La lezione nicena di papa Leone

Dopo le cesure che nel II millennio della nostra era hanno dilaniato il corpo di Cristo depotenziandone, per certi rispetti, l’annuncio profetico, celebrare il millesettecentesimo anniversario del Concilio di Nicea, non significa solo riandare con la memoria grata ad una Chiesa ancora indivisa. Vuol dire anche attingere sempre di nuovo all’acqua viva di quella fonte che ci invita, come si legge nella lettera apostolica In unitate fidei, a

camminare concordi, custodendo, e trasmettendo, con amore e con gioia il dono ricevuto. Esso è espresso nelle parole del credo, crediamo in Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, disceso dal cielo per la nostra salvezza.

Parole da custodire, perché non ci appartengono: le abbiamo ricevute e siamo chiamati a trasmetterle fedelmente, in una memoria capace di divenire preghiera, auspicio, progetto, azione pastorale – «ut unum sint».

Il documento, pubblicato a pochi giorni dal primo viaggio apostolico di Leone XIV in cui si rievoca proprio quell’assemblea nicena che dette origine alla solenne professione di fede, poi completata a Costantinopoli, è teologicamente intenso, ma non certo difficile. Appare infatti animato da quella semplicità schiettamente evangelica propria dei più profondi testi magisteriali. La Chiesa necessita, anche tramite gli opportuni approfondimenti teologici, di un

rinnovato slancio nella professione della fede la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i Cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale.

L’Evangelista Marco e l’Apostolo Paolo, archetipo di ogni evangelizzatore cristiano, convergono nell’annuncio gioioso e liberante della divina figliolanza del maestro di Galilea. In Gesù Cristo il verbo che era Dio prima dei tempi e per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte si fece Carne e venne ad abitare in mezzo a noi: è questo il fulcro del IV Vangelo che il Natale del Signore ci invita a contemplare.

Il simbolo niceno-costantinopolitano unisce tutti i Cristiani, e proprio mentre il Giubileo dedicato alla nostra speranza che è Cristo volge al termine, rafforza la nostra fede in tempi difficili perché caratterizzati da «minacce di guerra e di violenza, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria patita da milioni di nostri fratelli e sorelle».

Ma i tempi in cui si svolse l’assise nicena non erano certo facili: nel 325, infatti «erano ancora aperte le ferite delle persecuzioni contro i Cristiani», nonostante l’editto di Milano del 313 che, stabilendo la tolleranza per i discepoli del Nazareno, sembrava annunciare per la Chiesa tempi di pace e prosperità. Ma era un abbaglio, perché «dopo le minacce esterne tuttavia nella Chiesa emersero presto dispute e conflitti».

Leone rievoca il più cruento di tali dissidi, quella crisi ariana, secondo cui seguendo il Vescovo di Alessandria Gesù sarebbe «un essere intermedio tra il Dio irraggiungibilmente lontano e noi. Inoltre vi sarebbe stato un tempo in cui il Figlio non era. Ciò era in linea con la mentalità diffusa all’epoca e risultava per ciò plausibile». Un monito questo che deve farci riflettere: perché le eresie, dicendo ad ogni epoca storica ciò che questa si attende, indossano l’abito seducente di una Chiesa finalmente al passo con i tempi, permeata di una nuova intelligenza delle Scritture il cui vero spirito la polverosa dottrina ortodossa avrebbe irrimediabilmente smarrito.

Non è questo l’autentico rinnovamento che auspica Leone XIV quando, ancora nel documento magisteriale scrive:

[…] ma Dio non abbandona la sua Chiesa, suscitando sempre uomini e donne coraggiosi, testimoni della fede e pastori che guidano il suo popolo e gli indicano il cammino del Vangelo.

Non molto tempo dopo il Concilio di Nicea, ecco Brillare Santa Monica e suo figlio Agostino, Padre e Dottore della Chiesa che il pontificato di Leone ci aiuta a conoscere e ad amare. Le esemplificazioni potrebbero continuare con San Francesco e Santa Chiara, e giungere fino ai nostri giorni, alludendo ad un’inesauribile vitalità, ma vi è tanta ricchezza in questo momento sorgivo cui riandare che è l’assise nicena per cui non è opportuno indugiare in fotogrammi storici inevitabilmente incompleti.

Rimaniamo, invece, avvinti a e da questo testo: piccolo gioiello teologico, lucente gemma pastorale che, se fosse conosciuta come meriterebbe, potrebbe illuminare molte vite. Mentre la crisi ariana – riassumibile nella differente risposta all’interrogativo posto dai Discepoli a Gesù nella città di Cesarea: “Voi chi dite che io sia?” – divampava, Costantino si rese conto che era a rischio anche l’unità dell’Impero. Per questo convocò l’assise nicena al fine di ristabilire l’unione della Chiesa e non guastare quella dei suoi stessi dominî.

Si trattò di un Concilio che, anche storicamente, rappresentò certamente una cesura; ma definire manicheisticamente la Chiesa pre-costantiniana come pura e quella post-nicena come collusa con il potere rappresenta una grossolana semplificazione. Appare indubbio che i padri conciliari testimoniarono per la prima volta «la loro fedeltà alla Sacra Scrittura e alla tradizione apostolica» attinte nel loro legame espresso anche liturgicamente dalla professione battesimale.

Pronunciata nel «semplice linguaggio comprensibile ai pescatori del mare di Galilea», la professione confessava la fede nel “Dio uno e unico”, servendosi di alcune immagini assai evocative: tra cui primeggia quella della luce. Cristo era Figlio di Dio ed era «della stessa sostanza del Padre».

Fu questa la verità proclamata dai padri niceni che

vollero fermamente restare fedeli al monoteismo biblico e al realismo dell’incarnazione. Vollero ribadire che l’unico vero Dio non è irraggiungibilmente lontano da noi, ma al contrario si è fatto vicino e ci è venuto in contro in Gesù cristo.

Un esegeta ha detto che a Nicea, facendo propri concetti e persino lemmi della filosofia greca, il Cristianesimo si sarebbe ellenizzato; tesi che, confacente allo spirito di quel momento storico, ha fatto fortuna. Leone, dalla cattedra petrina, afferma invece che è forse vero proprio il contrario:

L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci.

Informazioni su Alessio Conti 84 articoli
Nato a Frascati nel 1974, Alessio Conti è attualmente docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico statale Bruno Touschek di Grottaferrata. Dottore di ricerca in discipline storico filosofiche, ha pubblicato con l'editrice Taυ due libri (Fiat lux. Piccolo trattato di teologia della luce [2019], e Storia della mia vista [2020]). Già docente di religione cattolica per la Diocesi di Roma, è attivo nel mondo ecclesiale all'interno dell'Azione Cattolica Italiana di cui è responsabile parrocchiale del gruppo adulti. Persona non vedente dalla nascita, vive la sua condizione filtrandola grazie a due lenti, quella dello studio, e quella di un'ironia garbata e mordace, che lo porta a vivere, e a far vivere, eventi e situazioni in modo originale.

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