Quanto appaiono irrealisticamente sdolcinati e quindi deleteri, i quadretti della Santa famiglia,con la sua placida vita negli anni del nascondimento di Gesù dalla prospettiva spiazzante da cui Leone XIV ha affrontato l’esistenza dei due sposi e del loro pargolo divino.
Anche solo dal punto di vista meramente letterario, l’ultimo Angelus del 2025, recitato nella prima domenica dopo il Natale, in cui si festeggia la Santa Famiglia, merita di essere ripercorso, sottolineando la capacità narrativa di traslare sul piano catechetico scene celeberrime. Non disgiunta da questa attitudine è anche quella di attingerne la profonda valenza teologica eidetica, in un tempo in cui non mancano profughi e sfollati, costretti a fuggire dalle guerre, dalle devastazioni ambientali, da un’iniqua ripartizione delle ricchezze della terra.
Proprio per questo da una simile angolazione la luce di Gesù, Giuseppe e Maria, rifulge ancora maggiormente, perché temprata nell’angoscia, nell’incertezza del futuro, in quella precarietà ancora non tramontata. Una precarietà figlia del peccato, della solitudine, dell’abbaglio di un mondo tanto apparentemente seducente, quanto in realtà ingannevole e fatuo.
Sul quadro luminoso del natale si proietta, infatti, quasi improvvisamente, l’ombra inquietante di una minaccia mortale che ha la sua origine nella vita tormentata di Erode, un uomo crudele e sanguinario, temuto per la sua efferatezza, ma proprio per questo profondamente solo ed ossessionato dalla paura di essere spodestato.
Erode è solo, e dall’angusto osservatorio di chi – volendo preservare il suo potere – percepisce ogni altro come una minaccia, non vede quanto sta accadendo all’umanità: la sua, infatti, è una prospettiva distorta e distorcente.
Nel suo regno [quello di Erode, n.d.r.] Dio sta realizzando il miracolo più grande della storia, in cui trovano compimento tutte le antiche promesse di salvezza, ma questo lui non riesce a vederlo, accecato dal timore di perdere il trono, le sue ricchezze i suoi privilegi.
Una prospettiva distorta e la solitudine da cui tale ottica rampolla, conducono il Re ad un’azione criminale: «decretare l’uccisione di tutti i bambini di età corrispondente a quella di Gesù». Accecato e solo, erode crea e diffonde una “violenza cieca”, cui si contrappone la “luce gentile” del Dio relazione, del Dio trinità: Erode, e i tanti piccoli e grandi Erodi che popolano le abissali profondità della nostra anima ferita, non lo vede, ma questo è già in quell’errare preveggente, carico d’amore di due genitori capaci di proteggere quel figlio che, come Dio, li ha generati.
In questo ”mondo dispotico” di cui il tiranno è simbolo, la Santa Famiglia
[…] è nido e culla dell’unica possibile risposta di salvezza, quella di Dio che, in totale gratuità, si dona agli uomini senza riserve e senza pretese. E il gesto di Giuseppe che, obbediente alla voce del Signore, porta in salvo la sposa e il Bambino si manifesta qui in tutto il suo significato redentivo. In Egitto, infatti la fiamma di amore domestico a cui il Signore ha affidato la sua presenza nel mondo cresce e prende vigore per portare luce al mondo intero.
Occorre ancora oggi lottare, affinché la fiamma dell’amore non sia soffocata dai sempiterni miti del mondo che Erode simboleggia, plasmati di «successo ad ogni costo, potere senza scrupoli, benessere vuoto e superficiale». Frutti acerbi che fatalmente conducono a «solitudine, disperazione, divisione e conflitto».
E allora lasciamo che nelle nostre famiglie, pur se ferite da divisioni di varia natura, germoglino
i valori del vangelo, la preghiera, la frequenza ai sacramenti, specialmente la confessione e la comunione; gli affetti sani, il dialogo sincero, la fedeltà, la concretezza semplice e bella, delle parole e dei gesti buoni di ogni giorno.
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