Occorre uno sguardo non solo diverso, ma rinnovato, per costruire quella “ecologia integrale” di cui oggi si avverte l’urgenza. Uno sguardo che muova da una tensione agapica alla custodia e alla coltivazione di quel giardino che è la creazione, in cui lo stesso dolore, simboleggiato dalle lacrime della Maddalena sulla tomba del Cristo, è segno efficace.
Lo ha ribadito Leone XIV nell’udienza generale del 19 novembre fecondamente inserita in quel giubileo dedicato alla speranza, naturalmente incline a questo orizzonte. Per entrare in sintonia con questo nuovo sguardo, occorre liberarsi, una buona volta, dalle visioni minimalistiche e secolarizzate dell’ecologia. Tra tali visioni rientra anche quella paccottiglia ideologica che vede nell’uomo in quanto tale, e non in suoi comportamenti errati, la rovina della natura.
Liberarsi di tale armamentario non significa naturalmente non agire concordemente con quanti operano, da punti di vista diversi, per fini simili. Significa solo mostrare loro che i pur necessari provvedimenti parziali da loro auspicati sono totalmente insufficienti a raggiungerli.
Le complesse sfide del mondo attuale, secondo il pontefice non possono essere affrontate da soli, ma unicamente in quella synodía comunitaria che è la Chiesa, nella quale insieme si cammina, si prega, si gioisce, si soffre – «le lacrime sono un dono di vita quando purificano i nostri occhi e liberano il nostro sguardo».
Il Quarto Vangelo ha la caratteristica di elevare alla stregua di inarrivabili vette spirituali, particolari solo apparentemente secondari: quella giovannea è la sola narrazione della passione in cui la Maddalena, pur se dinnanzi alla tomba ormai vuota, non riconosce inizialmente Gesù ma lo scambia per il custode del giardino. Da questo dettaglio si irradia il raffinato argomentare di Leone:
Termina così, nella pace del sabato e nella bellezza di un giardino, la drammatica lotta tra tenebre e luce scatenatasi col tradimento, l’arresto, l’abbandono, la condanna, l’umiliazione e l’uccisione del Figlio che, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.
Forse Maria Maddalena non sbagliò del tutto nel vedere in Gesù il custode del giardino: il Cristo è l’uomo nuovo, che rinnova anche il nostro sguardo, rendendolo meno convenzionalmente appannato. Uno sguardo capace di abbracciare una radicale consapevolezza: se l’uomo non custodisce il giardino «ne diventa il devastatore». Non è l’uomo che, con la sua sola esistenza, devasta il giardino, ma misconoscendo la sua stessa natura può farlo.
È per questo che Leone lo chiama a ritrovare il paradiso, facendo proprio quello sguardo contemplativo che già il suo predecessore aveva indicato come necessario nell’enciclica Laudato si’. Solo nell’orizzonte della risurrezione di Cristo «il paradiso non è perduto, ma ritrovato». La morte e la resurrezione di Gesù, così, sono il fondamento della spiritualità di un’ecologia integrale, fuori della quale le parole della fede restano senza presa sulla realtà, e le parole delle scienze rimangono fuori dal cuore.
La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle risorse naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero,una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma a una resistenza.
La necessaria “conversione ecologica” non può essere separata, per i cristiani, da «quell’inversione di rotta che seguire Gesù richiede loro». Un passaggio che, in una continua conversione, ci conduce alla Gerusalemme nuova:
Tale passaggio che inizia nel cuore ed è spirituale, modifica la storia, ci impegna pubblicamente, attiva solidarietà che fin d’ora proteggono persone e creature dalle brame dei lupi, nel nome e in forza dell’agnello pastore.
In questo orizzonte, autenticamente rinnovato, i figli e le figlie della Chiesa possono farsi compagni di strada delle persone «che desiderano, attraverso un più diretto rapporto col creato, una nuova armonia che le porti oltre tante lacerazioni».
Poeticamente il Salmo 18 rammenta che
i cieli narrano la gloria di Dio,
l’opera delle sue mani annuncia il firmamento;
il giorno al giorno ne affida il racconto
e la notte alla notte ne trasmette notizia.

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