I miei nonni paterni avevano un macinino multiuso manuale. Alternativamente poteva servire per tritare il pane raffermo che diveniva pangrattato, o per macinare il caffè trasformando i profumatissimi chicchi della torrefazione in una finissima polvere.
Da bimbo ricordo che non ho mai capito come si passasse da una funzione all’altra ma le svolgevo entrambe introducendo i chicchi o il pane in un piccolo pertugio e poi girando una manovella. Il mini inghiottitoio si apriva grazie ad uno sportellino, situato nella parte superiore del macinino che veniva, prima del suo uso, avvitata al sottostante serbatoio. Le altre due componenti della parte sovrastante erano la manovella ed una sorta di superficie forata capace di condurre la poltiglia nel serbatoio. Il contenuto fluiva così in un cilindro di legno che, una volta pieno, veniva svuotato in un’apposito barattolo.
Ricordo il profumo del caffè: forte, intenso, e quel suo divenire, miracolosamente grazie alla mia debole azione di bambino, finissima polvere. Rammento l’odore del pane rifatto (che varia rispetto a quello di una pagnotta appena sfornata). Ma ricordo soprattutto che talora, quando andavo negli alimentari o nei bar, udivo rumori diversi di artefatti elettrici che svolgevano, in un battibaleno, la medesima funzione. In quelle macchine infernali, in luogo di pochi chicchi di caffè o di piccoli frammenti di pane, venivano immesse grandi manciate, le sentivo rotolare in un capiente inghiottitoio che, rapidissimamente divenivano polvere.
Sarebbe stato l’odore a dire se si trattasse di caffè o di pane, anche se il rumore antecedente alla macinazione poteva farlo prevedere perché il suono dei chicchi era diverso da quello dei tozzi di pane – che ho visto tritare assai più raramente.
Lo capii molti anni dopo: quello fu il mio primo contatto con la rivoluzione industriale. L’uomo ha da sempre usato la sua stessa forza, quella delle acque o dei venti, quella degli animali per alleviare le fatiche: ma il macinino elettrico del bar o dell’alimentari rappresentava, questo lo capii ancora dopo ai tempi dell’università, un cambio di paradigma. Era, infatti animato da un’energia tanto potente quanto eterea, contro cui nulla poteva il mio piccolo braccio. Ma neppure dieci o cento braccia più robuste e muscolose, avrebbero potuto rivaleggiare con quel demone.
Questi pensieri, simili ad un fenomeno carsico, sono riaffiorati dalle labirintiche stanze della mia memoria durante una sosta in una delle poche torrefazioni rimaste: mancava solo il macinino dei nonni che, purtroppo credo sia andato perduto. Se avesse avuto quello la torrefazione avrebbe chiuso da gran tempo, forse non avrebbe neppure aperto.
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