Federico De Rosa al Santa Lucia Filippini di Nettuno

Federico e Oreste De Rosa al “Santa Lucia Filippini” di Nettuno

«Avrei voluto fare l’assaggiatore di spezzatini di cinghiale, ma nessuno mi ha assunto… quindi mi tocca fare lo scrittore». Cosí Federico De Rosa, editorialista di Repubblica (nonché saggista delle edizioni San Paolo), ha risposto agli alunni dell’Istituto Comprensivo “Santa Lucia Filippini” in Nettuno, allorché questi gli avevano domandato se fosse felice del suo lavoro. La boutade sarebbe stata simpatica e accattivante da parte di qualunque intellettuale, per quell’ammiccare agli appetiti e ai gusti che si condividono col pubblico, ma nel caso di specie è risultata sbalorditiva: Federico De Rosa, infatti, non è un intellettuale qualsiasi bensí una persona autistica non verbale… che tuttavia nel tempo ha perforato la cortina di afasia e stereotipie dovuta al disturbo con la scrittura. 

Ed è una scrittura chiara, pulita, profonda e potente quella di Federico De Rosa, come hanno potuto constatare i numerosi convenuti al duplice appuntamento organizzato presso le Maestre Pie di Nettuno dalla prof.ssa Cinzia Fiore, docente di sostegno della Scuola per il Liceo. Dalle 10 alle 12, infatti, Federico e suo padre Oreste hanno incontrato gli alunni della scuola; dalle 16:30 alle 18:30, invece, la scuola si è aperta al territorio per accogliere (insieme coi docenti e coi genitori) educatori di altri istituti scolastici della conurbazione, l’assessore alla Cultura e alle Politiche Scolastiche Roberto Imperato e semplici uditori richiamati dal passaparola1Le registrazioni dei due incontri sono fruibili sul canale YouTube della Scuola.

«Quando Federico aveva tre anni – parole di papà Oreste, che presentando il figlio introduceva l’incontro – è cominciata l’involuzione» tipica del disturbo dello sviluppo che porta le persone nello spettro autistico: «Questo – dissero ai genitori i neuropsichiatri infantili dell’Umberto I – è il caso di autismo piú severo che qui abbiamo mai potuto osservare». Al che quelli, sgomenti: «Che cosa potrà fare questo bambino?». «Forse, un giorno – sentenziarono i medici – la seconda elementare». Invece Federico si è diplomato al Liceo Scientifico («Materie preferite?», hanno chiesto i bambini: «Chimica e Latino») gira l’Italia dando conferenze, con un’agenda piena già fino a settembre 2027, e la settimana scorsa ha firmato il contratto per il suo quarto saggio. 

Una storia di prognosi infauste rivelatesi infondate? No. Una vicenda di un individuo eccezionale? Nemmeno: «Io sono – cosí ama ironicamente definirsi Federico – il tipico giovane handicappato emergente» (laddove mni parola è un programma, a cominciare dall’aggettivo “tipico”). Quella di Federico è la storia di un disabile che – sempre sostenuto dall’amore di una famiglia presente e dall’accompagnamento di professionisti serî – è riuscito a vincere sfide, a superare ostacoli, a costruirsi una personalità (e perfino un – nient’affatto artefatto – personaggio). Soprattutto, però, è la storia di un uomo che ha ascoltato e accolto in sé l’appello – la vocazione, piú esattamente – a parlare, pur essendo “senza voce”, ad altri senza-voce: Federico invita ripetutamente quanti vanno ad incontrarlo a «non abbandonare i miei fratelli autistici». E “fratello” ha voluto chiamare anche ieri uno degli intervenuti: tutti costoro poi si rivolgevano a lui non come i sani che fanno all’infermo la loro (spesso pelosa) carità, bensí come i pellegrini si indirizzano al santo stilita dopo averlo finalmente trovato. 

S’indovina facilmente che questo ministero profetico è ispirato da un afflato profondamente religioso, e i commenti alle Scritture che – su richiesta della sua Comunità parrocchiale e della Conferenza Episcopale Italiana – Federico ha scritto colpiscono per la precisione dogmatica non meno che per la potenza carismatica. 

Ma Federico – come tutti (e soli) i veri profeti – non è un uomo serioso e pieno di sé, anzi nel giro di uno scambio di battute può passare dall’evocare misticamente di aver “ricevuto il dono del silenzio” agli scherzi sul cercare “una fidanzata… ma zitta, come me”. 

«Chiedetegli qualsiasi cosa», incoraggiava papà Oreste, e i bambini hanno fatto sfoggio della loro mancanza di filtri con domande quali “come affronti la tua malattia?” (NB: l’autismo è un disturbo, non una malattia), “perché tuo padre ti tiene la mano sulla spalla mentre scrivi?” oppure “qual è la tua stereotipia preferita?”. E a ciascuna domanda arrivavano subito delle risposte limpide, precise e ficcanti, scritte lentamente da Federico con l’indice destro sulla tastiera di un computer scolastico dallo schermo proiettato sulla parete; e magari nel frattempo Federico bisbigliava parole tra sé e sé o roteava la testa altrove. 

