Dobbiamo all’Ellade classica il concetto di autodominio: la persona ben formata ne è capace e lungo l’intero arco della sua esistenza lo deve potenziare. Con l’autodominio la ragione, caratteristica che distingue l’uomo da ogni altro essere vivente, governa le passioni, non le imbriglia, ma le canalizza per raggiungere i suoi scopi. Bandisce quindi sia l’eccesso di passione, che obnubila la comprensione stessa del reale, sia l’apatia, accusata di renderci fiacchi e disinteressati.
Criticando le monarchie asiatiche Ippocrate, archetipo di ogni medico, accusava queste istituzioni di crescere uomini immaturi, capaci solo di obbedire perché non padroni di sé stessi. L’Ellade, filosofica e democratica, invece, forgiava uomini liberi perché liberati da quella conoscenza in cui ogni virtù era compendiata. Estranea a questa mentalità è l’abitudine, acriticamente importata dai sistemi educativi di matrice anglosassone, di valutare, misurare (illludendosi in tal modo di controllare) ogni aspetto della vita. Non dico che questo non sia importante, ma non può divenire il fulcro di ogni esperienza.
Se un giovane per altruismo frequenta un corso di primo soccorso, apprende ad essere utile agli altri, alla sua comunità che serve aiutando chi è nel bisogno prima dell’arrivo di professionisti capaci di intervenire adeguatamente. Se però questa attività è in certo modo monetizzata perché, tramite il “credito formativo”, entra nella valutazione della persona, ne perdiamo, almeno in parte, il carattere gratuito e schiettamente altruistico… Persino quel corso diviene, infatti, un obbligo da assolvere, un’attività utile, quindi funzionale, ad avere un voto più alto capace, a sua volta, di elevare la media.
Così in un circolo vizioso un’azione virtuosa viene nuovamente imbrigliata nell’ossessione misurante, per cui l’importante non è l’azione stessa, ma il fine cui conduce: non abbiamo solo dimenticato l’Ellade, ma anche Kant per cui la moralità risiede nel fine dell’agire, più che nell’agire stesso. Se ogni cosa è misurata e valutata in un complicato sistema di crediti, punti, fasce di rendimento, per altro cangianti ad ogni anno; ciò che guadagniamo è meno di ciò che perdiamo.
Perdiamo quel tempo autenticamente liberato in cui ci si forma per il gusto di divenire ogni giorno migliori, inverando, magari inconsapevolmente, il detto del Socrate platonico secondo cui «una vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta».
Non è questa una critica alla valutazione in nome di un anarcoide spontaneismo (i voti e gli esami di gruppo hanno già fatto fin troppi danni): è una riflessione sull’eccesso di valutazione, sulla sua invasività – tale da coinvolgere ogni aspetto della vita. La bontà, l’altruismo, forse non sono misurabili ed è bene che non lo siano: ne guadagna la persona stessa perché scopre che sono proprio quelle attività “non monetizzabili” che la formano rendendola un cittadino libero e partecipe. Lasciamoci guidare da chi ha inventato la democrazia, se non ce lo dimenticheremo potremo ancora esserne eredi.
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