Quel suono che, ad intervalli di tempo variabili ma regolari, ritma le giornate nelle nostre contrade, oggi abituale e per taluno persino noioso, fu agli inizi del Basso Medioevo rivoluzionario. Dopo l’anno mille, infatti, si affiancò al tempo cadenzato dalle campane e dalle ore liturgiche, quello “del mercante”, secondo una bella definizione dello storico Jacques Le Goff.
Questo secondo tempo che emergeva da quello sacro, pur senza separarsene completamente, era ritmato da scadenze più rigorose e precise in una giornata scandita dalle esigenze del lavoro. Un lavoro non più modellato, come quello rurale, sul naturale dipanarsi del chronos, ma affidato all’opera e quindi al controllo dell’uomo. Questa nuova scansione alludeva ad un tempo ormai profano, e con il procedere delle attività che si svolgevano letteralmente davanti al tempio, mutava anche la concezione del povero e della stessa povertà.
Se infatti gli ordini mendicanti, soprattutto quello francescano, rappresenteranno una clamorosa rivolta contro l’incipiente “borghesia”, la nascita di strumenti come la lettera di cambio, anticamera della attuale dematerializzazione, indicherà un nuovo rapporto con il denaro, guadagnato nel tempo e grazie al tempo. Un rapporto, e questo pareva disdicevole all’uomo alto medioevale, in cui l’uomo si impossessava del tempo, lo metteva a frutto pianificando attività e movimenti, secondo forme sempre meno dipendenti dalle esigenze della natura.
Nei secoli seguenti, colui che sarà privo di denaro e di lavoro, il povero appunto, tanto in area cattolica quanto in ambito riformato, verrà assistito in ospizi e ricoveri, concepiti come forme di rieducazione. Colui che non vuole, non può o non sa lavorare, rappresenta ormai un peso per la società e non più un altro Cristo da accogliere. Quello che secoli dopo Marx codificherà come “lavoro produttivo”, emargina chi non produce nulla.
Sembrerebbero, questi, fatti lontani da noi, confinati nell’erudizione dei libri di storia: e invece questi accadimenti ci riguardano intimamente. Se solo si pensa all’atteggiamento che i paesi nord europei – impropriamente detti frugali –, ebbero persino durante la pandemia, stigmatizzando la situazione debitoria delle nazioni mediterranee… Ma si potrebbe riflettere, per restare nelle nostre contrade, sulle numerose ordinanze comunali rivolte contro la “mendicità molesta”!
Ancora oggi, la struttura topografica e persino i toponimi delle strade di non pochi paesi, riflettono questi mutamenti: nei centri storici vie sono dedicate a chi vi esercitava una particolare professione, in una centralità, per alcuni rispetti persino ossessiva, del lavoro che parrebbe definire l’esistenza stessa di alcuni individui. Oggi, e questo è deleterio, ci si forma unicamente per trovare un lavoro, se lo si perde o si cessa di lavorare, anche solo per circostanze anagrafiche, si rischia di andare in crisi. Non si sta discutendo qui naturalmente il dovere di contribuire al progresso materiale o spirituale della nazione in cui si abita, ma l’idolatria del lavoro, del guadagno, del consumo e della produzione. A tale idolatria consegue dialetticamente l’emarginazione di chi non si inserisce in questi circuiti.
Di’ cosa ne pensi