«Tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta»

Ostentare la forza squassando la terra, o accogliere un vagito e farla germogliare. Risiede in questa drammatica alternativa il più recondito senso del natale che brilla se rileggiamo attentamente l’omelia tenuta da Leone XIV durante la Messa del giorno della natività.

Un’alternativa che certo, come sottolineato anche nella successiva benedizione a Roma ed al mondo, riguarda le nazioni e le loro scelte di politica militare, ma coinvolge anche ciascuno di noi nelle decisioni piccole e grandi di ogni giorno. Il sacerdote ed il Levita, infatti, sono sempre lì a rammentarci l’atteggiamento di chi oltrepassa le difficoltà del fratello; mentre il buon samaritano resta, scolpito nei secoli, icona di un’assistenza dolce che sa essere preveggente senza divenire invasiva. Ed il suo lasciare il malcapitato alle cure del locandiere, senza interrompere i suoi affari, è proprio segno di quella sana solidarietà che non diventa professione, ingombrando, e quindi ottundendo, l’intero spazio dell’esistere.

Un Natale diadico, come tutta la Rivelazione – in cui la gioia non dimentica la fatica dei piedi, impolverati ma belli, del messaggero di pace cantato dal profeta Isaia. Quei piedi

attraverso strade lunghe e dissestate hanno portato un annuncio lieto, in cui ora tutto rinasce: è un nuovo giorno, anche noi partecipiamo di questa svolta, alla quale nessuno sembra credere ancora: la pace esiste ed è già in mezzo a noi.

Il discepolo di Cristo non è solo sorpreso dal dolce prorompere della pace, ma celebra anche il come, le modalità paradossali in cui questo dono, diverso da quello del mondo, ci è stato elargito. Modalità che si rivelano pienamente nel prologo del Quarto Vangelo, parola che agisce, proclamato, provvidenzialmente proprio nel giorno di natale.

Le parole agiscono, afferma Leone, ma ecco la sorpresa che la liturgia del Natale ci pone di fronte,il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce. Un neonato che pur se infante, parla mediante una «semplice, fragile presenza». Mentre «la carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone», in troppe parti del mondo non pochi nostri fratelli non hanno parole, spogliati della loro dignità sono ridotti al silenzio.

Ma il Verbo incarnato è parola che agisce, non già in modo astratto, ma tramite i piedi, lieti ed impolverati, dei suoi discepoli. Questi sono divenuti nel mistero del natale figli di Dio tramite

un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole.

È questa la soglia del Natale, una soglia da valicare abbandonando il tiepido conforto di quei ripari, personali e comunitari che ci rendono

cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri.

Occorre insomma, conoscere e riconoscere la “forza della tenerezza”:

una forza che lenisce quelle vite fragili ed abbandonate in cui Dio stesso a posto la sua precaria tenda quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato, nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà.

E tutto questo esiste da quando il Verbo ha assunto forma umana, cioè dal sublime mistero del natale. Un mistero che Leone riassume in una frase bellissima, da scolpire nei nostri cuori, da traslare nelle nostre vite sconquassate ma pur abitate da una fioca luce, da una silente presenza:

Nulla nasce dall’esibizione della forza, tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta.

Ecco che la dolce antifrasi del natale si sposta nel cuore di tutti e di ciascuno, ecco una sfida prorompente, interrompere i nostri monologhi, l’autoreferenziale egolatria, per accogliere e raccogliere la sfida della conversazione, per fare, finalmente, spazio all’altro e al totalmente altro, divenuto nostro fratello, affinché persino noi possiamo somigliargli.

Informazioni su Alessio Conti 84 articoli
Nato a Frascati nel 1974, Alessio Conti è attualmente docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico statale Bruno Touschek di Grottaferrata. Dottore di ricerca in discipline storico filosofiche, ha pubblicato con l'editrice Taυ due libri (Fiat lux. Piccolo trattato di teologia della luce [2019], e Storia della mia vista [2020]). Già docente di religione cattolica per la Diocesi di Roma, è attivo nel mondo ecclesiale all'interno dell'Azione Cattolica Italiana di cui è responsabile parrocchiale del gruppo adulti. Persona non vedente dalla nascita, vive la sua condizione filtrandola grazie a due lenti, quella dello studio, e quella di un'ironia garbata e mordace, che lo porta a vivere, e a far vivere, eventi e situazioni in modo originale.

Lascia il primo commento

Di’ cosa ne pensi