Per orientarsi in un mondo complesso, connotato da un dedalo di attività spesso inessenziali e parcellizzate, tanto da rischiare di farci perdere di vista la persona occorre “disegnare nuove mappe di speranza”. Lo ha ribadito Leone XIV nella omonima lettera apostolica che attualizza il senso del documento conciliare sull’educazione di cui ricorre il sessantesimo anniversario.
Nell’educazione, che non rappresenta un’attività accessoria, ma si innesta fecondamente nella trama stessa della missione ecclesiale, il Vangelo diventa gesto educativo, relazione, cultura. Ed è proprio la relazione, sintetizzata nel motto “il cuore parla al cuore”, la chiave del magistero leonino su questo cruciale tema, oggi particolarmente attuale.
Una relazione profonda e,dunque, in grado di creare, nella multiforme sapienza della chiesa madre e maestra,
costellazioni educative, esperienze umili e forti insieme, capaci di leggere i tempi, di custodire, l’unità tra fede e ragione, tra pensiero e vita, tra conoscenza e giustizia. Esse sono state in tempesta ancora di salvezza e in bonaccia vela spiegata, faro nella notte per guidare la navigazione.
La raffinata sensibilità del teologo agostiniano ripercorre storicamente la feconda generatività del carisma educativo animato dal Vangelo: dai primi secoli i padri del deserto hanno trasmesso «una pedagogia dello sguardo che riconosce Dio ovunque»; Agostino
ha capito che il maestro autentico suscita il desiderio della verità educando la libertà; il monachesimo traslando il carisma educativo in luoghi impervi ha custodito i capolavori dei classici, facendoli giungere fino a noi.
Sempre dal cuore della Chiesa, prosegue il documento, sono nate le università, «centro incomparabile di creatività e di irradiazione del sapere per il bene dell’Umanità». In tutti i carismi educativi autenticamente cattolici, come nella storia delle non poche congregazioni religiose che si sono dedicate alla formazione, emerge l’idea di un uomo creato ad «immagine di Dio, chiamato alla verità ed al bene». Una verità relazionale e creativa che, senza irrigidirsi in schemi predeterminati – oggi appare dominante quello di una certa preminenza della tecnica – non perda mai di vista la centralità della persona in formazione abbracciata in tutte le sue dimensioni «spirituale, intellettuale, sociale, affettiva corporea».
In questo orizzonte, in cui una persona non è certo riducibile ad un profilo di pur necessarie competenze, l’educazione si palesa come il luogo della promessa:
Si promette tempo, fiducia, competenza, si promette giustizia e misericordia, si promette il coraggio della verità ed il balsamo della consolazione.
Una verità, chiarisce Leone, che non è vessillo da brandire contro altri, possesso esclusivo da rivendicare, ma fondamentalmente ricerca, in cui lo stesso dubbio «non è bandito ma accompagnato». Un documento denso, profondo, capace di denunciare tanto la deriva mercantilistica dell’educazione propria di certo mondo occidentale, quanto l’urgenza di far accedere a questo bene primario masse di persone indigenti che ancora oggi, in non poche parti del mondo ne sono prive.
Rifuggendo la retorica di certo pauperismo anche ecclesiale, il Santo padre ribadisce che educare i poveri per la Chiesa non è un favore, ma significa adempiere un’indifferibile opera di giustizia. Nelle parole di Leone che ha insegnato «nelle istituzioni educative dell’Ordine di Sant’Agostino» l’educazione emerge come incontro, gioioso ed amorevole, in cui si formano «cittadini capaci di servire e credenti capaci di testimoniare, uomini e donne più liberi, non più soli».
Mentre nuove fragilità si profilano all’orizzonte, ed inedite dipendenze minacciano il futuro dei nostri giovani, guardando alle “stelle fisse” della costellazione educativa ispirata dal Vangelo, dobbiamo essere consapevoli che
non basta conservare, occorre rilanciare. Chiedo a tutte le realtà educative di inaugurare una stagione che parli al cuore delle nuove generazioni, ricomponendo coscienza e senso.
Ricomporre relazioni ferite: è questo l’urgentissimo compito dell’educazione che, oggi forse ancor più che ai tempi del Concilio Vaticano Secondo, si profila come uno spazio di creatività a servizio della persona. Uno spazio in cui essere
servitori del mondo educativo, coreografi della speranza, ricercatori infaticabili della sapienza, artefici credibili di bellezza.
Meno etichette, più storie, meno sterili contrapposizioni, più sinfonia dello spirito: allora la nostra costellazione non solo prillerà, ma orienterà verso la verità che rende liberi. Un compito certo ambizioso, in cui però, ciascun educatore «è figlio, non orfano», chiamato a custodire ed a far fruttificare alcuni imperativi: «Disarmate le parole, alzate lo sguardo, custodite il cuore».
Tre atteggiamenti che rampollano da una triplice consapevolezza:
Disarmate le parole, perché l’educazione non avanza con la polemica ma con la mitezza che ascolta; alzate lo sguardo, come Dio disse ad Abramo guarda il cielo e conta le stelle, sappiate domandarvi dove state andando e perché; custodite il cuore, la relazione viene prima dell’opinione, la persona prima del programma.
Solo così, forti di una tradizione viva, gli educatori cattolici potranno rispondere alle molteplici sfide di questo nostro tempo delineate nel documento con icastica lucidità:
L’iperdigitalizzazione può frammentare l’attenzione, la crisi delle relazioni può ferire la psiche, l’insicurezza sociale e le disuguaglianze possono spegnere il desiderio.
Contro ogni tecnofobia apocalittica, il Papa denuncia queste possibilità, ma ci offre anche le armi per combatterle, perché il mondo, redento da Cristo, è sempre abitato dalla speranza ed il Vangelo, come si legge all’inizio della lettera «non invecchia, ma fa nuove tutte le cose», e «ogni generazione lo ascolta come novità che rigenera».
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