Se vuoi essere un vero cercatore della verità è necessario che almeno una volta nella tua vita tu dubiti, per quanto possibile, di tutte le cose.
Quando, come accade nel raffinato pensare cartesiano, dubbio e verità non si escludono semplicisticamente, ma appaiono avvinti in un’unica ricerca, allora l’umana filosofia raggiunge un vero e proprio culmine. Una guglia in cui il dubbio più radicale può certo essere presente, ma solo come punto di partenza, mai come approdo definitivo. Almeno una volta dubitare di tutto, a cominciare dalle percezioni sensibili che talora, come ad esempio nei sogni, si rivelano ingannevoli; per finire con le verità matematiche, ipotizzando l’esistenza di un genio maligno che si diverta ad ingannarmi.
Da questo dubbio Dio stesso non è escluso, non nel senso che si dubiti della sua esistenza filosofica, cioè razionale, ma in quello che egli, essendo buono e verace, diviene il garante ultimo dello stesso carattere veridico del mio pensare. Un carattere attestato, come già sostenne Agostino, dal mio dubitare, errare, fallire. Io imperfetto, io dibattuto tra volontà ed intelletto, io che ignoro ciò che sono e spesso ciò che desidero, ho in me l’idea del perfetto, di un desiderio ultimamente esaudito, della kantiana volontà santa, sempre capace di conformarsi alla legge.
Deve quindi esserci qualcuno che ha immesso in me tale perfezione che, come brillantemente scrive Giovanni Reale, è in me ma non da me. E questo quis è appunto il Dio razionale di Cartesio.
Scendiamo ora da questa guglia, ed entriamo nella semplicistica palude che oppone dubbio e verità. Chi dubita non afferma, in modo forte che la verità non vi sia, se lo facesse entrerebbe in contraddizione con il suo stesso dubitare. Sostiene che essa non sia attingibile, che non sia a portata di mano. Ora, se non è possibile vivere in un mondo permeato da una assoluta ed inconcussa verità cui prostrarsi, non è neppure possibile vivere in un mondo che idolatri il dubbio, il relativo, il contingente, senza capire che essi, certo imperfettamente, gridano l’assenza di una completezza.
Ed allora, come diranno i romantici, la parola chiave non è tanto la verità, quanto la sua ricerca: va certo bandita una tetragona assolutezza, almeno sul piano umano, ma va altresì condannata la concezione, oggi luogo comune, che derubrica analiticamente ad insolubile problema non già l’esistenza della verità ma addirittura la sua ricerca.
Per uscire dalla palude e tornare nella guglia potremmo (perché non farlo?) azzardare un’ipotesi: e se quella ricerca fosse il volto di un uomo assetato prima e crocifisso poi? È solo una suggestiva ipotesi che esula dal pensiero di Cartesio, avvinto ad un Dio meramente razionale, ma forse, una volta nella vita, è necessario prenderla in considerazione.
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