Per chi, come me, non vede, la voce non è certo tutto: vi sono anche altri suoni e non poche caratteristiche diverse di una persona. Dal passo all’odore, dalla corporatura a certi suoi tipici gesti che comunque si possono attingere.
La voce, però, rappresenta un’appartenenza più profonda, quasi ancestrale. Una sorta di prima radice che, se salda, mi provoca a protendermi verso il nuovo, l’ignoto, l’oscuro. Un luogo in cui, indulgendo in uno slogan, il mio buio si chiama silenzio. La voce non è statica: muta con gli anni, risente dell’umore, ed è mutata anche da circostanze esterne come le caratteristiche ambientali.
Il timbro della mia voce somiglia a quello che ha mio padre. E nel mio stesso parlare è la sua figura a riverberarsi: due voci non proprio uguali, ma contigue. Due generazioni, capaci di dialogo e talora di incomunicabilità. La mia voce mi piace: è un’ancora salda nel mare dei ricordi, ma anche un ponte verso il mondo esterno. La voce, come àncora, allude alle mie origini: anche quella del mio nonno paterno non era troppo dissimile dalla nostra. Ed io, il suo primo nipote maschio, cui lui raccontava le favole addormentandosi sempre sul più bello, odo, nella mia voce quasi un eco, della sua. Un rispecchiamento acustico di quel suono che il sonno postprandiale rendeva prima flebile, poi silente; fino a quando un altro rumore lo travolgeva: un russare sempre più forte che, inesorabilmente, interrompeva la mia speranza ingenua, di conoscere il finale della storia.
In questi due momenti egli è: vivo, ancora e per sempre. Non nelle “morte stagioni”, ma nella “presente e viva” e, leopardianamente, nel suono di lei. Ed io dolcemente naufrago perduto in questo pelago di voci. Ed in questo naufragare, da àncora, la voce diviene ponte: quando sono al mare, il suono è anche orientamento. Per chi non vede infatti, la pluralità delle voci allude alla riva, anche se in alcune zone il vento spesso la distorce: ed allora l’orientamento diviene fisica tangibilità.
Ciò accade in quello stretto braccio di mare, in cui l’Italia peninsulare lambisce la Trinacria, dove le voci hanno un diverso accento, una diversa coloritura, più espressiva di quella delle latitudini laziali. Non solo le voci: ma anche quelle espressioni intraducibili che solo l’iterata consuetudine con un luogo ed i suoi abitanti rende meno straniere.
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