplicemente perché… è il suo corpo che deve affrontare la gravidanza! E molto spesso nel 90% dei casi, quando poi ci sono separazioni, è con la donna che resta il bambino. Penso che sia davvero la donna che deve decidere, idealmente in accordo col suo compagno, evidentemente – e speriamo che le persone vivano tutte delle relazioni distese e armoniose…

F.L.: Michel Dupuis, come filosofo e professore all’Università Cattolica di Lovanio, cosa pensa del diritto dei papà?

M.D.: Filosofo forse, ma sfortunatamente uomo [sic!], e dunque in tal caso il mio sguardo è viziato, dunque è il caso che io faccia attenzione a ciò che dico… Ciò che credo è che queste situazioni siano eminentemente relazionali, e che alla fine un aborto possa decidersi come transazione tra due persone: una paziente (candidata) e un medico. Allora è chiaro che ci possono essere dei dinamismi relazionali, di coppia, a fare la loro parte, ma in ogni caso ritengo che bisogni dare una priorità – e una priorità veramente marcata – alla donna. Questo mi pare importante. Resta il fatto che nei nostri calcoli c’è un altro personaggio, che misura pochi millimetri e che una volta si chiamava “il bambino in essere”: oggi possiamo chiamarlo feto – non importa – ma non è “niente”. Il fatto di espungere la materia dal Codice Penale non cambierebbe la dimensione etica della cosa: sappiamo bene come la legge possa dire cose assolutamente non etiche. E dunque, dietro alle sfide simboliche, occorre conservare la dimensione problematica – questa è la parola che uso – e non banalizzare le cose.

F.L.: È un appuntamento importante, Sylvie Lausberg, quello che deve far uscire l’aborto dal Codice Penale, perché è strano che un Paese tra i più progressisti d’Europa non l’abbia ancora fatto?

S.L.: Ah, penso che segnerà la storia del Paese, come l’ha già segnata – e positivamente – la legge del 1990. Io credo che veramente dal cuore dell’Europa il Belgio debba fare questo passo, perché così potrà trascinare con sé altri Paesi e portarli allo stadio dei Paesi vicini. In Inghilterra, in Olanda, in Francia e nel Lussemburgo l’aborto è molto accessibile. È questa la direzione, dobbiamo dare un segnale di umanità, che va a favore delle donne e che corrisponde del resto non soltanto alle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma anche alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. È una questione sociale: le donne che hanno dei bambini subiscono una ripercussione non soltanto nel proprio corpo, ma nella propria vita economica, sociale e professionale. Dunque dev’essere una scelta e dev’essere compresa in quanto tale.

F.L.: Il confronto è quasi finito. Michel Dupuis…

M.D.: Concordo con buona parte delle cose che ha detto: il momento è importante ma rischiamo di mancarlo se non ne facciamo un momento di confronto democratico dove si possano addurre ragioni per decidere e lo si faccia nel mutuo rispetto.

F.L.: Sì… e per le condizioni sociali? …era il primo commento che ci arrivava… Sylvie Lausberg?

S.L.: Ma è chiarissimo che le donne ben dotate, che sono in un contesto accogliente, che hanno i mezzi finanziarî, troveranno sempre la possibilità di abortire. Al contrario le donne sole, che vivono situazioni di precarietà e che non hanno accesso a un aiuto psicologico o finanziario… ebbene, sono quelle che si troveranno in Olanda in condizioni che non solo sono molto meno accoglienti, ma che costano pure tanto più care. Donne che si trovano abbandonate dalla società belga, e anche questo è un elemento del dibattito che credo si dovrebbe rimettere a fuoco.

F.L.: Grazie mille di questo dibattito: abbiamo cercato di uscire dallo sterile scontro del “pro” o “contro” l’aborto. Grazie ai nostri ospiti.

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1 Commento

  1. Ho letto diverse volte la risposta che verso l’inizio ha “nessuno ha mai completamente ragione da solo”: peggio di così era davvero difficile rispondere.

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