Un refolo di vento sfiora la tua pelle; un raggio di sole ti illumina la fronte, riscaldandola;, la finissima sabbia, insidia il tuo calcagno; mentre lo sciabordio delle onde plasma sempre di nuovo la battigia. Si odono voci, rumori di chi gioca con i racchettoni, grida di venditori di varia mercanzia, versi di scodinzolanti animali a quattro zampe. Non mancano le geremiadi di chi vorrebbe che il bordo del suo asciugamano rappresentasse una barriera invalicabile per ogni granello di sabbia.
L’estate sta iniziando, e, mentre nella mia memoria acustica, olfattiva, persino tattile, si sedimentano queste esperienze, non posso non riflettere su un fatto: è dalla meraviglia che sgorga la stessa domanda filosofica. Una meraviglia grata più forte della stessa minorazione visiva che pure potrebbe teoricamente intaccarla, visto che a questa memoria mancano i colori, anche se sarebbe oltremodo riduttivo definirla in bianco e nero.
Tutto questo ci è dato in dono, ci appartiene, non come possesso, ma in qualità di creazione da preservare: come ci appartengono le alte vette dei monti, l’impetuoso scorrere delle cascate, i melodiosi versi degli uccelli. Tutto questo è, noi stessi siamo, enti fragili, costretti a cercare brandelli di felicità in relazioni non sconquassate, eppure capaci di gioire, godere, contemplare.
Oltre una cultura prometeica che riduce la natura a ente manipolabile, insidiando la stessa umanità, siamo chiamati ad una custodia, di cui quel respiro che è vita rappresenta una metafora. Il doppio movimento dell’inspirazione e dell’espirazione, da un lato parrebbe far entrare l’universo in noi; dall’altro ci invita a lasciarlo essere ed andare, ricordandoci che ne siamo solo i custodi e i coltivatori.
La natura, la stessa storia, certo in modo non lineare, sono cullate da un senso che le eccede: un senso ora sfavillante, più spesso muto, un senso che è logos, parola razionale. Apprendere la lezione secondo cui la natura eccede l’orizzonte della manipolazione significa anche costruire una nuova ecologia: un paradigma in cui alcuni beni siano comuni, non tanto perché gestiti dagli stati, quanto perché profondamente affidati alla operosa coltivazione e custodia di tutti e di ciascuno.
Di’ cosa ne pensi