Spigolature a margine di G.W.F. Hegel

Hegel è indubbiamente uno dei più importanti filosofi dell’ottocento. E se, sfortunatamente, la storia del suo pensiero è stata scritta da chi ha aspramente polemizzato con lui, o da chi, come Marx, non era pronto a riconoscere il debito nei confronti dell’autore della Fenomenologia dello Spirito, questo ne accresce i meriti. Non meno problematiche sono le sue relazioni con il Romanticismo, cui forse appartenne in modo critico. Egli contribuí a svincolare quel movimento, almeno nelle sue propaggini filosofiche, da quell’idolatria del sentimentalismo contro la ragione di cui non raramente resta vittima certa esegesi letteraria.

Un momento di ctisi nei rapporti tra Hegel ed il Romanticismo può sicuramente essere individuato nel diverso modo di concepire la natura: una diversità da cui noi stessi possiamo trarre utili insegnamenti.

È noto che, descrivendo le Alpi bernesi, il filosofo non fu attratto tanto dal sublime spettacolo delle montagne che si ergevano stagliandosi come la caratteristica più appariscente del paesaggio; quanto dalla fatica umana. Era infatti il duro lavoro che, persino in quelle plaghe remote, alludeva all’improba abnegazione, ma anche all’ingegno della nostra specie. Un racconto oggi utilissimo: mentre certo ecologismo, ignaro di un’ecologia veramente integrale, dipinge ogni azione umana come lesiva e necessariamente “cattiva”; mentre la natura, nel suo libero sviluppo, sarebbe “buona”.

Sono perfettamente avvertito della circostanza che non si può fare storia in modo controfattuale: ma cosa sarebbe successo se nell’evo medio l’uomo non avesse arginato l’incolto, bonificato le paludi, arato con profondi solchi le terre, reso utilizzabili le forze dei venti e delle acque altrimenti devastatrici? Non lo sapremo mai, perché l’uomo queste cose le ha fatte; sappiamo però dove conduce una cultura, post galileiana e post cartesiana, in cui la natura è concepita come ciò che è prima conoscibile e poi, conseguentemente, diverrà anche manipolabile a proprio piacimento. E sappiamo anche dove conducono certi vagheggiamenti sull’uomo-macchina tipici dell’autore del Discorso sul metodo che oggi, secoli dopo, parrebbero avverarsi.

Come dai tempi dell’Ellade antica, è la perdita del limite, e non il suo riconoscimento, a renderci ciechi rispetto alle conseguenze delle nostre stesse azioni, non più inquadrate in un orizzonte di senso.

Le critiche all’antropocentrismo di matrice biblica, in nome di un esaltazione atassonomica di ogni vivente in un panteismo ancor più pericoloso perché inconsapevole, ci conducono, dialetticamente, alla violazione di quella stessa vita che, a parole, pretendono di rispettare.

Informazioni su Alessio Conti 99 articoli
Nato a Frascati nel 1974, Alessio Conti è attualmente docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico statale Bruno Touschek di Grottaferrata. Dottore di ricerca in discipline storico filosofiche, ha pubblicato con l'editrice Taυ due libri (Fiat lux. Piccolo trattato di teologia della luce [2019], e Storia della mia vista [2020]). Già docente di religione cattolica per la Diocesi di Roma, è attivo nel mondo ecclesiale all'interno dell'Azione Cattolica Italiana di cui è responsabile parrocchiale del gruppo adulti. Persona non vedente dalla nascita, vive la sua condizione filtrandola grazie a due lenti, quella dello studio, e quella di un'ironia garbata e mordace, che lo porta a vivere, e a far vivere, eventi e situazioni in modo originale.

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