Papa Leone canta le lodi di “Sorella Morte”

E se la morte, obliata e rimossa dalle società occidentali – tanto che alcuni non visitano neppure più i cimiteri – non fosse l’ultima parola sull’uomo, ma il transito verso un eternità felice, luce senza tramonto in cui ogni anelito si compie?

Domanda legittima, capace di scardinare le nostre silenti certezze sulla fine, come la fede bisbigliata di tutti quei discepoli del Nazareno che, senza crederci davvero, attendono in ogni recita del simbolo niceno, «la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Tornato da Nicea, Leone XIV dedica proprio alla morte una delle ultime catechesi di questo anno giubilare, fecondamente incastonata nel momento forte dell’avvento:

Il mistero della morte ha sempre suscitato nell’essere umano profondi interrogativi. Essa, infatti appare come l’evento più naturale e, allo stesso tempo, più innaturale che esista. Si scontrano in questo evento due prospettive altrettanto evidenti: quella naturale, per cui ogni essere umano, non solo muore, ma sa di morire; e quella irriducibile alla pura natura, per cui il desiderio di vita e di eternità che noi sentiamo per noi stessi e per le persone che amiamo ci fa vedere la morte come una condanna, come un controsenso.

L’universalità di questo mistero è attinta dal Santo padre da due versanti, a prima vista dialetticamente antitetici, ma, a ben guardare convergenti:

Molti popoli antichi hanno sviluppato riti e usanze legate al culto dei morti per accompagnare e ricordare chi si incamminava verso il mistero supremo.

Non è certo un caso se Platone, al Socrate ormai condannato a morire fa dire, nell’Apologia:

Io vado a morire, voi – rivolto agli Ateniesi – a vivere, nessuno di noi, ma solo il Dio sa quale sia la sorte migliore.

Oggi la morte è avvolta in un silenzio spettrale: la patina dell’eterna giovinnezza, del successo ad ogni costo, velano questa ingombrante presenza e, con lei, anche l’autentico senso dell’esistere.

Oggi, invece – aggiunge Leone – si registra una tendenza diversa. La morte appare una specie di tabù, un evento da tenere lontano,Qualcosa di cui parlare sottovoce per evitare di turbare la nostra sensibilità e tranquillità.

È in questo orizzonte, in cui la ritualità aperta al mistero e l’oblio che parrebbe negarlo si incontrano nel Promettere “immortalità immanenti”, o nel teorizzare «il prolungamento della vita terrena mediante la tecnologia. È lo scenario del trans umano, che si fa strada nell’orizzonte delle sfide del nostro tempo».

La rimozione forzosa e la ritualità consolatoria appaiono dialettiche, ma in realtà convergono nella riduzione della morte a fenomeno da elaborare, o peggio da rimuovere. Vi è invece, uno e un solo evento che, ad avviso di Leone, se non dirada totalmente il buio, tuttavia illumina anche l’orizzonte penultimo del lasciare questa vita

L’evento della resurrezione di Cristo ci rivela che la morte non si oppone alla vita, ma ne è parte costitutiva come passaggio alla vita eterna. La Pasqua di Gesù ci fa pre-gustare, in questo tempo colmo ancora di sofferenze e di prove, la pienezza di ciò che accadrà dopo la morte.

Per questo, conclude Leone, grazie a Cristo «possiamo chiamare la morte sorella, attenderla nella speranza certa della resurrezione ci preserva dalla paura di scomparire per sempre e ci prepara alla gioia della vita senza fine». San Francesco d’Assisi, altro Cristo, ci sostenga in questo cimento, lui che, secondo una tradizione ripresa anche da Dante Alighieri, volle essere sepolto nella nuda terra, donde, come ogni figlio di Adamo era venuto.

Informazioni su Alessio Conti 84 articoli
Nato a Frascati nel 1974, Alessio Conti è attualmente docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico statale Bruno Touschek di Grottaferrata. Dottore di ricerca in discipline storico filosofiche, ha pubblicato con l'editrice Taυ due libri (Fiat lux. Piccolo trattato di teologia della luce [2019], e Storia della mia vista [2020]). Già docente di religione cattolica per la Diocesi di Roma, è attivo nel mondo ecclesiale all'interno dell'Azione Cattolica Italiana di cui è responsabile parrocchiale del gruppo adulti. Persona non vedente dalla nascita, vive la sua condizione filtrandola grazie a due lenti, quella dello studio, e quella di un'ironia garbata e mordace, che lo porta a vivere, e a far vivere, eventi e situazioni in modo originale.

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