Il Papa agostiniano ai piedi dell’Immacolata

Quando l’inesauribile fonte evangelica si fonde con la sana speculazione teologica, capace di scorgere nella Vergine Maria la creatura che più di ogni altra conduce al Figlio, alla Chiesa viene donata una magistrale preghiera, da recitare e meditare. Un salutare balsamo, in tempi inquieti, ma pur pregni della speranza cristiana, mentre il giubileo dedicato a questa piccola virtù volge al termine.

Ed allora la visita alla colonna dedicata all’Immacolata Concezione della Vergine, nel cuore di Roma, cessa di essere un pur doveroso atto tradizionale, per divenire orazione ed affidamento. In momenti come questo, mentre a parlare è Leone, sembra di udire Pietro, umile pescatore cui Cristo affidò la barca della sua Chiesa:

Rallégrati, piena di grazia, di quella grazia che, come luce gentile rende radiosi.

Un incipit che nella sua delicata dolcezza rappresenta uno scrigno: ciascuno di noi, se è radioso, capace cioè di essere per altri un raggio di bene, lo è in quanto egli stesso è stato illuminato. Non già da una luce folgorante, tale da accecare la sua stessa libertà, ma da una “luce gentile”, che lascia trapelare senza tuttavia ottundere. E questa luce – il figlio di Agostino lo sa bene – è grazia.

Donna singolare, la Vergine perché

il mistero ti ha avvolta dal principio, dal grembo di tua madre ha iniziato a fare in te grandi cose che presto richiesero il tuo consenso, quel sí che ha ispirato molti altri sí.

Un sí non scontato, ad una volontà razionalmente incomprensibile, ma tale da rendere la Vergine modello di ogni sano affidamento. Non una fiducia acritica e cieca, ma vagliata, per quanto possibile, nel crogiolo della comprensione razionale.

Uno sguardo, quello di Leone, che dalla Città eterna abbraccia un mondo intero che avvinto alla Vergine è chiamato al cimento più grande: non perdere la speranza.

Immacolata, madre di un popolo fedele, la tua trasparenza illumina Roma di luce eterna, il tuo cammino profuma le sue strade più dei fiori che oggi ti offriamo.

Come la Vergine è la stessa natura, cui qui i fiori alludono, ad indicare, a domandare, a chiedere: perché Cristo, vero Dio e vero Uomo, ne è l’autore ed il Redentore, germinato in quel sí di Maria che ci rende tutti figli in lui. E mentre il sole tramonta, su Roma, è il suo vescovo a farsi voce di un’umanità dolente,

provata, talvolta schiacciata, umile come la terra da cui Dio la ha plasmata, e in cui non cessa di soffiare il suo spirito di vita.

È tra questa umanità, pascalianamente grande proprio perché sa di essere piccola e povera, che si fida e si affida

guarda, o Maria, a tanti figli e figlie,in cui non si è spenta la speranza. Germogli in loro ciò che il tuo Figlio ha seminato, Lui parola viva che in ciascuno domanda di crescere ancora, di prendere carne, volto e voce.

Una speranza di cui la vergine è “gemma ed aurora” perché, ancora una volta più che ogni altra creatura sa che «nulla è impossibile a Dio».

Informazioni su Alessio Conti 84 articoli
Nato a Frascati nel 1974, Alessio Conti è attualmente docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico statale Bruno Touschek di Grottaferrata. Dottore di ricerca in discipline storico filosofiche, ha pubblicato con l'editrice Taυ due libri (Fiat lux. Piccolo trattato di teologia della luce [2019], e Storia della mia vista [2020]). Già docente di religione cattolica per la Diocesi di Roma, è attivo nel mondo ecclesiale all'interno dell'Azione Cattolica Italiana di cui è responsabile parrocchiale del gruppo adulti. Persona non vedente dalla nascita, vive la sua condizione filtrandola grazie a due lenti, quella dello studio, e quella di un'ironia garbata e mordace, che lo porta a vivere, e a far vivere, eventi e situazioni in modo originale.

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