I comici provocano il sorriso, ma la vita lo suscita più autenticamente di loro. Se la si sa osservare, la realtà è ilare per i fraintendimenti, non sempre involontari, che è capace di creare. Talora il riso mi sopraffà fino a togliermi il respiro provocando lancinanti dolori alla bocca dello stomaco. Eppure, nonostante questo, nulla – meno che mai la voce di chi mi intima di smettere – può frenarlo.
Una circostanza questa, accaduta tante volte: una, però, è in me più nitida. Quando durante una partita a pallone nel campo del paese in cui vivo emisi un fischio simile a quello dell’arbitro. Un fischio non privo di effetti se chi era con me mi disse che il giocatore avversario si era fermato. Un gesto premeditato: avevo portato un fischietto di ottone il cui suono ricordava quello dei direttori di gara (lo sapevo, mai avrei potuto arbitrare una partita vera).
Dagli spalti si levavano voci “hanno fischiato”, ma l’arbitro – me lo avrebbe detto in campo neutro il mio accompagnatore – faceva ampi cenni di continuare il gioco. Giusto: dal suo punto di vista non era stato certo lui a fischiare, ma io – maldestro arbitro di un unico fischio – e, circostanza notevole, nessuno mi aveva veduto!
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