Un altro racconto di quando Federico De Rosa è venuto a Nettuno

Federico e Oreste De Rosa al “Santa Lucia Filippini” di Nettuno

Immaginate di avere un figlio che tra i due e i tre anni smette di parlare, di guardarvi negli occhi, di indicare oggetti e comincia a ripetere poche sillabe stereotipate fra sé e sé, a strizzare gli occhi, a fare smorfie. Lo portate dal pediatra e quello vi manda alla ASL, dalla quale venite spediti in qualche centro ospedaliero con una buona neuropsichiatria infantile: vi dicono che c’è un disturbo dello sviluppo e che in senso proprio non si tratta di una malattia – se ne curano alcuni sintomi, ma non esiste “guarigione”. Fra terapie e specialisti gli anni volano, e un bel giorno dei suoi otto anni lo trovate che sta tamburellando con l’indice sulla tastiera di un pc: «Io mi chiamo Federico», leggete. Sa scrivere?! Sa scrivere!! 

Questo è, in pochissime righe, il preludio della storia di Federico De Rosa, trentenne romano affetto da autismo in una forma non verbale. Malgrado gli avessero pronosticato una carriera scolastica che non avrebbe scollinato oltre la seconda elementare, Federico si è diplomato al Liceo Scientifico ed è diventato editorialista di Repubblica, nonché apprezzato autore dell’editore cattolico San Paolo (ha all’attivo tre saggi sull’autismo, e per il quarto ha firmato un contratto proprio la settimana scorsa). 

«Non hai mai pensato di proseguire gli studî all’Università, Federico?». La domanda gli è stata posta da una delle numerose persone venute ad ascoltarlo nell’aula multimediale dell’I.C. “Santa Lucia Filippini” in Nettuno, questo lunedí 23 marzo. La risposta (che gli astanti hanno letto con uno sgomento imbarazzato e madido di ammirazione): 

No. Il sapere neurotipico è compilativo e chiuso alle dimensioni del mistero e dell’assurdo che tanto peso hanno nella vita umana. 

Non è una rivelazione inaudita: ci sono sempre stati accademici delusi che hanno lasciato l’Università per queste (o simillime) ragioni, dopo avervi dedicato uno o piú decennî di vita e di fatiche… Federico De Rosa però non si iscrive all’Università perché questa cosa l’ha già capita. A monte. 

Ma chi è questo giovane che si presenta come un robusto ragazzone dai comportamenti bizzarri (o “atipici”, come si direbbe in linguaggio clinico) e poi ogni volta che sfiora la tastiera rovescia perle di sapienza a carrettate? Figuratevi l’assessore del Comune di Nettuno alla Cultura e alle Politiche scolastiche che, avvinto dal carisma di Federico, gli domanda consigli su proposte culturali da fare per coinvolgere i giovani e vede lentamente comporsi sotto i suoi occhi – quasi in un novello antro cumano – queste parole: 

Io ascolterei i giovani. E avvicinerei la popolazione alle arti figurative ed alla letteratura, che sono meno praticate della musica. 

Ammazza quanto pare saperla lunga, Federico: liquida rapidamente gli argomenti su cui non è ferrato, con un asciutto “Non so, mi dispiace: non seguo” (oh, se tutti i sedicenti intellettuali prendessero spunto!); ma quando invece dischiude all’interlocutore la soglia di un pensiero lungamente elaborato in lui allora non ce n’è piú per nessuno. Soprattutto la felicità, soprattutto l’autismo, soprattutto nel loro (per noi inaudito) combinato disposto: «Ma come fai, Federico, a non soffrire quando ti escludono?». 

Ma cosa fa chi mi esclude? Perché deve intaccare la mia gioia? La gioia è una scelta. Esigente, ma una scelta. Io ho scelto: felice. L’inclusione ha una radice interiore: io accetto… direi abbraccio la parte di me che non mi piace? O ci litigo? O la nego? Chi non è inclusivo dentro di sé non può esserlo fuori. È impossibile.

«E davvero sei felice di essere autistico?» 

Sí, io sono felice di essere autistico. La vita è rallentata. La percezione è maestosa. Strano che tanti siano tristi per il mio autismo perché io me la spasso alla grande. Immagina di avere gente che piange perché tu vai in vacanza… Strano, no? 

I due incontri ospitati dalle Maestre Pie hanno contribuito a un radicale rovesciamento di aspettative e scale valoriali, a una salutare distruzione di pregiudizî e falsi miti. Gli alunni del Santa Lucia e i loro genitori; i docenti e molti educatori attivi sul territorio (in altre scuole e/o in associazioni) sono stati tanto sbalorditi nel cambiare sguardo sull’autismo da chiedere a Federico di aiutarli a cambiare sguardo sul mondo: 

Vi consiglio un dono di voi stessi quotidiano, perseverante, tenace, sordo, inarrestabile. Non è che l’amore vince. L’amore ha già vinto una volta per sempre. Noi dobbiamo solo metterci al suo seguito. Poesia zero. Emozioni zero. Tanta fatica e tanta gioia.

Per approfondire la conoscenza di Federico (che quest’oggi, 2 aprile, ha firmato su La Repubblica la spalla nella giornata internazionale di sensibilizzazione sull’autismo) leggete www.derosafederico.it
Informazioni su Giovanni Marcotullio 302 articoli
Classe 1984, studî classici (Liceo Ginnasio “d'Annunzio” in Pescara), poi filosofici (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PhD RAMUS) e teologici (Pontificia Università Gregoriana, Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, Pontificia Università “Angelicum”, PhD UCLy). Ho lavorato come traduttore freelance dal latino e dal francese, e/o come autore, per Città Nuova, San Paolo, Sonzogno, Il Leone Verde, Berica, Ταυ. Editor per Augustinianum dal 2013 al 2014 e caporedattore di Prospettiva Persona dal 2005 al 2017. Giornalista pubblicista dal 2014. Speaker radiofonico su Radio Maria. Traduttore dal francese e articolista per Aleteia Italiano dal 2017 al 2023.

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