Tornare a incantarsi davanti al miracolo del Braille

Mosaici di puntini compongono lettere, file ordinate di lettere creano parole, e poi ecco le frasi, sospese tra una maiuscola e un punto, le pagine, i libri. Il Braille non è solo un alfabeto: è un modo di stare al mondo, è l’ordine che vince sul caos, è il desiderio di leggere e scrivere che sconfigge la pagina bianca o inaccessibile. Un alfabeto che oggi grazie, ai display, pur se con qualche lieve variazione, col passaggio dalla scrittura a sei punti a quella ad otto punti, consente di leggere anche file informatici, risolvendo molti problemi. I display sono, per così dire, schermi tattili in cui ciò che appare a video viene trasformato in testo braille e risulta così leggibile con i polpastrelli.

Diviene più facile, in questo modo, ricontrollare un testo, allineare gli spazi evitando quelli doppi che sfuggono al mero ascolto con sintesi vocale, debellare gli errori. Finalmente anche chi non vede può godere del risparmio di spazio, almeno dal punto di vista fisico, che l’informatica garantisce. Solo per fare un esempio, “I promessi sposi” in Braille occupavano molti volumi che arrivavano rigorosamente in gigantesche scatole, esenti, per un antico decreto, da affrancatura postale. Quei puntini eterei che scorrono, talora automaticamente sugli ultimi modelli di display Braille sotto le tue dita, hanno mutato la fatica del leggere, ma hanno soprattutto annullato quella dello scrivere: perché il braille digitato a mano è quasi una scrittura bustrofedica, simile ad un aratro lo scrivano con disabilità visiva solca quello sterminato campo che è il foglio un cartoncino spesso resistente alla perforazione.

Il nostro scrivano, antecedentemente relegato nell’analfabetismo e nell’ignoranza, traccia trame di puntini, inintelligibili per i più che restano fermi all’estatica ammirazione. Segue le righe, separa le parole, e nel piccolo mondo di un quadratino, infinitesima sezione del campo foglio, inizia a distinguere un alto da un basso, una destra da una sinistra.

Solo poi la filosofia greca mi avrebbe confermato questo insegnamento: si conosce ciò che è limitato, finito, e quindi ordinabile ed intellegibile. Quel foglio, cartaceo o etereo, non è destinato a restare liscio e bianco, uguale a sé stesso nella sua inintelligibilità: può essere perforato, lavorato con sudore e fatica, striato di puntini e solo grazie a questo lavoro, diviene veicolo di comunicazione.

Ed allora anche per chi vede l’ignoto Braille è metafora del restare ostinatamente umani, del cimento di coltivare e custodire il creato. Una custodia che non è passività inerte, ma implica la fatica di apprendere, di perforare ordinatamente, di scorrere con i polpastrelli quelle trame per far parlare quel testo. 

Informazioni su Alessio Conti 107 articoli
Nato a Frascati nel 1974, Alessio Conti è attualmente docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico statale Bruno Touschek di Grottaferrata. Dottore di ricerca in discipline storico filosofiche, ha pubblicato con l'editrice Taυ due libri (Fiat lux. Piccolo trattato di teologia della luce [2019], e Storia della mia vista [2020]). Già docente di religione cattolica per la Diocesi di Roma, è attivo nel mondo ecclesiale all'interno dell'Azione Cattolica Italiana di cui è responsabile parrocchiale del gruppo adulti. Persona non vedente dalla nascita, vive la sua condizione filtrandola grazie a due lenti, quella dello studio, e quella di un'ironia garbata e mordace, che lo porta a vivere, e a far vivere, eventi e situazioni in modo originale.

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