Uno spettacolo sorprendente, toccante, commovente per tutti: insegnanti (e suore) con nomea da sergenti di ferro sono state viste versare lacrime; altre persone hanno visibilmente faticato a contenersi; persino i numerosi insegnanti di sostegno presenti hanno affermato di star assistendo a qualcosa suscettibile di trasformare la loro professione, rianimandola e sublimandola. «È per questo che da undici anni facciamo incontri», precisava il padre, e non perché abbia senso assimilare Federico agli animali circensi addestrati a simulare abilità non loro: non è un freak show, sia pure “in positivo”, bensí la pugnace testimonianza che «la disabilità è negli occhi di chi guarda» e che «un autistico ha bisogno di aiuto, ma non sa cosa farsene della tristezza di chi presume che la sua vita sia votata all’infelicità» – tutte parole di Federico, lapidario nel suo definirsi “diversamente felice”. 

E che dire degli adulti che, al pomeriggio, tradivano l’imbarazzo del momento col chiedere di Federico a suo padre mentre il loro interlocutore naturale era lí davanti a loro? «Lo chieda a lui – sottolineava Oreste –: Federico è qui!». Né vibrava mai del rimprovero nelle parole di Federico, per queste occasionali ineleganze: «Sono qui perché vorrei provare ad aiutare quanti desiderano capire come funzionano delle menti che sono diverse e che si giovano di aiuto, ma che non vanno pensate rotte e quindi da riparare». 

Esplosivo ma quanto mai opportuno e salutare è stato l’ammonimento di papà Oreste a vigilare con intelligenza critica sulle contraddizioni della nostra temperie culturale, che da una parte celebra le giornate contro la violenza, per l’accoglienza e l’integrazione della diversità; e dall’altra si adopera sottilmente per evitare che le persone “diverse” possano anche solo venire alla luce: «C’è un nazismo strisciante – ha detto Oreste, scegliendo con cura le parole! – nelle attitudini eugenetiche del nostro tempo». 

Ed è senz’altro vero che Federico non sarebbe chi è, se lui per primo e la sua famiglia con lui non avessero intrapreso un lungo esodo esistenziale, spesso faticoso e arido ma guidato dalla «incrollabile fede» (parole di Federico) in una terra promessa: «La mamma è casa per sempre, anche quando non c’è piú». «Il papà e il dono di sé fino alla fine». 

Insieme con le Maestre Pier la preside, prof.ssa Sara Mariani, ha salutato con soddisfazione e apprezzamento il buon successo di pubblico, e soprattutto la qualità della partecipazione: «Il Santa Lucia Filippini ha una pluricentenaria tradizione di istruzione e di educazione volte alle esigenze del popolo». Le ha fatto eco Oreste De Rosa: «Quanta bellezza e quanta grazia traspira da queste mura! Si percepisce che ogni generazione, nel corso dei decennî e dei secoli, ha apportato il proprio originale contributo al grande edificio dell’apostolato educativo e culturale!». 

Dunque va tutto bene ed è sempre andato tutto alla grande, in casa De Rosa? Nessuna delle tante disfunzioni a cui siamo (fin troppo) abituati da mille altre esperienze dirette e indirette? «Ci sono stati momenti dolorosi», ha laconicamente ammesso Federico, ma «quel dolore è la radice della gioia di oggi». 

Finalmente un’insegnante è andata a parlare anche lei con Federico, come la primizia degli adulti sul finire dell’incontro del mattino, e si è sorpresa con la voce rotta e le lacrime agli occhi (e in questo somigliava all’assistente che le porgeva il microfono), mentre gli confessava quanto si fosse scoperta illuminata e rivelata a sé stessa dalle parole e dalla storia dell’insolito conferenziere: «Grazie per le tue lacrime – le ha risposto Federico –, il dono piú luminoso di oggi».

Per approfondire la conoscenza di Federico leggete www.derosafederico.it.

Note

Note
1 Le registrazioni dei due incontri sono fruibili sul canale YouTube della Scuola.
Informazioni su Giovanni Marcotullio 302 articoli
Classe 1984, studî classici (Liceo Ginnasio “d'Annunzio” in Pescara), poi filosofici (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PhD RAMUS) e teologici (Pontificia Università Gregoriana, Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, Pontificia Università “Angelicum”, PhD UCLy). Ho lavorato come traduttore freelance dal latino e dal francese, e/o come autore, per Città Nuova, San Paolo, Sonzogno, Il Leone Verde, Berica, Ταυ. Editor per Augustinianum dal 2013 al 2014 e caporedattore di Prospettiva Persona dal 2005 al 2017. Giornalista pubblicista dal 2014. Speaker radiofonico su Radio Maria. Traduttore dal francese e articolista per Aleteia Italiano dal 2017 al 2023.

Lascia il primo commento

Di’ cosa ne pensi