La vocazione universale a… vivere nel proprio tempo

Ogni Cristiano ha certo il dovere di vivere nel suo tempo: non serve idealizzare momenti storici passati come se fossero un paradiso perduto da ritrovare. Ciascuna epoca storica è impastata di grandezza e di miseria, di santità e di fragilità. Dimensioni che, giova ripeterlo, coesistono spesso nell’intimo sacello di una medesima persona. Ma vivere nel proprio tempo non vuol dire vivere secondo il proprio tempo, facendo nostri i criteri e gli stilemi del mondo, né contrapporvisi per il gusto di essere inattuali. Occorre discernimento: ora e sempre discernimento.

Ma, e questo è il punto chiave, per discernere bisogna vagliare, e per vagliare occorre conoscere. È necessario leggere, certo, guai a quella Chiesa che, in nome di una malintesa filantropia, rifiuta la cultura; ma conoscere non basta. Bisogna anche pregare: adorare il Santissimo Sacramento e chiedere, non con la boria dell’intellettuale, ma con l’umiltà del pellegrino e del figlio, il dono del discernimento. Limitarsi al conoscere, infatti, significa ristagnare nell’intellettualismo di matrice ellenica. Ma chi conosce il bene – è questa la lezione del volontarismo della Cristianità occidentale – non necessariamente lo compie. Perché noi non siamo solo intelletto: siamo anche volontà.

Parrebbero, queste, astratte elucubrazioni per filosofi, ed invece sono nozioni che hanno ricadute molto concrete anche nella stessa prassi ecclesiale. Oltre i piani, le mille organizzazioni, l’idolatria di questo o di quel movimento, la Chiesa, Cattolica perché universale, necessita di uomini che preghino prima e più che rivendicare spazî. E se un certo Cattolicesimo conservatore rischia l’idolatria di un passato presente solo nelle sue idealizzazioni, quello adulto è prigioniero, e non se ne vuole liberare, del desiderio di piacere al mondo, tanto da mutilare, nell’annuncio catechetico quando non nella preparazione ai Sacramenti, aspetti fondamentali della fede.

Oggi non si parla più di Paradiso, di Purgatorio, di Inferno, e la morte resta, anche per chi crede, inestricabilmente misteriosa. Oggi si sovrappongono piani che sono e debbono restare diversi: se ogni battezzato va accolto come persona, non si può dire lo stesso di ciascuna scelta etica come se la sfera del desiderio, legittimo sul piano individuale, dovesse divenire un criterio dogmatico. Chi cede a questa deriva, spesso senza rendersene conto, resta fondamentalmente autocentrato, ed accetta l’annuncio ecclesiale, solo quando, e nella misura in cui, tale annuncio realizza i suoi auspici soggettivi.

Ma in questo modo non si va lontano: se, infatti, noi per primi pretendiamo di scegliere dal nostro tesoro non “cose nuove e cose antiche”, ma ciò che riteniamo che possa piacere e far piacere, non possiamo poi lamentarci se il mondo non crede. Oltre il naturalismo della Religione greca, il Cristianesimo grida: «Convertitevi e credete al Vangelo». Vi attende un annuncio buono, una Parola che intrinsecamente è libertà. E convertirsi, sempre in Greco, vuol dire cambiare strada, fuggire alcune cose, ed abbracciarne altre.

Così si diviene uomini e donne nuovi: solo così si cambia il mondo che, è bene rammentarlo, non sarà mai un paradiso.

Informazioni su Alessio Conti 102 articoli
Nato a Frascati nel 1974, Alessio Conti è attualmente docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico statale Bruno Touschek di Grottaferrata. Dottore di ricerca in discipline storico filosofiche, ha pubblicato con l'editrice Taυ due libri (Fiat lux. Piccolo trattato di teologia della luce [2019], e Storia della mia vista [2020]). Già docente di religione cattolica per la Diocesi di Roma, è attivo nel mondo ecclesiale all'interno dell'Azione Cattolica Italiana di cui è responsabile parrocchiale del gruppo adulti. Persona non vedente dalla nascita, vive la sua condizione filtrandola grazie a due lenti, quella dello studio, e quella di un'ironia garbata e mordace, che lo porta a vivere, e a far vivere, eventi e situazioni in modo originale.

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