È questa la ragione per cui il gioco, la conversazione delle donne, la guerra, gli alti uffici sono tanto ricercati. Non che in essi si trovi realmente la felicità né che si creda che la vera beatitudine stia nel denaro che si può vincere al gioco o nella lepre di cui si va a caccia: non li vorremmo se ci fossero offerti in dono. Noi non cerchiamo un tal possesso, molle e placido e che ci lascia pensare all’infelicità della nostra condizione, e neppure i pericoli della guerra o i fastidi degli impieghi; ma il trambusto che ci distoglie da quel pensiero e ci distrae.
Pascal, Pensieri n. 354.
Entrate in un qualunque luogo in cui si possa giocare d’azzardo, o, metaforicamente (vista l’estrema dematerializzazione che ha colpito anche il mondo delle scommesse), nella camera di un ludopata. Offritegli tutto il denaro che potrebbe vincere: continuerà a puntare. Perché, come Pascal – raffinato indagatore dell’animo umano sostiene in questo pensiero –, ciò che cerchiamo non è la cosa per cui ci diamo pena: una carica, una donna, una volpe da cacciare, ma appunto la distrazione.
I tempi mutano, i sollazzi pure: ma il meccanismo psicologico è sempre lo stesso. Ci riempiamo di faccende, di beghe, di prestigiose cariche, illudendoci che possano rendere la nostra vita più felice e piena. E mentre parliamo del prossimo incarico, della prossima volpe o della futura donna, oggi potremmo dire della macchina o del viaggio, stiamo fuggendo. Ci stiamo divertendo, cioè, anche etimologicamente, stiamo tirando fuori bersaglio.
Sì perché se restassimo fermi e quieti nella nostra stanza, senza donne da conquistare, incarichi da ricoprire, volpi da cacciare o, fa lo stesso, macchine da comprare, allora rifletteremmo sulla nostra condizione. Ed è questo che proprio circondandoci di cose e di persone non vogliamo fare. Continuiamo intenzionalmente a sbagliare la mira: ma non smettiamo di sparare, dicendoci che la prossima volta sarà quella buona. E se smettessimo di sparare?
Se poggiassimo il fucile o il futile oggetto del fuggevole desiderio e riflettessimo sul fatto che siamo miseri, sì ma proprio per questo grandi? Allora brilleremmo veramente: nobili decaduti, certo, re e regine spodestati, ma consapevoli di esserlo e quindi anche di chiedere la libertà a chi può offrircela. Non la caccia, il gioco, le beghe, non l’onore che ci rende schiavi di chi, come ce lo ha tributato, così può togliercelo: ma il figlio di un falegname che, in una remota provincia dell’impero Romano, è morto non solo per tutti gli uomini, ma soprattutto per ciascuno e ciascuna di loro. Per lui, in lui, cessiamo di essere massa: per lui, in lui, non importa quante volpi abbiamo nel nostro carniere, quante e quali cariche abbiamo ricoperto, quanto abbiamo vinto al gioco o quante donne abbiamo conquistato.
Per lui, in lui, noi valiamo: solo perché ci siamo, perché ogni vita è scritta nel palmo delle sue mani ed è quindi preziosa, anche se tutte le volpi gli sono sfuggite, se non ha avuto cariche, se ha perduto una ingente somma al gioco senza divenire protagonista di un dramma letterario. Se fossimo più centrati su questo la vita, ogni vita, sarebbe più felice: parola di Pascal, il cui ingegno nei salotti brillava, che forse avrebbe vinto alla roulette, ma che sapeva una cosa importante: la sua grandezza era altrove, risiedeva, ignota e sepolta nella sua stessa miseria.
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