La povertà del linguaggio ottunde il pensiero, fino ad annullarlo, perché come sosteneva Benedetto Croce ciò che non si sa comunicare non è interamente posseduto. Potrei iniziare una lunga giaculatoria, allineando le conseguenze tutte nefaste di un simile impoverimento che, detto incidentalmente, dura ormai da qualche lustro. Ma preferisco attingerle dalla vertigine di una ricchezza perduta, riposta in quei classici che sono tali perché non passano mai di moda.
Da qualche tempo sto riscoprendo Leonardo Sciascia, un vero maestro nel modellare frasi la cui aggettivazione colpisce per una raffinatezza che diviene efficacia comunicativa, a patto che si abbia l’acume per attingerla. Tra le molte espressioni che ci dona il romanzo “A ciascuno il suo” ne ho scelta una paradigmatica perché rappresenta la forza comunicativa dell’italiano, capace di prorompere dalla pagina scritta riflettendo sulla posizione di una parola.
Qui leggere non basta: occorre anche, se non soprattutto, osservare. Bisogna contemplare il lavoro di cesello con cui lo scrittore costruisce i le frasi,i periodi, l’intero romanzo, incastonando parole in un ordine che è già aurora della comunicazione.
Paolo Laurana, professore di italiano e latino nel liceo classico del capoluogo, era considerato dagli studenti un tipo curioso ma bravo, e dai padri degli studenti un tipo bravo ma curioso. Il termine curioso nel giudizio dei figli e in quello dei padri voleva indicare una stranezza che non arrivava alla bizzarria: opaca, greve, quasi mortificata.
Una stessa persona è osservata in modalità diverse ma convergenti tanto dai suoi studenti, quanto dai loro genitori: centro di questa espressione sono gli aggettivi che noi oggi consideriamo esornative quando non pleonastiche specificazioni del sostantivo cui sono riferiti. Paolo Laurana è un insegnante che, seguendo un indizio ricavato dal retro di una lettera anonima, sta cercando l’autore dell’omicidio del dottore e del farmacista di un paese, avvenuto durante una battuta di caccia.
Non è la trama, fin troppo nota, che qui ci interessa quanto appunto l’aggettivazione. Per gli studenti il prof era un tipo, «curioso ma bravo». Quel docente aveva qualche strana abitudine, ma quel che più importava ai suoi alunni era che fosse bravo, capace di insegnare, non inutilmente crudele con loro. L’attenzione del lettore cade qui sul secondo aggettivo “bravo”, preceduto da un’avversativa che ne accresce la rilevanza. Per i loro genitori, invece la stessa persona era “brava ma curiosa”: qui l’accento va non tanto sulla sua bravura (i padri non dovevano essere interrogati ne in italiano ne – Dio ce ne scampi – in latino), quanto sull’essere “curioso”.
Restando al suo etimo, il termine curiosità allude al latino cur cioè “perché”, anche se può, specie in alcuni contesti, indicare l’atteggiamento di chi erra nel campo dello scibile da una nozione all’altra, senza possederne nessuna in modo approfondito. Nel nostro caso l’autore provvede a circoscrivere, sempre con sapiente cesello di aggettivi, anche questa caratteristica del Laurana, così come una siepe può fungere da confine di un giardino.
Non era la sua “bizzarria”, sarebbe stato troppo, ma “stranezza”: e qui il confine tra stranezza e bizzarria, pur presente, è più labile di quello di una siepe, tanto che può essere arbitrariamente spostato per cui ciò che per uno è semplicemente strano, da un altro viene giudicato bizzarro. Sciascia prosegue, ulteriormente specificando, e, in certo modo, delimitando questa stranezza: ma la mia attenzione viene catturata da un interrogativo: quanti lettori oggi, non solo giovani, sono in grado di percepire queste raffinatezze? Non si tratta di parole auliche o desuete, di termini di cui si ignora il senso, al limite per questo basta aprire un vocabolario o, se volete parere moderni, un motore di ricerca: qui va osservata la lingua, vanno conosciute alcune regole non scritte.
Forse ciò che ci manca, profondamente, è quella conoscenza, ma questo per il politicamente corretto non è importante, mentre fondamentale scrivere auguri a tutti e a tutte per esteso, o, se si vuol parere moderni, in una delle infinite varianti che implicano puntini, asterischi ed altri segni diacritici. Questo sí che è fondamentale.
Di’ cosa ne pensi