Nel tempo in cui il frammento assurge a “verità” unica ed indiscutibile, la religione Cristiana, inverando il suo stesso etimo, si ostina a legare, a tenere insieme, a proporre una visione del mondo. Attività pericolosa perché contro corrente, ma estremamente necessaria, proprio mentre i grandi racconti evaporano con l’universo ideologico che li aveva visti sorgere.
La stessa religione, più volte ridotta, nel suo uso strumentale, a grande racconto, può cadere in questa tentazione, se diventa ideologia dello scontro e della contrapposizione, o, con forza egualmente lesiva, di un irenismo capace di coprire le differenze senza approfondirle.
Di questa visione autenticamente religiosa fa organicamente parte l’idea, scandalosa, che tanto le nostre vite quanto il mondo e la storia non siano in balia del caso. Ma non è questa la considerazione più inattuale del uomo religioso: egli ritiene che il male, il dolore, la morte, non avranno e non saranno l’ultima parola. Questa è invece rappresentata dalla speranza, la più povera, la più piccola, la meno frequentata tra le virtù: già il filosofo greco Eraclito scriveva in un celebre frammento
se non speri l’insperabile, non lo scoprirai, perché esso è improbabile, chiuso alla ricerca, ed ad esso non porta nessuna strada.
La speranza non è l’ingenua convinzione che “andrà tutto bene”: è la certezza secondo cui proprio mentre il dolore, la morte, la guerra, paiono trionfare, esistono degli interstizi, dei pertugi, dischiusi al operare discreto e silenzioso di questa piccola virtù.
Coltiviamo la speranza di un mondo migliore, più giusto e fraterno, creiamo nelle nostre relazioni spazzi di autentica speranza e intanto qui la nostra vita migliorerà, sarà più piena e lieta. Ci sostenga la Vergine Maria, colei che pur se addolorata, continuò a sperare, persino sotto la croce, quando gli altri autori di solenni giuramenti di fedeltà al maestro se ne erano andati. Non le parole roboanti, ma la paziente sequela di ogni giorno, ci rendano testimoni di autentica speranza, quella che, come scriveva Paolo, «poi non delude».
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