Oltre la prevedibilità, esclusiva ed escludente, degli algoritmi ciascuno di noi è un desiderio. Lo ha ricordato Leone XIV agli studenti dell’università Sapienza di Roma, ma è un monito che vale per le persone di ogni età. Parole profonde – solo parzialmente riprese dai mezzi di comunicazione – che implicano un vero e proprio mutamento di paradigma. Un esodo, se vogliamo rimanere in ambito biblico. Un esodo da cosa? Un esodo verso dove? Quali deserti il Santo Padre ci chiede di attraversare? Chi ci sosterrà durante il viaggio? Parole, sempre per parafrasare Leone disarmate e disarmanti, umili e perseveranti.
«Quando il desiderio di verità si fa ricerca – ha detto il Papa rivolgendosi in modo particolare agli studenti – la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo»; un mondo di cui alcune iniziative dell’Ateneo Romano, rammentate dal Santo Padre, sono per così dire l’aurora. Leone si esplicitamente riferito agli studenti con disabilità, a quelli detenuti, a quelli provenienti da zone di guerra, giunti tramite corridoi umanitari nella Città Eterna.
Un mondo di cui, lo dico sommessamente, io stesso sono testimone, mentre come persona con disabilità visiva che alla Sapienza si è laureata più di venti anni or sono, ringrazio gli obiettori di coscienza che mi hanno accompagnato, i lettori che hanno registrato per me antiche cassette, i miei maestri, molti dei quali oggi sono in cielo. Il discorso di Leone, è stato un riandare a quegli anni, ad alcuni incontri, alla possibilità che mi è stata donata di insegnare oggi ciò che amo da sempre, ed amerò per sempre. Lo stesso desiderio inquieto è secondo il Vescovo di Roma una realtà ancipite: promessa di un mondo nuovo, ma anche forza oppressiva che schiaccia chi non ce la fa.
Dell’inquietudine esiste, però, anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili, qualcuno può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto che riduce le persone a numeri, esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia, casualmente assemblata, di un cosmo muto: noi siamo un desiderio, non un algoritmo.
«Noi – ha proseguito il Papa – siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura. A maggior ragione è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri». Tra tali relazioni primeggia quella con Dio, che chi studia cerca sempre spesso inconsapevolmente, tanto più oggi
in un mondo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale.
Oltre le bolle algoritmiche ed ideologiche da cui dobbiamo liberarci, il Papa ci chiede di guadagnare la complessità come risorsa: un viaggio lungo, pericoloso, da percorrere in e con quel noi che la Chiesa è, raccogliendo un ultimo vibrante appello di Leone
Studiate, coltivate, custodite la giustizia… siate artigiani della pace vera.
Solo così oltre il morente paradigma consumistico l’inquietudine diverrà profezia.
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