La soglia di casa mia è contrassegnata, per chi la valica ad occhi chiusi, da un lieve rialzo in marmo. Non è un muro, né, in senso proprio, un guscio. La paragonerei, piuttosto, a una conchiglia, certo delimitata, ma anche sperduta in quel pelago che è il mondo.
La casa cui offre accesso e da cui segnala l’esodo è a suo modo il noto: i due gradini che consentono l’ingresso nel salone; le scale lignee con la curva a gomito, capaci di condurre alla fu mansarda, oggi ambiente notturno. La soglia non è una frontiera o un limite: ma una realtà ancipite capace a un tempo di chiudere e di dischiudere.
Mille volte valicata, quella soglia è lí ed allude ad ogni altra soglia: quella dell’età adulta senza il rito di passaggio della patente, quella del mondo del lavoro, con un primo stipendio che a causa di un’omonimia mi fu negato da un brusco cassiere della Banca d’Italia, unico luogo in cui i salari potevano, a quei tempi, ancora essere ritirati in contanti.
«Lei è nato a Lodi?», mi chiese, ed (io ignaro di quanto esiziale potesse essere la mia risposta) dissi candidamente: «No». Lui disse con voce sempre più ferma e decisa: «Allora per lei non c’è niente». Avevo lavorato, certo poche ore perché all’inizio non avevo una cattedra completa, e sognato di offrire una bibita alle persone più care con il mio primo stipendio.
I primi soldi non derivanti dalla (pur doverosa) assistenza statale, ma dal lavoro, conquistato con titoli e sacrifici: un errore di immissione dei dati me li sottrasse per un tempo non breve. E mi costrinse a valicare altre soglie: lunghi e desolanti corridoi, stanze spesso vuote in cui essere rimbalzato dall’una all’altra, prima che l’arcano venisse sciolto, grazie ad un solerte impiegato della ragioneria di Via Parboni che mi consentì di ritirare l’agognato primo stipendio.
La soglia di casa, però prelude a tutte quelle future, perché le precede: è un affacciarsi al mondo, ignoto, ma affascinante.
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